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NOTE  A MARGINE DI UNA LETTURA Ecco qua. Un titolo che capovolge. Vorrà dire qualcosa? Il primo album dei Joy Division ha come titolo Unknown Pleasures, e la sua prima canzone è Disorder. Ma qui, si …

j'Lun, 12 Feb 2007 11:40:30 +0100p'http://www.lankenauta.it/?p=571eLankenautafDisorder. Unknown Pleasures

NOTE  A MARGINE DI UNA LETTURA

Ecco qua. Un titolo che capovolge. Vorrà dire qualcosa? Il primo album dei Joy Division ha come titolo Unknown Pleasures, e la sua prima canzone è Disorder. Ma qui, si rovescia contenitore e contenuto, eh. Prima di tutto, evitate di leggere la Prefazione e, se potete, anche la quarta di copertina. Non perché siano brutte, intendiamoci, fra l’altro fanno quello per cui sono state scritte, ma semmai leggetele come postfazione, ecco. Io le ho lette prima, ma arrivato in fondo avrei preferito non averlo fatto. Così si spiega questo mio consiglio.

Non è una raccolta di racconti, questo libro, ma un romanzo. Il fatto che ogni tanto appaiano dei titoli, e che ci sia un indice che numera questi vari titoli, vuol dire solamente che i capitoli sono titolati. Tutto qua. Se qualcuno vi dicesse che sono racconti, voi ditegli sì sì. In questo, dunque, romanzo, c’è un pezzo di storia di un personaggio. Non una storia, ma solo un pezzo, sì. E un personaggio, non fate caso al dettaglio insignificante che ci siano più nomi. Quei nomi non individuano alcun personaggio. Il protagonista, o la protagonista, è un altro, un’altra. Ci ho pensato un bel po’, a questo. Prima di cominciarlo davvero a leggere, ne ho lette alcune pagine sparse. Mi è arrivato per posta insieme ad un altro libro, di cui per ora ho letto solo pagine sparse, ad inizio di gennaio. Ero tutto contento mentre l’aprivo. La sorpresa poi di vedere addirittura due, due, libri! Ma torno qualche riga indietro.

Dicevo, ne ho lette alcune pagine sparse. E già avevo trovato qualcosa che mi faceva dire, mavaffanculo! Alla fine però mi sono deciso, e sono partito dalla prima pagina per arrivare all’ultima. Ne ho letto buona parte in treno, fra Pistoia e Firenze, Firenze e Pistoia, usando come segnalino il biglietto del treno (così, quando arrivava il controllore, ce l’avevo a portata di mano). Un’altra parte me la sono letta a letto. Le classiche “qualche pagina prima di dormire”.

Seduto o sdraiato. In movimento o fermo. Lettura. A volte mi capitava di chiuderlo, e guardare fuori dal finestrino. Quello che ho visto, niente di particolare. O meglio, niente diverso dal solito. Non improvvise costruzioni cresciute come funghi, né foreste tropicali hanno fatto la loro comparsa in questi luoghi, se mai, io ero diverso. Anche il tempo. Un gennaio molto caldo. Mi ero messo il piumino, la prima volta che ho preso il treno quest’anno, e arrivato a parcheggiare a Pistoia ero in ritardo, così una corsa per prendere il treno. Sudato. Poi dentro anche più caldo. In somma sudato leggevo questo libro. Che pensavo fosse un libro di racconti. Invece no! Un romanzo. Il caso ha voluto che proprio nell’anno appena trascorso abbia letto due trilogie, quella di Samuel Beckett, e quella di Paul Auster. Due trilogie in cui ho trovato (o mi è sembrato di trovare) varie analogie (che possono essere dovute essenzialmente a: il caso; voluta citazione di Auster; l’inevitabile ritorno di alcuni temi in letteratura). Cosa c’entra tutto questo? Franchi come Auster come Beckett? No. Tutti fanno cose diverse, in tempi diversi, con metodi e significati diversi. Ma c’è questa cosa, che i personaggi si confondono, si inseguono a vicenda senza sapere l’un l’altro di essere seguiti, e l’inseguitore è inseguito e così via, in catene che non sembrano finire mai. Ecco, pure in Disorder ci sono questi due Io che si inseguono a vicenda, o magari uno segue l’altro, o. Entrambi lo sanno e fanno finta di non saperlo, oppure fingono di saperlo mentre non lo sanno. Fino a quando. Ma qui, c’è il titolo. Si prende il contenitore e si fa contenuto, e viceversa. Si prende Unknown Pleasures e si mette al posto di Disorder, e il rovescio. Si scambiano le posizioni. Si confondono le trame. Si gioca. Si gioca con la menzogna (che sarebbe, a quel che ho capito, una bugia più consapevole) e la scrittura. La scrittura è menzogna a voler ricreare un mondo attraverso parole, menzogna perché consapevole. Chi scrive questo romanzo, credo, sapesse, o intendesse la cosa in questo modo. Se non è così, amen. La cosa divertente di fare queste cose, dico, scrivere su di un testo, sta nel fatto che l’autore uno se lo immagina un po’ come gli pare. Poi l’autore magari decide che va bene quello che ha detto uno piuttosto di un altro, anche se magari la pensa ancora in modo differente. Ma torno a dire, qualche volta l’ho mandato a quel paese. E sì, ma che si fa così? Leggevo delle parti e ci vedevo sotto un sorrisetto ironico. Mai visto Franchi Gianfranco. In foto, ma conta poco. Quel sorrisetto che sbeffeggia, sì quello. Forse mi sbaglio, ma avevo questa impressione, mentre leggevo alcune frasi, e non posso negarla ora che ho finito di leggerlo.

