Che cosa significa essere un uomo di spettacolo, che però aborre lo spettacolo? O un artista totale in mezzo al suo disfarsi di se stesso? Che cosa significa essere un pensatore acuto, un brillante affabulatore e al tempo stesso disprezzare il pensiero, quando si fa racconto e spiegazione?

Che cosa significa fare film, e disprezzare il cinema?

Troviamo la risposta a queste domande in questo libro d’interviste a Carmelo Bene,  uscito per Minimum fax nel 2011, Contro il cinema, e curato da Emiliano Morreale,  libro che ci dà un’ulteriore prova dell’estrema consapevolezza dell’artista, votato al suo demone. È tempo  di riesaminare quella lucidità, quel dispendio di sé,  quel folle rigore,  che  Carmelo Bene ha trasmesso attraverso le sue opere teatrali, cinematografiche, letterarie, televisive.

Il libro ci getta un’altra luce sulle sue passioni, in primis la letteratura, centro di ogni cosa.  Periferico il cinema, periferico persino il teatro, centrale la poesia, centrale la parola scritta. Carmelo era un letterato di razza, possessore di quell’istinto che non ti fa sbagliare un libro, lettore attento e vorace, appassionato amante dei suoi autori morti.

“Bisogna essere nati in una certa maniera. Bisogna saper scegliere. Leggere un rigo e poi comprare il libro o no; sbatterlo via. Queste sono fortune che non capitano a tutti, sono state date a Dante, a Shakespeare, sono state date a Cervantes, a Omero. Non si tratta di genio ma d’istinto, di fortuna.”

Ponendosi sempre fuori dalle dinamiche e dalle diatribe del sociale, rivelando la potenza dell’atto totale, stirneriano; ebbro della propria volontà di potenza, individuo puro, allo stato brado, Carmelo Bene arriva a incarnare involontariamente la figura di un pedagogo, di un maestro della gioventù, perché etica ed estetica si trovano qui abilmente contraffatte e brillano di una luce sinistra. È  un paradosso vero? Aldilà delle pose istrionesche,   in Carmelo Bene io sento soprattutto l’umiltà di chi ha molto ascoltato, ascoltato la letteratura,  appunto,  il carisma di chi s’intrattiene con il proprio daimon fino alle estreme conseguenze.

Che cosa ha liberato nell’aria Carmelo Bene con la sua presenza che ancora respiriamo, con le sue deliranti opere cinematografiche, per esempio, dove il delirio però è assunto consapevolmente, non come i surrealisti che si limitano a mimarlo, Carmelo Bene, da grande attore che si fa macchina attoriale,  lo incarna. Che cosa incarna in sostanza? Il proprio svanire, la propria dissolvenza in bianco, la dimensione notturna del negativo, ottenuta con la “sospensione del tragico”.  Per Carmelo Bene, l’uomo e la vita non sono tragici, sono ”ridicoli”, ma alla maniera schizoide di un Céline, nella consapevolezza di un limite ontologico, di un esser nulla, di un blaterare a vuoto.  Qui il comico si rivela per quello che è: freddo, crudele, senza pietà e senza pathos.

C’è dietro un folle rigore, una profonda conoscenza del cinema anche nei suoi aspetti tecnici, e insieme c’è la voluttà del disordine, il gusto del caos, che si declina in una fusione di elementi barocchi e kitsch. Da quest’apparente disordine emerge però un cinema di grande armonia, dove musiche,  colori, parole acquistano le loro  risonanze alchemiche. C’è soprattutto una conoscenza delle tecniche del cinema e della televisione che i più si sognano, tecnica che diventa linguaggio, contraffazione del linguaggio e suo superamento critico.

“Questo voler dir tutto in un racconto… Che ridere.” dice il protagonista di Hermitage, e allora invece di raccontare, di riferire un testo, frantumare il gesto, per farsi “musica per gli occhi”, così Carmelo Bene definiva il suo cinema, preferendo essere riconosciuto musicista piuttosto che degradato a cineasta.

Tutto viene dalla letteratura, di cui il cinema è un sottoprodotto, com’è un sottoprodotto della pittura.

“Il cinema è nato come cattiva imitazione della letteratura. Io credo che il tempo che uno dedica a vedere un film di Ėjzenštejn sarebbe meglio usato per leggere Puskin, perché si trova di più e meglio. Perché rifiutare di vedere il bello per vedere il distribuito, il contemporaneo?”

