Un piccolo libro su un argomento scomodo. Concreto. Dove il tema viene affrontato senza filtri letterari, ma partendo dall’esperienza umana e rifacendosi al messaggio cristiano.

Nella letteratura i riferimenti alla malattia, alle nevrosi soprattutto, non mancano: trasfigurati nei romanzi, non cessano di essere interessanti.

Qui siamo su un piano totalmente diverso: quello esperienziale, concreto, accessibile a tutti e che tutti riguarda.

Un libro innovativo, però. Niente a che vedere con certi testi divulgativi fatti di luoghi comuni, pie devozioni o speranze miracolistiche.

Già l’argomento contribuisce a rompere uno scandaloso silenzio che alle volte si crea attorno alla malattia: tema inquietante, pauroso, universale (come la morte, il grande tabù del nostro tempo) e spesso evitato in una civiltà che ha fatto del benessere fisico e dell’eterna giovinezza uno dei suoi miti portanti (e uno dei suoi business più redditizi).

Ciò che è invalidante, deturpante, ciò che indebolisce e rende “non produttivi” va evitato. Oppure va spettacolarizzato, ma allora è, appunto, spettacolo, altro da sé, distacco. Non ci riguarda personalmente.

Ed invece: “è dunque con timore e tremore e con grande umiltà che osiamo dire (audemus dicere) qualcosa sulla malattia” – osserva Enzo Bianchi.

Un secondo aspetto rende questo snello e agile libretto profondamente nuovo.

Pur in tutta umiltà, senza alcun tipo di presunzione intellettuale, elimina certa communis opinio assai diffusa in ambienti cattolici e non.

Bianchi lo definisce il “dolorismo”, riferendosi al concetto di sofferenze che uniscono a Cristo, come se Dio usasse il dolore per uno scopo di redenzione o punizione. Osserva il priore di Bose: “lo sguardo che la fede cristiana porta sulla malattia non può farsi ispiratore di atteggiamenti inumani: sia nel senso di produrre una colpevolizzazione del malato, sia nel condurlo a proclamare la malattia un ‘privilegio’ perché unisce più strettamente al Cristo sofferente, o a vedere in essa lo strumento con cui Dio corregge il peccatore, o con cui l’uomo vede accresciuto il proprio merito, e così via.

Il fatto che la sofferenza, il male e la morte siano stati abitati da Cristo e che pertanto anche le situazioni di malattia e sofferenza possano nella fede essere vissute con e in Cristo, non toglie certo quel volto ‘nemico’ che è ineliminabile dalla malattia e che impegna il cristiano anzitutto alla lotta e alla resistenza contro di essa”.

Secoli di dolorismo spazzati via.

Ancora Bianchi: “Come può Dio gradire l’offerta di ciò che disumanizza e sfigura? Che immagine di Dio suppone una tale ‘offerta’? Non certo quella del Dio rivelato da Gesù Cristo! L’esempio di Gesù Cristo che non ha offerto le sue sofferenze al Padre ma ha poi vissuto la sua sofferenza e anche la sua morte facendone un atto di amore, ci mostra che a noi non è chiesto di “offrire la nostra sofferenza” a Dio, ma di vivere nell’amore la situazione dolorosa che si sta traversando. Ciò che è gradito a Dio è l’amore, non il sacrificio, ci ricorda il profeta Osea (6,6)”.

Fino a portare uno sguardo diverso sul malato. Scrive Manicardi: “Colui che visita l’altro nella malattia gli narra l’interesse che Dio ha per lui attraverso l’interesse che lui stesso manifesta al malato […] fa emergere la significatività che il malato ha”.

Non più solo oggetto (di cure, di attenzioni e così via), il malato è, e rimane, soggetto, persona fino alla fine.

Il libro è diviso in due parti: la prima, “Di fronte alla malattia”, curata da Enzo Bianchi, la seconda, “Accanto al malato” scritta da Luciano Manicardi.

Ogni affermazione del libro trova fondamento nella Bibbia: dalla legittimità della protesta del malato (libro di Giobbe) al comportamento di Cristo verso i malati, ai Salmi, con una mirabile conoscenza e rilettura del testo sacro.

articolo apparso su lankelot.eu nel gennaio 2009