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j'Mer, 20 Gen 2010 11:29:52 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=7147eLankenautafAvatar

In principio era Terminator (1984), incubo futuribile che immaginava un uomo tornare indietro nel tempo per difendere il leader, ancora bambino, della resistenza a un mondo dominato dalle macchine. Poi fu Aliens – scontro finale (1986), brillante sequel del capolavoro fantascientifico di Ridley Scott, ambientato su un pianeta in cui si risveglia un pericolosissimo predatore assetato di sangue. Successivamente venne The Abyss (1989), fantascienza calata nelle profondità del mare, attraverso la quale i potenti effetti speciali dell’ Industrial Light & Magic cominciarono a mostrare quella magnificenza che troverà il suo tripudio visivo in quello che probabilmente, ad oggi, resta il suo indiscutibile capolavoro: Terminator 2 – Il giorno del giudizio (1991). E poco aggiungono, a questa memorabile filmografia, le 12 statuette (record assoluto) ottenute da Titanic (1997), la sua opera più premiata ma certamente non la migliore, peraltro l’ultima prima dell’arrivo nelle sale – ben 12 anni più tardi – del rivoluzionario Avatar. Ecco che ritroviamo James Cameron, il geniale creatore di mondi fantastici, nuovamente sui territori a lui prediletti, immaginare una nuova variazione sul tema della possibile Apocalisse prossima ventura. E sì perché con Avatar, titolo quanto mai emblematico che trae la sua radice di significato da una parola sanscrita (incarnazione), il regista canadese ritorna a far confluire in un contesto fantascientifico tante delle possibili paure legate al futuro e all’evoluzione dell’uomo, sempre pescando nelle contraddizioni del presente e dalle angosciose derive proprie al mondo contemporaneo. Cambia però – ed è importante rilevarlo – l’approdo, cambia la disposizione di Cameron di fronte alle controverse contese che ci ha sempre raccontato, in quanto l’epilogo di Avatar – sulla linea degli ultimi film fantasy ad amplissimo respiro, come ad esempio la trilogia di Peter Jackson ispirata da Tolkien, nonché la seconda trilogia di Star Wars – è di gran lunga il più aperto al riscatto e alla speranza rispetto ai suoi lungometraggi precedenti.

Siamo nel 2154, sul satellite di un pianeta gassoso nel sistema della stella Alpha Centauri. Questo è il mondo di Pandora, un gigantesco universo dominato da una natura imponente e da una fauna pericolosa e ostile all’uomo. Ostile almeno quanto i popoli che vi abitano, simili agli umani ma ritenuti sostanzialmente dei selvaggi da civilizzare.Una compagnia interplanetaria parte alla volta di Pandora: tra i membri del suo numeroso equipaggio ci sono scienziati che vogliono studiarne la flora e stabilire proficui contatti con la popolazione locale, ma anche militari mercenari al soldo della grande industria, interessata a raccogliere un preziosissimo minerale che sulla terra viene rivenduto a costi molto elevati. La missione dovrebbe essere pacifica, o per meglio dire di persuasione, in quanto uno dei popoli di Pandora, i Na‘Vi, ha edificato la sua civiltà proprio nel luogo dove si trovano i preziosi beni agognati dall’uomo. E per qualsiasi evenienza, i militari a supporto. Impresa non semplice, affidata agli Avatar, degli ibridi che in un corpo Na‘Vi innestano una connessione cerebrale umana: attraverso un’interfaccia mentale i corpi degli Avatar si muovono governati da umani dormienti contenuti in una speciale capsula. Protagonista della vicenda, inizialmente suo malgrado, si trova ad essere Jake Sully, ex marine divenuto invalido agli arti inferiori e fratello gemello di un ex scienziato del gruppo prematuramente deceduto. Jake, nel corpo dell’Avatar, deve infiltrarsi nel popolo Na‘Vi e carpire preziose informazioni sul suolo e sulla tribù per poi riferire ai suoi superiori. Ma non tutto va come sperato, perché l’ex marine, iniziato ai precetti e alle radicate tradizioni dei Na‘Vi da Neytiri, figlia del capo tribù, scopre un popolo orgoglioso e attaccato alla sua terra, affatto disposto a barattare la sua civiltà con quella dei presunti civilizzatori. Jake si innamora, ricambiato, di Neytiri, superando tutte le prove richieste per essere accettato. È l’uomo del destino. Nel momento in cui infuria la battaglia non ha più dubbi con chi schierarsi, riuscendo a riunire in un solo fronte di difesa tutti i popoli di Pandora.