Così nelle parole di Carmelo Bene: “il cinema è spazzatura”  perché “ ha sempre saccheggiato  e scimmiottato le altre arti” come si legge in un altro testo – intervista ,  fondamentale per comprenderlo, Vita di Carmelo Bene,  intervista monstre, intervista fiume concessa a Giancarlo Dotto, libro fondamentale per capire l’intero mondo artistico che ci è ruotato attorno,  diciamo dalla fine degli anni Cinquanta  fino sostanzialmente al 2000, Carmelo è morto nel 2002.

In quest’altro libro, Contro il cinema, in queste interviste – le più interessanti sono forse quelle concesse alla stampa estera negli anni Sessanta –  si capisce il terribile sforzo di Carmelo per sottrarsi alla stessa forma – intervista, alle temibili tagliole stilistiche rappresentate dall’autore che spiega la sua opera. È  fondamentale riconoscere che in Carmelo Bene tutto è atto artistico e come tale straordinariamente scrupoloso, anche rispondere a delle domande, così spesso impudiche, prive di scrupoli, e irrispettose nel loro tentativo coercitivo: rinchiudere la complessità in un trafiletto. Del resto è nota l’avversione che aveva Carmelo per il giornalismo e i giornalisti. Così, come sempre, anche queste interviste rivelano il suo genio e la sua  umiltà istrionicamente trasformata anche nel suo contrario. L’umiltà è quella dell’artista che ha come suo interlocutore il genio, cui tende, cosa che però in Carmelo Bene, diventa la ricerca di una santità assurda, quasi autistica, a bocca aperta. Qui  tutto e vanità, la letteratura, la cultura, il cinema, la pittura, l’arte, cose che sono nulla rispetto alla beatitudine dell’immediato, alla ricerca di quegli attimi di abbandono che danno senso alla nostra vita, come si legge  in alcuni versi de La terra desolata di Thomas  Stearns Eliot, che sono la sintesi più efficace di quello che cercava Carmelo Bene, soprattutto, ma non solo, nell’opera teatrale e nell’opera poetica, perché troppo spesso si dimentica che l’ultima clamorosa manifestazione  di  Carmelo  è un poema, “‘L mal de’ fiori “. Ecco i versi di Eliot:

Che abbiamo dato noi?/ Amico mio, sangue che agita il mio cuore/ L’ardimento terribile di un attimo di abbandono/ Che un secolo intero di prudenza non potrà mai ritrattare/ Per questo e questo soltanto, noi siamo esistiti […] “

In queste interviste Carmelo Bene ci rivela anche cosa fosse per lui l’autore:

“ Ripeto, l’importante è considerare gli autori di un’opera morti. Perché sono fuori da quell’opera o perché sono autori di altre cose, che stanno pensando, quindi non possono dare nessuna delucidazione sull’opera fatta. La morte dell’autore è la prima cosa, per cui i miei prediletti autori, in pittura, in musica, sono tutti morti. Se io domani, oggi, amassi un contemporaneo cercherei di non incontrarlo e non di incontrarlo”.

Anche per questo Carmelo ha sempre intrattenuto rapporti difficili con la critica sua contemporanea, sovente paraocchiata, desiderosa quasi sempre di inchiodare l’artista a degli stereotipi,  arrivando a definirla inutile:

Ma è l’opera stessa che in quanto artistica è anche critica, e non ha quindi alcun bisogno di essere criticata. In conseguenza di ciò io do una visione critica del Don Giovanni. Il filmato che io presento è la mia critica al Don Giovanni. Ne consegue che la presenza del critico è del tutto superflua. “

Critica dunque che Carmelo Bene ha visto inerente all’atto artistico, che in quanto tale è già atto critico.

A che pro la critica? A che pro cercare “un letto in un domicilio altrui” definizione della critica data da Léon Bloy, che Carmelo ripeteva spesso. Ecco un altro nodo: le citazioni, che Carmelo Bene ha disseminato ovunque, nei suoi romanzi, nei suoi film, nel suo teatro, nelle sue interviste. Citazione come necessità di aprirsi un dialogo nel limbo, in cui s’incontrano Valéry, Huysmans, Santa Teresa D’Avila, Schopenhauer, Rilke, Borges, Gozzano, Shakespeare, Laforgue, Baudelaire, Nietzsche, e gli innumerevoli compagni di viaggio di Carmelo e di tutti quelli che amano la letteratura e la mettono al centro della loro vita.

Già sarebbe sufficiente questa costellazione (di nomi ce ne sono molto altri) per riconoscere a Carmelo Bene la sua grandezza.

Aristocratico perché incline alla solitudine dei libri, egli mostra un sovrano disprezzo per il cinema e le turbe che esso coinvolge. Non bisogna, infatti, fare del cinema ma cercare di fare dell’arte.

