In Vallemaggia, nella Svizzera ticinese, poco sopra Locarno, c’è il paese di Avegno, terra natale di Bruna Martinelli, scrittrice contadina tenacemente legata alle sue origini.

In questo villaggio sono ambientate le brevi storie e le descrizioni della narratrice: ci offrono una serie di realistici quadri della vita contadina, dei mestieri, delle abitudini, dei cibi, delle usanze. Tutte insieme formano un libro a struttura mosaicale e costituiscono un atto di omaggio verso la propria terra e verso una civiltà che è andata scomparendo e della quale rimarrà traccia scritta proprio grazie a testi come questo.

Due parti scandiscono il fluire dei ricordi della Martinelli. La prima “Fra le pieghe del tempo” nasce dal desiderio di rintracciare nel tessuto del tempo quelle pieghe nelle quali “si celano ricordi, impressioni, volti, rimpianti e desideri di tutta una vita” (p.11).

L’autrice, già anziana, sembra sedersi a scrivere quelle memorie di cui spesso ha già raccontato a voce e lo fa con naturalezza e spontaneità, con un tono genuino, chiaro, con la fierezza di aver svolto sempre bene il suo lavoro e di aver amato la sua terra, pur tanto faticosa.

Rievoca così gli odori, i sapori della sua valle, tenendo ben svegli tutti i cinque sensi. Sa distinguere gli odori delle diverse foglie e quello della vigna in fiore e dell’uva, i colori sono degni di una tavolozza impressionista.

L’autunno non è triste, anzi è pieno del ricordo del sole dell’estate che ha lasciato i suoi raggi in quelle splendide foglie dorate che volano nel vento”. (p.22)

I sapori sono ben distinti, perché si seguono le stagioni nella raccolta di frutti ed erbe e così tutto matura spontaneamente al momento giusto, con il suo ritmo naturale. Prodotti principali sono le castagne, le patate, il burro, l’olio di noce, la formaggella, la polenta, frutti come le ciliegie, i fichi e le mele.

La vita contadina sa essere molto dura e faticosa, i lavori si svolgono a mano come la fienagione in montagna – un vero rito – e richiedono non solo forza fisica, ma abilità e attenzione, perché non sono rari gli incidenti talvolta mortali.

I carichi di fieno vengono trasportati a valle con la tecnica del filo a sbalzo, un sistema di cavi e ganci spesso rischioso.

Altri trasporti vengono compiuti, perlopiù dalle donne, con il gerlo, pesantissimo e doloroso, infatti il carico viene messo in spalla infilando le braccia nelle pagnaa, formate da due verghe di nocciolo ritorte. Se una di queste cinghie si rompe è un vero guaio, perché il gerlo si sbilancia e rischia di perdere il suo carico. Per questo le donne hanno sempre in tasca un coltellino e un pezzo di corda in caso fosse necessaria una sostituzione e una riparazione provvisoria. Inoltre camminano sempre con le mani sotto il fondo del gerlo per controllarlo in caso di incidente. Le cinghie sono dolorose e dopo un po’le spalle dolgono.

Nei lavori agricoli sono coinvolti tutti, anche i bambini. “Noi ragazzi eravamo le bestie da soma”, dice la Martinelli e i principi educativi erano ben diversi da quelli odierni sia a scuola, dove il maestro non esitava ad usare la bacchetta, che a casa.

Non c’era tanta compassione per i mali dei figli. Se qualcuno cadeva o si feriva, non in modo grave naturalmente, non poteva correre a lamentarsi dalla mamma perché rischiava di prendersi ancora uno scapaccione con il rimprovero di non aver fatto attenzione a ciò che faceva”. (p.84)

Gli animali, come le pecore e le capre, hanno un ruolo importante, sono una risorsa e dei compagni di vita, con alcuni di loro si crea un legame affettivo, basti pensare al piccolo gregge cui l’autrice dedica tante cure e tanto lavoro.

La seconda parte “Il mosaico” presenta numerosi e brevi ritratti di persone del paese, diventate veri e propri personaggi, perché tali appaiono alla narratrice.

Un paese, come del resto tutto il mondo, è come un grande mosaico composto da innumerevoli tessere dai mille colori. Spesso le più piccole sono anche le più colorate e io voglio provare a sceglierne qualcuna e parlarne”. (p.119)Scopriamo così figure di stravaganti e di gente semplice, mestieri ormai scomparsi come il materassaio e il magnano, ossia colui che ripara pentole e padelle di rame, e riscontriamo, come spesso succede, una notevole diffusione dell’alcolismo e probabilmente anche di forme depressive, visto che c’è qualche caso di suicidio.

Al vertice della scala sociale ci sono il maestro e soprattutto i vari parroci, che si sono succeduti alla guida della pieve.

Il prete era la persona più importante del villaggio, ancora più importante del Maestro, del Sindaco e del Segretario”. (p.164)

Merito indiscusso di uno di questi parroci è stata la formazione della Biblioteca parrocchiale, presso la quale l’autrice si riforniva di quei libri che tanto amava e che hanno contribuito alla sua formazione.

Il mosaico delinea poco e poco l’immagine del villaggio come una grande famiglia in cui tutti si conoscono.

Lo stile è semplice e chiaro, qua e là segnato da termini dialettali, tradotti in nota. La Martinelli ama il dialetto, dotato di una ricchezza e di una espressività immediate.

Traspare dalle pagine una civiltà contadina perduta, narrata con realismo nei suoi aspetti positivi e negativi. La Martinelli non vuole realizzare un idillio nostalgico, sa bene che quel mondo di duro lavoro negava diritti alle donne e all’infanzia e che il progresso tecnologico ha decisamente migliorato le condizioni di vita in montagna.

Rimangono però alcuni insegnamenti sempre validi come la stagionalità nel consumare i prodotti agricoli (ad ogni stagione i suoi frutti), l’essenzialità e la sobrietà nei consumi, il rispetto della terra, un modus vivendi più vicino alla natura. “La vita contadina era scandita, come anche in parte attualmente, dal ritmo delle stagioni e i proverbi e i detti popolari ne marcavano il passo. Non si guardava il calendario per decidere quando era inverno, primavera, estate o autunno”. (p.28)

Per quanto faticosa e scandita da infiniti lavori la vita contadina riusciva a mantenere il riposo festivo come sacro, nessuna attività vi si svolgeva e anche le donne si distaccavano dalle loro consuete mansioni. L’unica eccezione era nel periodo della fienagione: in caso di maltempo, se c’era fieno tagliato sui prati, si poteva raccoglierlo, previa dispensa del parroco, per evitare che marcisse.

Non vi era dunque un unico tempo del consumo, in cui alcuni continuano a lavorare, mentre molti altri acquistano in continuazione, ma un ritmo più umano di vita, che ancora attendeva e preparava i momenti di festa.

Quella vita essenziale, quei ritmi, quei paesaggi, quel rapporto con la natura hanno forgiato la narratrice, che ora sente la necessità di tramandarli, affinché le nuove generazioni li conoscano.

Non arriverò forse più a gustare quella sensazione di assoluta pace di quando, sdraiata su un masso liscio, tiepido di sole, nell’assoluto silenzio, rotto soltanto dal rumore dell’acqua, mi sentivo anch’io pietra, acqua e aria in perfetta armonia con il creato”. (p.111)

articolo apparso su lankelot.eu nel dicembre 2010