Assunta è una donna ormai anziana, brutta, dal “volto angoloso” e con un occhio storto. Figlia di contadini, ha sempre lavorato dall’alba al tramonto come un animale da soma.

All’età giusta si è sposata con Giobetto, un giovane sempliciotto, ma d’aspetto gentile, che abitava nella cascina vicina. Non è stato un matrimonio d’amore, ma un’unione combinata dai rispettivi padri. Dell’amore Assunta “conosceva solo gli accoppiamenti fra le bestie della stalla e del cortile” (p.7), ciò nonostante sono nate due figlie, che si sono a loro volta sposate e si fanno vedere di rado.

Tra Assunta e Giobetto non c’è nessun dialogo, non sanno che cosa dirsi e come dirlo, sono appena alfabetizzati e in fondo non s’interessano di nulla, parlare non è indispensabile, né così importante.

La loro vita cambia quando – le figlie ormai cresciute – i due contadini vengono assunti come giardiniere e donna di servizio presso la villa di una ricca signora nelle vicinanze della città. La paga è buona e soprattutto inizia per Assunta una nuova esperienza: è la cameriera personale della signora, che ogni giorno le parla, si occupa di lei, le compera gli occhiali affinché possa leggere almeno i rotocalchi, la tratta finalmente come un essere umano.

Assunta, a poco a poco, incomincia ad esprimersi, dialoga, conosce le abitudini della signora, i suoi abiti, la biancheria, i gioielli nelle loro scatoline, è affascinata e curiosa, si dedica alle pulizie e al riordino con premura e precisione. Trascorrono due anni, nei quali Assunta si sente creatura umana, con un suo pensiero e non più soltanto una bestia da soma.

Un giorno la signora, che ha la massima fiducia in Assunta, le rivela di essersi ricordata di lei nel suo testamento. La domestica è contenta ma, nello stesso tempo, s’insinua in lei il timore di perdere quello straordinario dono.

Diffidente e sospettosa, riesce a confidarsi con la sorella, che la indirizza a un sedicente mago di Poggibonsi, un ladro che le commissiona il furto di tre anelli della sua padrona.

L’ignoranza e la superstizione rovineranno tutto e, per la signora, ispirata nella sua azione da idee socialiste imparate in famiglia, sarà una cocente delusione.

Assunta invece sembrerà ritrovare una serenità nel suo ritorno a una vita semi-animalesca e priva di complicazioni. In quel rapporto si è sentita non solo una ladra in senso materiale, ma ladra di sentimenti, è come se avesse rubato qualcosa che non può interiorizzare, che mai farà parte di lei.

Pareva in certi momenti alla signora di aver raggiunto, di toccare la verità, l’Assunta non era ladra di anelli, né compare di un ladro o complice di un istigatore, aveva solo rubato sentimenti, da lei stessa se li era creati senza avvedersene, aveva messo su un piccolo tesoro e poi lo aveva disperso, ridotto in cenere, buttato via, perché era troppo gravoso conservarlo, non adatto a lei, aveva constatato che costava dolore, turbamenti, un peso nella testa”. (p.113)

L’immagine finale di Assunta e della sorella che insieme ridono ricordando il loro passato e appaiono chiuse in un mondo tutto loro, è significativa.

Forse la felicità dell’Assunta era in comunione dei frutti della terra, il governo della stalla, l’alleanza con gli animali, che anche loro nascono, hanno godimenti, sofferenze, e poi muoiono”. (p.126)

Tobino le definisce “vere donne, sorridenti davanti al mistero della vita” e il richiamo va alle libere donne di Magliano, le pazze che, tra le mura del manicomio, gridano i loro deliri e rivelano una vitalità straordinaria.

Assunta è vera soltanto nel suo stato primordiale, che non ha nulla di bello, di appariscente o accattivante, eppure è suo e soltanto lì si sente sé stessa.

Romanzo breve, dalla trama lineare e dallo stile essenziale, “La ladra” non è tra le opere maggiori di Tobino, è una storia semplice, con pochi personaggi, facilmente leggibile.

Rivela l’abilità – di psichiatra oltre che di scrittore – di Tobino nell’analizzare i sentimenti umani, specie quelli della signora e di Assunta, che effettua un suo percorso esistenziale, sembra cambiare, ma poi la sua vera natura ha il sopravvento e la rende più felice.

Articolo apparso su lankelot.eu nel giugno 2009