Durante la sua piuttosto breve esistenza von Kleist scrisse soltanto otto racconti e pure controvoglia, dal momento che si considerava un autore di vocazione teatrale.

I quattro contenuti in questo volume risultano assai vari per lunghezza (si va dal racconto gotico brevissimo “La mendicante di Locarno” al romanzo breve “Michele Kohlhaas”) e per argomento, tutti sono caratterizzati da uno stile asciutto, rapido e pochissimo ornato, al punto che, alla lunga, risuona piatto e gravato da un uso predominante del discorso indiretto.

I personaggi paiono venir presentati e descritti come su una ribalta teatrale nella quale recitano la loro parte, o meglio viene riferito dettagliatamente quel che fanno. Con termine moderno si potrebbe dire che agiscono sotto lo sguardo di una telecamera.

Sequenze di verbi incalzano rapidamente il periodo, le azioni si susseguono l’una dietro l’altra senza indugio.

E rimaneva lì, in piedi, e districava i crini arruffati dei morelli e rifletteva su cosa fare, quando la scena venne improvvisamente a cambiare…” (p. 115, “M.Kohlhaas”).

Lo stile di von Kleist è stato definito laconico ed effettivamente accompagna lo svolgersi dei fatti senza alcun barocchismo.

La marchesa di O… è il più famoso racconto di von Kleist ed anche il più originale. Una nota iniziale vuol far ritenere la storia realmente accaduta e qui trascritta per una rappresentazione scenica tra una città del nord e una del sud Italia. Nomi e luoghi vengono lasciati indefiniti, la sola iniziale è sufficiente.

L’incipit è tipico di von Kleist:

A M…, una importante città dell’alta Italia, la vedova del marchese di O…, signora di specchiata reputazione e madre di ben educati fanciulli, volle rendere noto, attraverso i giornali, di trovarsi, senza sapere come, in stato interessante” (p. 5).

S’incomincia perciò dalla fine e si traccia un rapido quadro della situazione, è un incipit brutale, secco, che però incuriosisce (e von Kleist fu anche giornalista, sapeva come attirare l’attenzione dei lettori).

Dunque la marchesa di O…, vedova, si ritrova incinta senza sapere come e ne dà l’annuncio tramite il giornale, rivelandosi disposta a sposare il padre del bambino. Di qui viene raccontata tutta la vicenda.

Dopo la vedovanza, la marchesa torna a vivere con i genitori. Il padre è il signore di G…, comandante di una cittadella militare presso una grande città del nord Italia. Durante la guerra, la cittadella viene assediata ed espugnata dai russi e la marchesa rischia lo stupro da parte della soldataglia, ma viene salvata all’ultimo momento da un valoroso ufficiale russo, il conte F…

Dopo la punizione degli assalitori e la risoluzione della vicenda, la marchesa vorrebbe conoscere il conte, ma non fa a tempo, si viene infatti a sapere che è morto da eroe in combattimento. La marchesa si dispiace molto di questo fatto.

Passano molti mesi, si ritorna alla vita normale e un giorno il conte F… si presenta all’improvviso a casa della marchesa con grande stupore di tutti. Egli la chiede in moglie ed insiste per avere una risposta velocemente.

Nel frattempo la marchesa si accorge di essere incinta e non capisce come ciò sia potuto accadere. Le vicende si complicheranno e, dopo notevoli scontri familiari soprattutto col padre, il lieto fine non mancherà.

Innanzi tutto si notano in questo racconto alcune incongruenze: ad esempio, non è chiaro quanti siano i figli della marchesa e il loro genere, poi tempi del racconto e tempi della gravidanza non possono coincidere, a meno di non ipotizzare una gestazione almeno doppia di quella normale e così per altri particolari.

Come fa notare il curatore Enrico De Angelis, non si tratta di sviste (von Kleist era un meticoloso), ma di strategie narrative: von Kleist si concentra su certi nuclei narrativi e attira l’attenzione su quelli, facendo, nel corso del racconto, dimenticare certi dettagli, che infatti tendono a sfuggire.