  “Qui non m’interessa sapere se è buon cinema o no, se è cinema o no. Perché non si tratta di fare del cinema – vivaddio o abbasso dio che sia! – ma di fare dell’arte. E’ questo che conta. E arte vuol dire reclamare se stessi, continuamente.

Ciò nonostante realizza del cinema, o meglio lo fa a pezzi con sistematico rigore. I suoi film non raccontano storie, non intrattengono intorno al fuoco, non sono confezioni hollywoodiane a uso di un pubblico condizionato, sono il cinema di un poeta, che sta al cinema come un pesce fuori dall’acqua, che non può che restituirci visioni annaspanti del suo annegare in un elemento estraneo. Così il suo cinema è un cinema di contorsioni, in cui tutto è stritolato o strizzato come una spugna, in cui l’occhio incontra se stesso, e  intuisce un ritmo, una musica, basti pensare al montaggio geniale e serrato del film Salomè, moltiplicazione forsennata di fotogrammi, a preannunciare con più di dieci anni  di anticipo l’era dei videoclip.

Tutto questo realizzato con supremo disprezzo verso il cinema, e oltre a queste interviste penso a quello straordinario scritto intitolato L’orecchio mancante, in cui Carmelo Bene ridicolizza tutto il cinema dei vari Fellini, Pasolini, Rossellini, Antonioni, eccetera,  realizzando loro parodie con un linguaggio dialettale,  caricaturale, sostanzialmente inventato.  Il cinema incarna, nelle parole di Carmelo Bene, un succedaneo, un surrogato della letteratura e fa l’esempio del neorealismo che approdò al cinema diversi decenni dopo Zola, come volgarizzazione di una visione del mondo già logora.

La letteratura dunque al centro, Il cinema degradato a espressione sommamente anti artistica, ”artigianato subumano”, regno del regista e della troupe, dell’ “elettricista che bestemmia”, un colossale spreco di tempo, sostanzialmente inteso a giustificare “il ludibrio di un enorme canestro  di pop –  corn da svuotare nel buio”, come dice in un passo da vertigine contenuto in Vita di Carmelo Bene.

Carmelo ci dimostra cosa è un artista: uno che ingaggia una lotta forsennata contro l’Arte, la demolisce o meglio demolisce tutti i concetti che puntellano quella oscura cosa chiamata Potere. L’accusa contro il cinema è ancora peggiore, non è un’arte, è “la spazzatura di tutte le arti, ” che paradossalmente tendono al cinema che le codifica e le annienta in nome di un gusto medio e mediocre. In fondo per Carmelo Bene l’arte è fallimento, assenza, inciampo, lotta contro lo strapotere della parola, o meglio della sua caricatura vigente, l’opinione, “opinionismo di massa” lo chiamava Carmelo, dove la parola è massacrata, mangiucchiata, risputata.  Questo” opinionismo di massa” si mette a fare film, e ha pretese di arte. In fondo Carmelo, avendo sempre coltivato consapevolmente un’indole da reazionario, non poteva sopportare questa tracotanza.

La regina delle arti, è comunque la letteratura, la musica al massimo, arti che a Carmelo interessano nelle loro manifestazione eccessive,  che eccedono il mestiere e diventano altro, vita, forse, estasi, abbandono. Il cinema è realizzato raramente da un artista, secondo Carmelo Bene, per cui esso era davvero per lui quel    “plebiscito contro il buon gusto“ di cui scriveva Baudelaire, non a proposito  del cinema, ovviamente, ma del teatro. Così Carmelo Bene ha sempre percepito e raccontato l’inutilità dell’arte e della vita, ha sempre mostrato che siamo macchine di un delirio che ci sfugge: il linguaggio.

In questo libro  nello straordinario colloquio con Maurizio Grande, abbiamo una profonda riflessione, compiuta da entrambi, sulla tecnica come linguaggio, sulla tecnica che diventa arte. Tutto questo non è, però, mero virtuosismo, è un disfarsi di sé, del mestiere, di tutti i  codici normalizzanti, che rendono falso lo spettacolo e per quel che più conta falsa la vita. Dice Maurizio Grande:

“Linguaggio dell’eccesso, linguaggio all’eccesso senza contorni di lingua o di codice normalizzante, ma semplice e profonda distensione nel linguaggio, distensione del linguaggio e dell’esperienza estetica, distensione dell’estetico senza luoghi deputati.  “

