CAVALIERE D’ARTE E D’AMORE.

Frecce scoccate da un unico arco che si dirigono in tante, diverse direzioni.
A sperimentare, sondare, ricercare: questa la prima riflessione che suscita la raccolta di poesie “Ombra della fontana” di G.Franchi.

Una ricerca poetica – “arte nuova è frammento” , “opera è metamorfosi, / leggenda contaminata, / sperimentazione impressa” – dove molto è ancora in fieri e le possibilità sono aperte, com’è giusto che sia nella piena giovinezza.
Dapprima l’autore pare volersi presentare e abbiamo la bella “Trieste io sono”, dove il legame con la terra natale, crogiolo di popoli diversi, si unisce alla consapevolezza delle proprie radici culturali ed intellettuali.
Legami di sangue si snodano poi: la figura paterna e quella dell’ava (la nonna), depositaria di una originale liricità e di una saggezza ancestrale.
Sono pochi tratti a carboncino le liriche di questo genere, subito si viene trasportati verso altri vortici d’immagini, su cui domina perlopiù un senso d’incertezza, precarietà, continuo variare, lo
“specchio infranto d’uno specchio infranto” già apparso in “Trieste io sono” prevale. E lancia riflessi.

Carcere e labirinto non sembrano avere uscita se non nella “fertile utopia”, che però è, e rimarrà tale in tutta la raccolta, soltanto “intuita soluzione (direzione del labirinto), / scoperta chiave d’ogni carcere;”, non sarà mai qualcosa di ben definito, ma un ideale, una terra fertile, forse così affascinante proprio perché lontana ed evanescente. Eppure essa diviene motivo per resistere all’incomprensione che circonda il poeta: “resistere, resistere: nel nome di utopia”, unica forza che ritorna più volte nelle liriche.
Soprattutto nella prima parte alcuni giochi di parole – volutamente evidenziati – tendono ad appesantire il verso e a creare accostamenti piuttosto forzati, sono presenze saltuarie e scompaiono successivamente.
Nell’infinito magma e gioco di specchi è impossibile trovare un ordine: inadempienza, disillusione, disorientamento, inquietudine,
“L’insignificanza domina”, l’autore è un ”interruttore spento”, “mi arrangio nell’incertezza”, c’è “un’umanità incatenata incantata battuta”.

E ancora “sudicia tristezza”, inerzia, impotenza, una sorta di tedio, l’assenza di un punto fermo cui ancorarsi portano l’autore verso l’invettiva autodenigratoria (“Lankelot damnatiocapite” e “Calice d’argento”), nella quale non è assente un certo autocompiacimento per la propria originalità.

Spirito di carta di barchetta”, niente offre certezze all’autore: non l’amore che è “promessa di eterno” non mantenuta, “con te s’è dileguato il cielo” (bella immagine, e ve ne sono numerose nella raccolta) e neppure la presenza di oggetti e luoghi rassicuranti come la mansarda, dove le poesie sono addirittura “carbonizzate” o l’orologio da cucina e le tazzine.
“Io mi sono perso/formulando le parole”, eppure, talvolta emerge con grande bellezza un’aspirazione alla quiete, alla pace, ad una serenità
“Mi vorrei riposare, e giocare ad inventare / sogni; vorrei recuperare candore, / spumeggiare d’innocenza. / Essere chiaro e vivere in pace; / [.] E come le onde del mare vorrei/ allontanarmi da tutto e non ricordare più niente / perché quando il vento si distende sul cielo / il cielo mormora la formula del sonno/ che tutte le creature comanda, e a tutte dà la pace”.

Nel corso della raccolta però il narratore sembra almeno prendere sempre più consapevolezza di un ruolo: quello del cavaliere errante, aperto ancora a tutte le esperienze, “uomo d’ideale, io, sono cavaliere d’arte e d’amore”.
Spesso
“si schianta l’ideale: defraudato./ Ora,/ buio”.

Il cavaliere continua il suo errare.

Articolo già apparso su lankelot.eu nel settembre 2007