Non solo la rivoluzione visiva, valorizzata dall’affascinante resa del 3D, ma anche una storia, pur semplice, lineare e per una volta del tutto edificante in cui sono limpidi e riconoscibili importanti sottotesti chiaramente centrati sulla strettissima attualità politica. Cameron non è nuovo alla critica di sistema in chiave fantascientifica, prova ne è il suo straordinario secondo Terminator, in cui il rapporto uomo-macchina è indagato con sorprendente sensibilità e con un’attenzione mirata al legame tra il Terminator T-800 (forse il ruolo più memorabile di Arnold Schwarznegger, perfetto nei panni del robot che accoglie gli insegnamenti dell’adolescente John Connor nell’interiorizzare le emozioni umane) e il giovane leader della ribellione ai robot. In Terminator, ma anche per certi versi in Aliens, è lampante il pessimismo del regista canadese che sfocia in una deriva nera e apocalittica, nello stigmatizzare una sorta di transvalutazione dei valori che porta inevitabilmente a una catastrofe planetaria. L’agghiacciante anatema contenuto in Terminator 2 – Il giorno del giudizio, pur trattandosi di finzione pura, di fantascienza che sfiora quanto meno l’improbabile, proiettava comunque le sue inquietudini sul mondo del possibile, sulla pericolosa invadenza delle macchine, tanto sviluppate e intelligenti da rivoltarsi al loro stesso Dio, al loro creatore: l’uomo. Più di quanto era immaginabile nel 1991, Terminator 2 segna un’importante svolta tematica nel cinema di genere. Ma torniamo ad Avatar, ai suoi sottotesti evidenti che sono senza dubbio il cuore della storia. Tanto marcato da non spenderci sopra troppe parole è il riferimento all’imperialismo statunitense (come avviene anche in Star Wars – Revenge of the Sith) e ai suoi conflitti per accaparrarsi le preziose risorse (il petrolio, ma non soltanto), mascherati candidamente da guerre per portare civiltà e instaurare la democrazia. A tal proposito vi è una battuta molto diretta, direi addirittura grossolana, pronunciata dal protagonista e rivolta al capo militare, sul fatto che il popolo di Pandora non scambierebbe mai la sua civiltà con la coca cola.

Tra i motivi emergenti dell’opera, in linea con la cinematografia fantasy più adulta di questi ultimi anni, troviamo quello della valorizzazione della diversità, della ricerca di alterità e di scambio con il reietto, l’ostracizzato, lo sconosciuto, che culmina nel bacio tra Neytiri e Jake, ritornato al suo corpo originario. Tutto molto prevedibile ed edificante, certo, ma sempre utile a generare nelle coscienze degli spettatori quell’adesione empatica – furba o meno che sia, come ripeto, non è così rilevante – alle sorti di chi vuol difendere la propria possibilità ad autodeterminarsi, il proprio diritto a vivere della sua cultura, dei suoi riti, delle sue tradizioni ancestrali. E a proposito di tradizioni e culture ancestrali, il sottotesto più rilevante di Avatar è proprio il riferimento alle metafisiche estremo-orientali, non solo e non tanto per l’emblematico titolo, Avatar, che rimanda ai profondi significati simbolico-spirituali del bellissimo poema induista (il Mahabharata, nel cui sesto libro, la Bhagavatgita, è contenuta la narrazione più esemplificativa e affascinante del senso del termine in questione: l’incarnazione di Krisna nell’Auriga imperiale, Dio del Pantheon induista venuto in soccorso al principe guerriero Arjuna nel momento in cui la sua natura interiore era in profondo conflitto duale – leggete il bellissimo passo, Disperazione di Arjuna), ma soprattutto nel richiamare i culti animisti, tanto cari al maestro dell’animazione Miyazaki, nell’evocare gli spiriti della natura e nell’immaginare col mondo di Pandora una vera e propria cosmogonia. Il termine Avatar, peraltro, come tutti sappiamo, è usato in occidente certo per rimandare a una sorta di alter ego, di identità quanto meno affine, ma in quest’ottica assolutamente sganciato dalle profonde implicazioni spirituali legate al mondo animico evocato dai testi sacri e dalla cultura induista.

Qualche curiosità sul cast, che vede nella parte del protagonista Sam Worthington, al secondo ruolo in un kolossal di fantascienza dopo il recente, un po’ manierato ma non sgradevole Terminator Salvation, e che ristabilisce a distanza di quasi 25 anni il connubio artistico tra l’inossidabile Sigourney Weaver (l’indimenticabile eroina di Alien, qui nei panni del capo della spedizione scientifica) e il regista canadese.

Detto ciò, non resta che parlare dell’apparato tecnico, neanche a dirlo superlativo. Vedere per credere: questo è un film che va assolutamente visto sul grande schermo, esteticamente all’avanguardia a prescindere dall’effetto tridimensionale. Inutile dilungarsi su questo punto, anche perché il cinema è sempre pronto a superare se stesso per mezzi tecnici e innovazioni grafiche. Quello che fa di James Cameron un grande autore è il suo riuscire ad assemblare gli elementi tecnici alla narrazione, che in Avatar come altrove – come ho cercato di dimostrarvi – passa per vie lineari di sceneggiatura per portare alla luce tanti piccoli testi che addizionati restituiscono il suo messaggio universale: in controtendenza rispetto al passato (anche a livello visivo: dalle ambientazioni claustrofobiche dei due Terminator, Aliens, The Abyss, Titanic alle aperture di spazio e di luce presenti in Avatar), più che mai aperto alla speranza. E in conclusione, una piccola polemica: c’è chi in Avatar  ha visto tracce, se non addirittura un involontario rifacimento di Pocahontas… tutto ciò è quanto meno risibile. Credo proprio abbiano visto un altro film.

Federico Magi, gennaio 2010.

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