Bisogna perciò temere il potere e le sue rappresentazioni, che paiono negromanzie intellettuali, coercizioni straordinarie della libertà di pensiero e di espressione. Carmelo Bene sintetizza tutto questo nel suo cinema, nelle sue opere televisive.  Per esempio, nell’Amleto realizzato per la Rai, dove intuizioni tecniche (eliminare i grigi, sacrificare la scenografia,  considerata un arredo inutile e un intralcio dell’occhio, limitarsi a suggerire un ambiente, eliminare i campi medi) diventano maschere di una esautorazione del senso, come supremo codice normatore. Tutto questo è criminale, nelle parole di Carmelo Bene, l’arte è un attentato alle venerate istituzioni della cultura. Non bisogna però fare di Carmelo Bene un semplice dissacratore, egli ci restituisce Shakespeare o Oscar Wilde perché li reinventa, li tradisce, li critica e non ne fa lettera morta da trasmettere come una reliquia. Cogliendone la modernità getta Amleto, Otello o Salomè, nel calderone di una sensibilità che non si può neanche definire nuova, perché è antica come il teatro. Come sempre, Carmelo ci racconta la lotta segreta fra arte, delinquenziale e inutile, e potere, normativo e oppressivo.

“Arte e criminalità. Contro il padronato dell’arte e per l’artigianato. Come nel Rinascimento. Amleto è un criminale. Non ci può essere arte che non sia delinquenziale. È  giusto che l’arte poi sia sconfitta com’è giusto che entri alla fine quel Fortebraccio senza testa che è il potere.”

Nessuno come Carmelo, e si capisce anche da queste interviste, ha perseguito con rigore, con follia, con amore, direi, la sua visione, e di essa ha fatto il centro dei propri atti e del proprio respiro. Fino al bulimico assorbimento di tutto:

Io contengo in me il regista, l’autore, il produttore, il distributore, lo showman, l’addetto alle public relations, tutto. Sono milioni di contraddizioni. Le accetto tutte, me le assumo. Vedete come la politica diventa di massa? La massa dei miei atomi. “

 Quello che questa raccolta d’interviste comunica è in fondo la visione di un letterato, che si trova a fare cinema, che polverizza il cinema, la visione di  un iconoclasta dietro la  macchina da presa,  che  ha  sempre sostenuto l’ inferiorità del cinema rispetto alla letteratura, la sua mediocrità di ipnotico per folle un po’ istupidite.

Cinematografico Joyce, cinematografico Gozzano, cinematografico Borges,  questa sostanzialmente è l’idea di Carmelo Bene. Da un iconoclasta non potevamo aspettarci diversamente: il cinema è in fondo, in gran parte, il regno delle banalità e del conformismo. I film si assomigliano tutti, degradati, agli occhi di un artista totale come Carmelo, dal culto della trama. Non c’è trama o racconto possibile per Carmelo Bene, non ci sono idee, non c’è contesto, non ci sono tutte le rassicuranti e consolatorie codificazioni del cinema.

I suoi film sono importanti anche per questo: perché distruggono tutte le illusioni cinematografiche, personaggio, trama, conclusione, messaggio, tutto quel paesaggio di luoghi comuni che il cinema ha preso dalla letteratura.   I suoi film  sono il risultato di una nausea per l’immagine così sottile da avere connotazioni filosofiche fuori dal comune. Soprattutto è la modernità dell’insieme che colpisce, modernità come reinvenzione costante, accompagnata da una critica spietata  dei suoi stessi miti, in cerca del loro annullamento. La cosa è davvero radicale, il linguaggio stesso è radicalmente contestato, sia esso letterario, cinematografico, teatrale, pittorico, televisivo, è sempre un’incudine del Potere sopra il nostro capo. E allora bisogna rovesciare i codici, laddove gli altri fanno un racconto più o meno edificante, Carmelo irrompe con l’urgenza selvaggia della poesia e il risultato è di trascrivere lo smarrimento dalla pelle dell’attore – autore fin sulla pelle dello spettatore – voyeur.

Per Carmelo Bene tutto tende alla pagina bianca, in letteratura, e alla dissolvenza, nel cinema, annullamento dell’immagine attraverso la sua moltiplicazione.

Non si tratta di cinema, in fondo, non si tratta di teatro filmato, non si tratta neanche di letteratura per immagini, è qualcosa d’irripetibile e mai visto. È  semplicemente Carmelo Bene.

“Si tratta di scantonare a un padronato, a una verità qualunque, a un padrone qualunque, all’andare a braccetto di arte e potere. Perché l’arte sia sconfitta se diventa padronale. Perché sia battuta se si incorona di niente, di quel niente che è il potere. “