Ma Kleist fa anche il contrario: i segni vengono legati fra di loro per tutto il percorso del racconto; così la vera storia del conte e della marchesa diventa tutta chiara se la si ripercorre a ritroso”. (Introduzione,p. XII)

Un altro elemento tipico e ricorrente di von Kleist è l’irrompere dell’irrazionale nello svolgersi delle vicende umane: “l’insondabile mistero dell’universo” (p. 42, “La marchesa di O”…) viene a sconvolgere e ribaltare piani e aspettative umane, non tutto può essere spiegato e controllato con la ragione, che è continuamente messa in discussione da queste forze. Attorno a tale nucleo essenziale ruotano tutte le storie di von Kleist con le loro diverse sfumature.

Il secondo racconto “Terremoto in Cile” ha un altro incipit memorabile:

A Santiago, capitale del regno del Cile, nell’esatto momento in cui si veniva scatenando il grande terremoto del 1647, nel quale migliaia e migliaia di persone incontrarono la morte, un giovane spagnolo di nome Jeronimo Rugera, accusato d’un grave misfatto, se ne stava in piedi, vicino a un pilastro della prigione dentro la quale era stato rinchiuso, e voleva impiccarsi” (p. 77).

In questo caso l’imprevisto è costituito dal terremoto che ribalta tutto ciò che sembrava ormai prestabilito. Per un momento, quello appunto seguente il cataclisma, schemi sociali e superstizione paiono sconfitti, i ruoli si rovesciano, ma il finale è di nuovo sorprendente, nonostante sia assai truculento e degno di una tragedia. Pare che l’autore stesso goda a prendersi gioco del lettore facendogli credere in un ordine razionale che poi non resiste.

Romanzo breve è il Michele Kohlhaas. Von Kleist lo finge tratto da un’antica cronaca. Narra la vicenda dell’onesto mercante Kohlhaas che, trasportando al mercato alcuni suoi pregiati cavalli, trova l’imprevisto di un privilegio da pagare al signorotto locale per il transito. Viene costretto a lasciare in cauzione i suoi due bei morelli, che finiscono maltrattati e ridotti in fin di vita e il servo lasciato a loro custodia viene picchiato e cacciato.

Il palese sopruso suscita dapprima il desiderio di giustizia in Michele, poi, quando vede che non ottiene nulla e si ritrova solo impastoiato in una burocrazia assurda, il suo desiderio di vendetta.

Il romanzo si snoda tra intrighi politici, cavilli legali, ricorsi, burocrazia che di fatto non risolvono nulla, anzi spesso ottengono il contrario di quello che desideravano. La quantità di conoscenze legali che von Kleist qui riversa (studiò Legge per due anni, costretto dalla famiglia) rende il romanzo davvero noioso e al limite della leggibilità, nonostante succedano molte vicende e venga fatto intervenire addirittura Lutero in persona (in verità l’evento suona un tantino grottesco). Il testo non “cattura” il lettore.

Michele Kohlhaas finisce a un certo punto per diventare un bandito, capo di una banda di ribelli e scivola nel delirio d’onnipotenza, si definisce “un signore non soggetto né al mondo né all’Impero, ma solo a Dio”(pp. 148-49).

Per un periodo incarna la figura del brigante diventato tale a causa della giustizia, in gran voga all’epoca. Poi, quando sarebbe disposto ad una pacificazione pur di aver salva la vita ed esser lasciato in pace con i suoi figli (la moglie già morta da tempo, sempre a causa dell’ingiustizia che ha subito), ecco apparire l’imprevisto: il romanzo, con brusca cesura, evolve verso il gotico, compare una misteriosa figura di zingara, una profezia scritta su un cartiglio, aleggia lo spirito della moglie scomparsa…vi sarà una risoluzione parziale, perché un margine di non-detto rimarrà a stupire il lettore.

O meglio a lasciarlo interdetto a chiedersi quale pazzesca mescolanza di razionale e irrazionale von Kleist abbia realizzato nei suoi racconti.

L’ultimo è un brevissimo raccontino gotico, “La mendicante di Locarno”: assai incisivo, non risulta noioso proprio a causa della velocità con cui si svolge.

Lungi dall’essere una lettura indispensabile, von Kleist può essere utile per capire lo spirito del suo tempo: da un lato razionalità, ordine, precisione, dall’altro caos, disordine, forze oscure incontrollabili, contraddizioni, misteri, contrasto tra individuo con le sue aspirazioni e ordine sociale rigidamente costituito.

Si va al Romanticismo e von Kleist è un figlio del suo tempo.

Articolo apparso su lankelot.eu nel novembre 2006