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“La brace dei Biassoli” è un omaggio commovente e lirico alla madre e alla sua stirpe, alle proprie radici, ai propri antenati. Il nucleo d’origine di tutto il racconto – d’impostazione autobiografica – è formato, oltre …

j'Gio, 11 Giu 2009 21:31:26 +0200p(http://www.lankenauta.it/?p=5723eLankenautafLa brace dei Biassoli

“La brace dei Biassoli” è un omaggio commovente e lirico alla madre e alla sua stirpe, alle proprie radici, ai propri antenati.

Il nucleo d’origine di tutto il racconto – d’impostazione autobiografica – è formato, oltre che dalle liriche di Tobino, dalla terza parte che, col titolo “I Biassoli” fu pubblicato in Botteghe oscure nel 1952.

La brace dei Biassoli” è una narrazione evocativa, quasi una ricerca del tempo perduto, tutta rivolta ai Biassoli di Vezzano Ligure, la famiglia materna, borghese e benestante.

Al paese natio, nella vecchia casa di famiglia, è ritornata la madre dell’Autore; dopo essersi dedicata per quarant’anni al marito e ai quattro figli, ha deciso di andare a morire vicino ai suoi avi, circondata dalla loro spirituale presenza.

Tre parti compongono l’opera: “Alcune memorie sulla signora Maria, i Biassoli e Vezzano Ligure”, “La signora Maria torna dai Biassoli”, “Il ritorno di Alfeo”.

Nella prima parte Tobino procede per ritratti, così come ci ha abituati in altre sue opere. Compaiono la zia Anna “alta e forte, agile e testarda come una capra di montagna”, rinchiusa nel suo dolore per la morte di entrambe le giovani figlie; la zia Virginia rimasta zitella dopo che un amore corrisposto non aveva potuto trovare compimento nel matrimonio per disaccordi tra i rispettivi padri sulla dote; la zia Lisetta, colpevole di aver sposato un vedovo; lo zio Alfeo, l’unico maschio di famiglia, morto a ventisette anni, la cui figura ricomparirà da protagonista in chiusura del libro.

E poi la Clementina, la serva che conosce bene i Biassoli; Gioà, il contadino col suo carro trainato da buoi col quale ogni anno l’autore compiva, da bambino, un tragitto per le campagne e le proprietà di famiglia; la Rò di Cavana, che riuscì a far fuggire il figlio ai fascisti, ma non lo rivide mai più.

Tutti insieme questi personaggi creano una dimensione corale e si uniscono al paese, alle sue case, alla chiesa, alla natura intrisa di bellezza e di luce, con la quale l’Autore si sente in sintonia.

Figura cardine, filtro attraverso cui Tobino conosce le storie dei suoi avi è la madre, l’ultima dei Biassoli.

Non so se avessi avuto molti favori, quello della madre sì: intenderci senza parlare, non covare il più lontano dei dubbi, vederla come la bellezza che non ha il peso della carne, per lei esser sicuro della esistenza dell’anima”. (p.6)

La madre non è solo una figura affettiva cui indubbiamente l’Autore rende omaggio, è il fulcro delle memorie e contemporaneamente è colei che conclude un’epoca, un ciclo familiare. La minata stirpe dei Biassoli finisce con la signora Maria. Andata giovanissima in sposa a un uomo di vent’anni più anziano, aveva lasciato Vezzano e si era allontanata dalle sue radici. Alla casa d’origine ritorna nell’ultima parte della sua vita e qui si spegnerà lentamente, qui il figlio, giunto al suo capezzale, la vedrà, durante quattordici giorni, colloquiare con i suoi antenati, riprendere un legame che pareva essersi allentato e che ora prepotentemente la chiama.

Le voci dei Biassoli scomparsi la circondano e finalmente, assolti i suoi compiti di moglie e madre, Maria può ricongiungersi a loro. Il figlio assiste e si assume il compito di tramandare, lui scrittore, lui poeta che non ha saputo proteggerla, pur amandola teneramente.

Tobino sente che le sue radici “bevevano i Biassoli”.

Io la seguivo a tratti, io suo figlio, che qualcosa avevo anch’io dei Biassoli, e timidamente mi pareva che lei mi lasciasse in eredità una parte della vita passata”. (p.111)

Struggente e appassionata è la seconda parte del libro, in cui il figlio accompagna la signora Maria, affannata per il cuore impazzito, nel suo congedo dal mondo, accolta dalla sua stirpe, grondante di memorie, solo a loro dedita, ormai quasi dimentica dei figli divenuti adulti, con loro vite altrove.

Il più vicino è l’Autore, che vive per quattordici giorni solo con la madre, dimentico di tutto, preso nel raccogliere le ultime testimonianze sul suo passato, sulla sua storia, su quei Biassoli che sente propri, dai quali eredita una misteriosa malattia che proprio in quei momenti si manifesta.

La signora Maria se ne va con dignità, erano anni – siamo nel 1947 – in cui la scienza non era ancora avanzata così tanto da prolungare all’infinito l’agonia e i malati morivano nel loro letto, in pace, circondati dai loro oggetti e dal loro mondo. Le considerazioni del figlio sono dettate da consapevolezza e dall’affetto, non dal cinismo.

Era tempo che mia madre morisse, un danno rimanesse viva, non più a fare nulla nel mondo, avrebbe ritardato la vita degli altri; il suo dovere era andarsene, dopo aver ubbidito al richiamo dei Biassoli; andarsene guardando me che piangevo e la chiamavo”. (p.119)

L’ultima dei Biassoli si ricongiunge nella morte ai suoi cari e soprattutto ad Alfeo, il cui errore imperdonabile era stato quello di firmare una cambiale in bianco, violando così il decoro di famiglia.

Proprio il giorno del matrimonio di Maria si era presentato il messo riscuotitore e il guaio era stato scoperto. Quel fatto era stato quasi una premessa di sventura, Alfeo sarebbe morto poco dopo ancor giovane.

La vicenda dei Biassoli su conclude così, in un epilogo di morte che tutti li riunisce. Rimane l’Autore, “tutte le storie passate si mossero a inseguirmi, a circondarmi, ad alzarsi davanti a me”. (p.144)

La memoria in Tobino non è solo evocazione del passato o un suo rimpianto, è un modo per addentrarsi nella vita e per ribadirla con passione. Se gli avi sono ormai dei fantasmi, se la cassa di Alfeo, trovato ancora intatto, viene fatta richiudere e sul suo volto viene steso un fazzoletto di Maria, l’Autore non può comunque evitare di percepire in quel gesto “un’ondata prepotente di vita nella sua morte”.

Colloquio vitale dunque, omaggio, rivisitazione delle proprie radici, riscoperta della vecchia casa e del paese – anche i luoghi parlano in Tobino – con empiti di puro lirismo, “La brace dei Biassoli” si conferma come uno dei testi migliori di Tobino.

Articolo apparso su lankelot.eu nel giugno 2009

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