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Non è mai semplice trattare cinematograficamente l’adolescenza senza rischiare di incorrere in facili cliché narrativi, artificiosamente problematici o modaioli che siano, come dimostra larga parte del cinema mainstream americano, o tante delle nostre fragili commedie …

j'Mer, 24 Lug 2013 15:13:18 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=5908eLankenautafLe migliori cose del mondo

Non è mai semplice trattare cinematograficamente l’adolescenza senza rischiare di incorrere in facili cliché narrativi, artificiosamente problematici o modaioli che siano, come dimostra larga parte del cinema mainstream americano, o tante delle nostre fragili commedie votate più al “cazzeggio” o a una vaga spensieratezza senza pathos e senz’anima. Non è facile ma non è impossibile, entrare con tocco lieve ma con estrema attenzione alla verosimiglianza di fatti e situazioni narrate, come dimostra l’agrodolce commedia Le migliori cose del mondo, della brasiliana, classe 1969, Lais Bodansky, che ispira questo gioiellino di genere, arrivato nelle sale italiane lo scorso autunno a due anni dalla sua presentazione nella sezione Alice del Festival di Roma, alla serie di libri Mano di Gilberto Dimenstein e Heloisa Prieto.

Mano è un ragazzo di quindici anni, che vive in simbiosi con l’amata chitarra: ha il suo gruppo di amici inseparabili e fantastica su una ragazza di cui è innamorato ma che sembra non corrispondere il suo sentimento; ha un fratello malinconico, di due anni più grande, che lascia i suoi tristi pensieri su un blog, e due genitori che si sono appena separati. Il padre del ragazzo, insegnante universitario, ha confessato alla famiglia la sua omosessualità ed è andato a vivere con un suo studente. I turbamenti della vita di Mano sono amplificati dalla situazione familiare e dal contesto scolastico, non proprio tollerante con chi non sembra essere omologato. Nonostante ciò, Mano si rende conto di vivere l’età più bella, quella in cui tutti i sogni sembrano essere leciti e soprattutto possibili.

Le migliori cose del mondo è certamente una commedia di genere, dai confini stabiliti e dal lieto fine prevedibile e tutto sommato giustificato, visto il target dell’opera, ma si eleva notevolmente da molti lungometraggi a tema proprio per il suo sguardo aggraziato ma rigoroso, partecipe ed empatico, figlio di un’operazione ben congegnata sin dall’idea di base. Ovvero quella di indagare l’adolescenza senza filtri o idee precostituite, senza strizzare l’occhio al marketing di genere e senza avere la necessità di inseguire modelli in qualche caso remunerativi ma trascurabili dal punto di vista artistico e narrativo. Si è infatti scelto, in una fase preliminare, di girare un po’ di istituti scolastici brasiliani, intervistando studenti, insegnanti e famiglie, per farsi un’idea il più verosimile possibile della vita di un adolescente di un contesto più o meno borghese che potrebbe assomigliarsi a San Paolo, a Roma come a New York. Ciò che ne deriva è un’operazione sincera, fresca, non ideologica, non alterata da fardelli morali o inutili derive minimaliste, per una regista che dimostra il suo talento non solo nello scandire in maniera agile e non frettolosa i tempi della narrazione, ma scegliendo anche un cast di giovani attori non professionisti perfettamente aderenti al ruolo. È il caso del bravo protagonista, Francisco Miguez, ma non soltanto, assolutamente in parte perché calato in un contesto che gli è necessariamente congeniale. Quello di far interpretare agli attori i ruoli che rivestono nella vita reale non è la sola intuizione felice della Bodansky, la quale anche dal punto di vista puramente registico fa un ottimo lavoro, avvalendosi di una buona struttura narrativa, realizzata da Luiz Bolognesi ispirandosi ai su citati libri, e utilizzando la macchina da presa in modo da valorizzare al massimo i suoi giovani protagonisti, sfruttando il giusto la colonna sonora come supporto narrativo e concedendosi solo qualche vezzo a livello visivo, come alcune dissolvenze nei momenti in cui l’atmosfera si fa meno spensierata.

In un’ora e quaranta minuti abbondanti la regista brasiliana riesce a far entrare nel film tante tematiche interessanti, toccandone alcune solo in superficie ma senza dar la sensazione di voler mettere nel film di tutto e di più. Anche se in alcuni casi solo con vaghi accenni, i temi trattati, pur quando gravi e seri (tentato suicidio, omofobia), si armonizzano perfettamente in un contesto narrativo che cerca sempre di essere fedele all’impianto immaginato in origine, ovvero indagare l’adolescenza a tutto tondo, mantenendo inalterata, a giusta ragione, quella leggerezza propria all’età che si è scelto di filmare. Del resto, Le migliori cose del mondo è una pellicola che si rivolge a tutti, spettatori, famiglie, educatori e non ultimo a un’industria del cinema che tende spesso a svilire l’età di passaggio e i suoi riti fondamentali in commedie che definire dozzinali è dir poco, soprattutto se si guarda all’Italia (d’obbligo citare Moccia e triste compagnia). Entrare nel mondo di questi ragazzi brasiliani, dunque, dovrebbe poter essere rigenerante per voi, come lo è stato per chi vi parla e adolescente non lo è più, non fosse altro perché, come dice Mano alla fine del film: “Non è impossibile essere felici da grandi, è solo più complicato”.

Federico Magi, luglio 2013.

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