L’UOMO CHE VENDETTE LA SUA OMBRA

Peter Schlemihl, narrando in prima persona la sua vicenda, si presenta di ritorno da un viaggio per mare non ben specificato: è un poveraccio, andrà ad alloggiare in una soffitta (lì lo collocherà il garzone della locanda, dopo averlo squadrato con un’occhiata), non brilla per iniziative, il suo stesso cognome, imparentato con un termine yiddisch, significa “colui che ha la disdetta addosso”, ha in tasca una lettera di raccomandazione per un ricco signore del posto.

Alla villa di costui si recherà con le sue “modeste speranze”. Capiterà nel bel mezzo di un elegante ricevimento in giardino, tra invitati e padrone di casa che lo snobbano e a stento gli rivolgono la parola.

Tra gli ospiti uno è assai particolare, è “silenzioso, smilzo, ossuto, più lungo che largo, decisamente attempato” (p. 20), indossa “un’antiquata redingote di taffetà grigio” e possiede una piccola borsa magica dalla quale cava fuori gli oggetti più impensati e dalle dimensioni più varie (un cerotto, un enorme tappeto, un padiglione da giardino, tre cavalli sellati), venendo incontro ai desideri degli ospiti. Un paragone disneyano un poco buffo farebbe accostare la sua borsa alla tasca di Eta Beta.

Peter avverte un senso di paura e d’angoscia di fronte a questo personaggio, che infatti gli chiede di vendergli la sua ombra in cambio della borsa dei desideri di Fortunatus, una borsa di pelle da cui si estraggono monete d’oro a volontà.

Peter accetta e di qui iniziano le sue disavventure, giacché il misterioso personaggio non è altri che il diavolo, ma, ad osservarlo bene, un diavolo di seconda scelta, attempato, abituato a venir cacciato via ed odiato, senza un nome, poco brillante rispetto ad altri più illustri colleghi letterari (Mefistofele di Goethe). Sa però parlare bene, è suadente, è un ingannatore nato, un abile mentitore.

La perdita dell’ombra getta Peter in una grave crisi, fa di lui un diverso, si sente un traditore, un uomo che per denaro ha venduto se stesso.

La nuova disponibilità economica gli consente dall’altro lato di entrare in quella società che l’aveva fino ad allora osservato dall’alto in basso con noncuranza.

Peter si sposterà, vagherà, vivrà diverse vicende che sta al lettore scoprire con gusto, vi sarà l’utilizzo di oggetti magici (il mantello dell’invisibilità, gli stivali dalle sette leghe) recuperati da leggende popolari da parte di Chamisso, vi saranno cambi di scena, angosce e dolori per il povero Peter.

Dopo un anno e un giorno il personaggio misterioso ricomparirà come pattuito e proporrà a Peter uno scambio: potrà riavere l’ombra in cambio della cessione della sua anima. Stavolta il diavolo ha pronta una pergamena e vorrebbe farla firmare a Peter col sangue, ma Peter rifiuta, sceglierà un’altra via e troverà saggezza e conoscenza, se non salvezza.

Peter diverrà uno scienziato, uno studioso (come Chamisso stesso, che ebbe interessi scientifici e viaggiò parecchio).

Escluso, a causa d’una colpa di gioventù, da ogni consesso umano, adesso – quasi come per un contrappasso – ero sospinto verso una natura che, in verità, sempre avevo amato, e la terra mi veniva offerta come un ricco giardino, e mi veniva dato lo studio come il fine, come la forza della mia vita, e anche la scienza mi veniva data: come scopo. […] Ma da allora, altro non ho fatto se non tentare di rappresentare, fedelmente e con silenzioso, rigoroso e incessante zelo, tutto quello che, chiaro e in sé già perfetto o compiuto nella sua forma archetipica, si veniva mostrando al mio sguardo interiore. E ogni mia personale felicità è dipesa sempre e unicamente dal veder coincidere quanto stavo osservando, tra le varie specie che avevo dinnanzi, con quella stessa forma archetipica, originaria” (pp. 104-105).

Peter accumulerà esperienze su esperienze, si ritroverà a vivere nel deserto come i primi anacoreti cristiani, escluso dal consorzio umano, compirà rinunce – all’amore, all’amicizia, alla ricchezza ed al prestigio sociale – ma avrà soddisfazione nella scienza.

Diverrà erudito, colto, più saggio.

Un’interpretazione metaforica della vicenda suggerisce un’analogia tra Peter e von Chamisso, anch’egli sradicato dalla sua patria-ombra, rimasto senza radici, precario, con interessi sia scientifici che poetici.

A Chamisso stesso Peter indirizza la sua storia e a lui si rivolge frequentemente nel corso della narrazione, non solo, il racconto vero e proprio è preceduto da alcune lettere di varia datazione tra Chamisso e alcuni suoi fidati amici che, come ben sottolinea il traduttore, fanno parte del testo a tutti gli effetti e riguardano la vicenda narrata e la liceità di pubblicarla.

Come in un abile gioco di specchi le lettere confondono realtà e finzione, creando un’atmosfera ambigua, sospesa, che contribuisce al mistero della storia.

Chamisso viene anche sognato da Peter, che lo vede tra i volumi di noti naturalisti e un volume di Goethe, che coniugò interessi letterari e scientifici.

L’idea della perdita dell’ombra può prestarsi a varie interpretazioni (tra l’altro siamo in epoca romantica e temi romantici vi sono nel testo: la rinuncia, il doppio, il senso del mistero, l’ambientazione ampiamente notturna): l’ombra può essere la patria, ma anche l’Io, la parte più profonda di sé. Solo i morti non ce l’hanno. Perdere l’identità crea disorientamento, confusione, non si sa più dove stare. Di qui il vagabondare, le rinunce.

L’esser accettato in società grazie al denaro, l’essere addirittura scambiato per un conte non compensa Peter della perdita più profonda. Alla fine si deve ricollocare nel mondo: l’Io trova una soluzione razionale, una forma di pacificazione, seppure in solitudine.

Breve, scritta in uno stile asciutto e rapido, che non indugia in aggettivazioni ridondanti, ma segue i fatti con immediatezza, la storia ideata da Chamisso è gradevole e fantasiosa. Una testimonianza del suo tempo ancora valida.

Articolo apparso su lankelot.eu nel novembre 2006