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Quasi tre anni fa, nel gennaio del 2009, uscì nelle sale italiane un film svedese che aveva ottenuto numerosi riconoscimenti in diverse rassegne cinematografiche e che  aveva fatto gridare al piccolo capolavoro, considerando il genere. …

j'Mer, 12 Ott 2011 18:14:24 +0200p(http://www.lankenauta.it/?p=6689eLankenautafBlood Story (Let Me In)

Quasi tre anni fa, nel gennaio del 2009, uscì nelle sale italiane un film svedese che aveva ottenuto numerosi riconoscimenti in diverse rassegne cinematografiche e che  aveva fatto gridare al piccolo capolavoro, considerando il genere. Lasciami entrare, diretto da Tomas Alfredson e ispirato al fortunato e inquietante romanzo omonimo di  John Ajvide Linqvist, arrivò nei cinema di tutto il mondo a breve distanza dal successo planetario del patinato romantico-vampiresco Twilight, trattando un tema – orrorifico solo superficialmente: il vampiro e la sua feroce diversità in un mondo popolato da umani – che sta velocemente tornando in auge sia nella letteratura horror-fantasy che nel cinema di genere. Lasciami entrare è stato però, rispetto al filone vampiresco recente, un film assai diverso, qualcosa di infinitamente più affascinante, angosciante e inquietante, riflessivo e nondimeno malinconico e sentimentale. Ma è un sentimentalismo che cinge lo spettatore, che scava nel profondo, quello che restituisce la vicenda dei giovanissimi Oskar ed Eli, accomunati da una solitudine che non potrebbe essere più insopportabile, tanto da renderli dei disadattati e dei “diversi”, ognuno a suo modo, agli occhi del mondo che li ospita.

L’amore che si consuma, in un trionfo di morte e sangue, tra il dodicenne bambino vessato a scuola e la coetanea ragazzina vampiro, costretta a spostarsi per sopravvivere, ebbe un impatto talmente potente su pubblico e critica che, a circa due anni di distanza, Hollywood ha deciso di farne un remake affidato al talentuoso Matt Reeves (Cloverfield). Let Me In, come al solito trasformato inopinatamente in Blood Story (che fa sicuramente più presa, ma che è lontano anni luce dalla profonda valenza del titolo originale) è arrivato da pochi giorni nelle sale italiane, con colpevole ritardo rispetto all’uscita internazionale, riscontrando peraltro un buonissimo successo di pubblico, naturalmente superiore rispetto all’originale che godeva di un pressoché nullo battage pubblicitario. Il rischio per Matt Reeves, diciamolo apertamente, era quello di lasciarsi andare all’horror più spinto e al gore più becero, restituendo un sentimentalismo grossolano e vagamente consolatorio, condendo il tutto con una buona dose  di spettacolarizzazione made in USA. Così non è stato perché Blood Story, definito addirittura da Stephen King l’horror più inquietante degli ultimi vent’anni e lodato dalla critica in madrepatria, ha l’indubbio pregio di seguire fedelmente l’opera di Alfredson, scegliendo addirittura la stessa circolarità per chiudere con gli stessi, identici interrogativi. Ma se si trattasse di una pur riuscita fotocopia l’opera di Reeves non avrebbe avuto questa eco internazionale e il successo di pubblico che ha ottenuto in America, perché ciò che rende Blood Story un degno erede dell’originale è proprio il taglio del film, è il piglio autoriale di un regista che non reinventa ma rilegge con personalità e senso del cinema, con altrettanta se non superiore virulenza una fiaba nera che invita alla riflessione e all’immedesimazione, alla partecipazione rispetto alle sorti di due ragazzini che cercano il loro posto nel mondo.

L’ambientazione glaciale si sposta dalla periferia di Stoccolma, in cui Linqvist ambienta il suo romanzo, al New Mexico in piena era reganiana, ai margini di un’America desolata e bigotta, già ampiamente in crisi d’identità, i cui giovanissimi figli sono assai ricettivi alle leggi del branco. Owen e Abby si incontrano, come prima di loro Oskar ed Eli, avvicinandosi pian piano, fino ad unire le loro solitudini. Se Abby insegna il coraggio ad Owen, costantemente picchiato da un gruppo di ragazzini, Owen le dà la possibilità di aprire il suo cuore a un mondo, quello degli uomini, di cui è costretta a nutrirsi voracemente per sopravvivere. L’unione dei due ragazzini si fa presto amore e successivamente rivolta: rivolta contro un realtà che non li integra, contro un mondo troppo preso da sé per poter amare. Rivolta che culmina nel sangue, copioso e salvifico, nell’emblematico epilogo. Se l’opera di Reeves riesce sovente a togliere il fiato e a non sfigurare davanti al gioiello di Alfredson gran parte del merito è dei due straordinari e giovanissimi protagonisti, valorizzati dagli splendidi primi piani del regista newyorchese, che ci mettono davvero molto del loro per far funzionare alla perfezione una pellicola che aveva davvero tutto da perdere scegliendo tale fedeltà narrativa.

La prova dell’australiano Kodi Smit-McPhee, classe ’96, agli occhi di chi non aveva visto il fin troppo sottovalutato The Road, angosciante film di John Hillcoat tratto dal romanzo omonimo di Cormac McCarhty (il bimbo giganteggia per due ore, accanto ad un ottimo Viggo Mortensen), forse risulterà sorprendente, vista la gamma di emozioni che riesce a mettere in campo; stesso discorso, più o meno, vale per Chloe Moretz, classe ’97, già calatasi in ruoli inusuali per l’età, quando vestì i panni dello spietato killer-supereroe nel beffardo e sarcastico Kick-Ass (ricordate l’implacabile Hit Girl?), film tratto da un irriverente fumetto ideato da Mark Millar e diretto dal regista londinese Matthew Vaughn. Ambedue ragazzini molto telegenici, oltre ché bravi, sono sicuramente destinati (la Moretz sarà tra i protagonisti dei prossimi Scorsese e Tim Burton), nonostante la giovane età, a una grande carriera nel mondo del cinema, non è difficile prevederlo. Reeves di suo conferma il talento mostrato con Cloverfield, giocando con atmosfere più cupe e meno rarefatte, rispetto all’originale, e su movimenti di macchina destabilizzanti (vedere la bellissima sequenza che filma l’incidente dall’interno dell’auto), seppur meno raffinati e ricercati rispetto ad Alfredson. Nel complesso, però, e fuori da ogni equivoco, Lasciami entrare, per il suo taglio marcatamente esistenzialista e le riconoscibili suggestioni bergmaniane, resta un assoluto capolavoro di genere, vetta cui Blood Story, pur con tutti i pregi elencati, non può aspirare. Sopra ogni altra cosa, comunque, c’è la storia, una vicenda, quella partorita dalla penna di Linqvist, talmente fitta di emozioni forti e sentimenti contrastanti che non può non coinvolgere, indipendentemente dalla forma d’arte attraverso cui ci viene raccontata.

Federico Magi, ottobre 2011.

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