Non ci sono mulini a vento, a meno di non considerare l’INPS un mulino a vento. E altre cose. C’è tanta musica, o meglio, tante frasi tratte da canzoni. E per fortuna ne conoscevo un po’, altrimenti avrei dovuto farmi una dose. Di musica. Che non mi sono fatto. Alcune canzoni non le conosco, ma pazienza. Si dice così, no? Questo romanzo, con questo romanzo, mi son preso un po’ a cazzotti. Ma è finita con un pari. Macché finita. Eheh. Non è finita per niente. Perché ha questa cosa, il Franchi Gianfranco, di voler. Appunto. Spezzettare. Fare a pugni. Con chi? Con il lettore. Ti invita, tu che leggi, a prendere parte al gioco. Ti offre il là, il trampolino, e ti dice, Salta! E lo fa troncando frasi. Al verbo. Cose di questo tipo. E lo dichiara, come fosse una briscola. E mente dichiarando, come ovvio. Ti spara un titolo, e finge che. Tu sei lì che dal trampolino sei saltato (potevi non farlo, ma l’hai fatto, ti sei buttato e sei partito) ma lui zac, ti comincia un altro discorso. E lo interrompe. Non ti fa godere proprio delle tue elucubrazioni da lettore. Sicché ti verrebbe voglia di prenderlo a schiaffi. Poi ti trattieni. Ma c’è che ho detto Beckett e Auster, e sarebbe cosa di poco conto, da dare poco credito, solo che ho parlato di “trilogie”, e qui no. Nel senso, non. Saranno Guido e Gianfranco? Ma anche Giorgio o Giacomo, va bene lo stesso. E Gesualdo? Goffredo? Giovanni? Sì sì, tutti quelli che vuoi. Che poi, chi ha scritto, mette sulla carta un tal fottio di cose, di rimandi, citazioni, che siano consapevoli o inconsapevoli, poco importa. Perché se tutto è stato scritto, niente è stato letto, e anche se fosse? Le combinazioni non si esauriscono in un amen come la vita dell’universo. Perché uno parte e l’altro resta, ma d’improvviso, secondo me, si ritrova a correre in una notte con una macchina dietro che perde del carburante e non lo sa, mentre fa marcia indietro a prendere la rincorsa con lui fermo davanti ai suoi fari, oppure corre, sempre corre, dentro a un tunnel e immola una macchina frattanto che si fa in croce a braccia. Per carità, per carità!! Cosa manca, cosa manca? Tutto perfetto? Per niente. Ma qui non posso che riprendere un. Fallire. Fallire meglio. Fallire ancora. Accettare il fallimento non vuol dire fermarsi. Però ora basta con Beckett!!!

Quindi, cambiamo registro. Cambio. Dicevo del romanzo. La trama, interessante, prevede vari colpi di scene. Scene. (nel caso qualcuno pensasse che volessi scrivere “scena”). I personaggi, si mentono vicendevolmente, sapendo sempre qualcosa in più di chi legge. Chi legge, tende a fidarsi, per cui è possibile che si ritrovi in certe situazioni appena caotiche, ma che si disbrigano velocemente tagliando. Come un nodo. Si alternano momenti di pausa, a momenti di non-pausa. Il tutto è discretamente liquido, anche se la densità varia. Un buon romanzo (rischia l’ottimità, si dice così?), che corre il rischio di restare lì, ad aspettare, senza nessuno che lo caghi, ma visto che lo fa in maniera consapevole, ben venga, un po’ di consapevolezza, e responsabilità di. Che è questa poi la cifra della lettura della scrittura, la consapevolezza, e la responsabilità. Possiamo giocare fino a quando vogliamo, e starci sui nervi, ma sempre consapevoli e responsabili che tutto il nostro/vostro/loro/tuo/suo/etc gioco, è tale. Così il Franchi, con questo romanzo, si dimostra consapevole e responsabile. Se pure ci sembrasse poco, guardiamoci intorno. Bene. E facciamo i nostri conti.

Fine.

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