Salinger e il cinema indie – che ha caratterizzato questi primi anni zero – hanno trovato un’evidente corrispondenza d’amorosi sensi, non c’è che dire. O meglio, il nuovo cinema indipendente americano, che molto si è interessato delle dinamiche e delle problematiche adolescenziali, ha guardato spesso e volentieri alla figura di Holden Caulfield, rileggendolo con gli occhi del nostro tempo, resuscitandolo in formato di celluloide attraverso giovani e tormentati alter ego in cerca di sé e di un senso da dare a una vita già percepita come un groviglio di inquietudini lasciate in eredità dagli adulti. La pellicola che per prima ha abbracciato suggestioni salingeriane e che forse resta come una delle più riuscite, anche se meno note, nel genere, è una dramedy curiosa, sarcastica e malinconica mai arrivata nelle sale italiane – ma fortunatamente proposta, qualche anno dopo, in DVD –  che risponde al titolo di Igby Goes Down.

Esordio alla regia di Burr Steers, Igby Goes Down racconta la vita dell’adolescente Igby (Kieran Culkin), figlio benestante dell’upper class newyorchese, il quale non ancora diciottenne ha già collezionato espulsioni in serie da prestigiose scuole e dall’Accademia Militare. Fuggito da una madre alcolizzata (Susan Sarandon) e ricoverata per una grave malattia, abbandonato prematuramente da un padre (Bill Pullman) crollato emotivamente e rinchiuso in un ospedale psichiatrico, Igby vagabonda qua e là e fa tappa nel loft di proprietà del ricchissimo padrino, D.H (Jeff Goldblum). Ha un fratello maggiore che è l’esatto suo opposto: studente modello, arrivista e repubblicano. L’amore per una ragazza (Claire Danes) più grande sembra ridestarlo, ma si rivelerà un fuoco fatuo tanto che Igby, sempre più preda delle sue malinconie, si dà allo spaccio. Le tare affettive accumulate si convogliano sul letto della madre morente, in un contrasto di sentimenti che attraverseranno Igby prima di prendere importanti decisioni. Per Igby è il tempo della consapevolezza che l’età adulta è alle porte, che bisogna cominciare a trovare il proprio posto nel mondo.

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Igby Goes Down non è solo una riuscita opera prima ma è, a ben guardare, uno dei film più rappresentativi della vitalità e dei nuovi temi che portarono, già negli anni Novanta, anche grazie all’importanza che pian piano si ritagliavano i festival di genere (il Sundance su tutti), una nouvelle vague di registi nordamericani a dare nuova linfa al cinema made in U.S.A. Il film di Steers non solo ha partorito degnissimi epigoni (l’ultimo dei quali è l’interessante L’arte di cavarsela, datato 2011, diretto da Gavin Wiesen e interpretato da un bravissimo Freddie Highmore), ma ha fatto sostanzialmente da apripista a tematiche sviluppate in maniera più originale da piccoli gioielli indipendenti, come ad esempio Il calamaro e la balena di Noah Baumbach e Thumbsucker di Mike Mills. Al centro di queste vicende, che omaggiano più o meno apertamente l’opera di Salinger, c’è sempre una deformazione per eccesso di una realtà la quale, per effetto di un gioco narrativo ben consolidato, insegue peraltro punte realistiche vere e proprie. Il sarcasmo è l’additivo che serve ad edulcorare il dubbio e la malinconia, la deriva possibile per gli adolescenti di oggi in un mondo in cui affetti e certezze sono evidentemente più labili. Da questo punto di vista il cinema indie si fa decisamente interclassista anche oltre il rischio dello snobismo più o meno cosciente, sempre possibile e dietro l’angolo quando si tratta a tal modo una simile materia. Igby ne è l’esempio perfetto: agiato ma infelice, precario negli affetti come nella vita. Certo il finale è sempre aperto, e il possibile happy end è dietro l’angolo, anche se in Igby Goes Down, nonostante il velo di leggerezza dato dalla ricerca di situazioni buffe, stranianti e agrodolci – indovinatissimo l’incipit e la conseguente chiusura circolare – sono più i dubbi a restare sul campo che le certezze. E non potrebbe essere diversamente.

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Kieran Culkin, con questo film e con The dangerous lives of altar boys, dello stesso anno, si libera idealmente dell’ingombrante figura del fratello Macaulay, giovanissima e iperpagata star dei Novanta (Mamma ho perso l’aereo, L’innocenza del diavolo) finito successivamente in un vortice di droga e alcol, e disegna magistralmente la figura di un adolescente inquieto, apparentemente menefreghista ma al contrario dotato di viva sensibilità, trovando una performance di assoluto livello che gli valse la candidatura al Golden Globe. Davvero ispirato il resto del cast, con note di merito per Jeff Goldblum, che ci regala un’interpretazione da ricordare; sui suoi alti standard anche la Sarandon, e toccante anche la breve prova di un intenso Bill Pullman. L’allora adolescente Claire Danes già dimostrava di saperci fare, e anche Ryan Philippe convince nei panni del fratello di Igby.

Burr Steers realizza il classico film sull’età di passaggio, affidandosi a una solida sceneggiatura, ancorché costruita su un soggetto non proprio originalissimo, e su un’ottima caratterizzazione dei personaggi. Aiutato dalla brillante prova di tutti gli attori in scena, il regista americano trova una convincente alchimia degli elementi e indaga i turbamenti adolescenziali sotto la lente d’ingrandimento della sostanziale indifferenza di adulti troppo presi da se stessi, se non addirittura prematuramente annientati da una vita agiata ma piena di pressioni. Il contrasto tra mondo adulto e giovani in cerca di sé è marcato ed evidenziato da precise scelte di campo, laddove però le nebulose e i conflitti sembrano diradarsi almeno in alcune significative sequenze; tra le quali, senza alcun dubbio, spicca l’eutanasia della madre assistita da due figli che non potrebbero essere più diversi. Qualche cliché abusato c’è, ma nessuno dei personaggi, in fondo, nonostante l’apparenza, è a una sola dimensione. Igby Goes Down è in effetti una coinvolgente opera corale in cui spicca un protagonista al quale, in fin dei conti, non possiamo che sentirci vicino.

Federico Magi, agosto 2012.