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Opera prima di un giovane fisico, Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi è stato il caso letterario del 2008, in Italia, aggiudicandosi il Premio Strega, il Premio Campiello opera prima e vendendo un elevato …

j'Mar, 21 Set 2010 15:43:17 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=7746eLankenautafLa solitudine dei numeri primi

Opera prima di un giovane fisico, Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi è stato il caso letterario del 2008, in Italia, aggiudicandosi il Premio Strega, il Premio Campiello opera prima e vendendo un elevato numero di copie. La storia di Alice e Mattia, che tanto ha toccato l’intimo dei lettori di ogni età, era dunque immaginabile che in breve tempo sarebbe diventata opera di celluloide. Nessun dubbio in merito, ed infatti così è stato. Poco più di un anno e mezzo dopo, in effetti, in concorso al Festival di Venezia e contestualmente nelle sale, La solitudine dei numeri primi si è palesato in forma filmica agli occhi dei critici, dei curiosi, di chi aveva amato il libro e dei semplici spettatori di passaggio. Forse un po’ troppo presto, a dire il vero, ma è probabile che si volesse sfruttare l’onda lunga del successo editoriale, tanto che tra l’annuncio e la realizzazione del progetto cinematografico è passato un lampo, o quasi. Eppure la materia era complessa, non semplice da sviluppare in immagini: davvero complicato restituire in maniera chiara e consequenziale la concatenazione degli eventi, l’inquietudine, la delicatezza e la misura sentimentale del libro. Talmente complicato che Saverio Costanzo, al suo terzo lungometraggio da regista, ha scelto una via visivamente forte e narrativamente rischiosa, facendo leva sulle suggestioni sonore e su una costruzione a sbalzi temporali che può mettere in difficoltà, almeno nella prima parte, chi non conosce la vicenda. Prima di approfondire l’analisi tecnica e contenutistica, però, è d’obbligo un rapido cenno di trama a beneficio di chi non ha letto il libro.

Storia di Alice e Mattia, dai tragici eventi dell’infanzia, che ne segneranno la vita, passando per l’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta, concludendo poco sopra la soglia dei trent’anni. Mattia è un bambino più intelligente della media, il quale deve però occuparsi della sorellina Michela, che soffre di ritardo mentale. Un giorno la lascia sola in un parco, per poter partecipare senza assilli alla festa di un compagno di classe. Al ritorno, sotto una pioggia gelida invernale, troverà vuota la panchina dove l’aveva lasciata: Michela è sparita per sempre. Alice è una bella bambina, costretta dal padre a sciare, nonostante la scarsa attitudine a questo sport. Proprio un incidente con gli sci, intorno ai 7 anni, le lascerà una cicatrice indelebile e la renderà zoppa per la vita. Alice e Mattia sono adolescenti, e si incontrano nell’istituto scolastico che li ospita. Sono ragazzi soli e introspettivi che reagiscono a questo disagio in maniera differente ma egualmente pericolosa: lei sta diventando anoressica, lui si taglia ripetutamente su tutto il corpo. Le due solitudini, come detto, sono destinate a incontrarsi, prima attraverso gli sguardi, poi sfiorandosi per anni. Alice e Mattia diventano amici, ma si piacciono, o quanto meno si sentono indispensabili l’uno all’altra. C’è qualcosa però che non li aiuta ad avvicinarsi fisicamente, ed è quel dolore sordo nascosto nelle pieghe dell’infanzia che paralizza la possibilità del sentimento di venir fuori compiutamente. È soprattutto Mattia a evitare il contatto fisico, mentre Alice, tutto sommato, è stata sempre disponibile ma incapace di far breccia del muro eretto da Mattia. Il tempo passa e il genio di Mattia, ovviamente non valorizzato in Italia, è riconosciuto all’estero, tanto che il ragazzo, dopo l’università, si trasferisce in Germania. La distanza fisica aumenta, ma la vita di Alice senza Mattia, e di Mattia senza Alice, può solo acuire il vortice di solitudine che ha inghiottito le loro esistenze.

Da un sorprendente romanzo, di un letterato sostanzialmente improvvisato ma evidentemente dotato (siamo in curiosa attesa dell’opera seconda), un film molto diverso da quello che ci si poteva attendere dopo aver letto il libro. Diverso ma non per questo inefficace, perché Saverio Costanzo, pur modellando coraggiosamente il piano emotivo principe, trasformando l’afflato lirico e doloroso del romanzo nell’inquietudine orrorifica che pervade larga parte della pellicola, riesce a coinvolgere sia lo spettatore ignaro dei fatti che colui che ha letto il libro. Certo l’equilibrio e il pathos che regalano le pagine di Giordano si perdono in quest’approccio forte e caratterizzato che il regista romano impone sin dalle primissime sequenze. L’interpretazione critica in chiave horror, dal punto di vista estetico e d’atmosfera, non è affatto fuori luogo, tanto che il film attacca con una sequenza d’ingresso in puro stile argentiano, in cui la macchina da presa va a indagare volti e soprattutto dettagli di una rappresentazione in maschera di bambini, chiusa da un urlo terrificante della piccola Michela, sulle evocative note dei Goblin. I Goblin nella colonna sonora non sono l’unico omaggio che Saverio Costanzo fa a Dario Argento, in quanto risuona ripetutamente, in più passaggi del primo tempo, la bellissima e inquietante Piume di cristallo di Ennio Morricone, suggestivo tema musicale della nota e celebrata opera prima del maestro del brivido (L’uccello dalle piume di cristallo, 1969). Ad amplificare l’effetto voluto dal regista vi è un ricorso ossessivo ai primissimi piani e un uso dell’apparato tecnico davvero notevole: effetti sonori, fotografia e scenografia sono degne delle migliori produzioni internazionali e denotano un innato senso del cinema a largo respiro che Costanzo aveva già mostrato in opere minimaliste come Private e In memoria di me.

Passando dal thriller spirituale (In memoria di me) all’horror esistenziale e sentimentale, Saverio Costanzo dimostra nuovamente il suo coraggio autoriale e la sua atipicità in un panorama italiano che, soprattutto negli ultimi anni – se si eccettua Tornatore, e solo in parte Salvatores e Sorrentino -, ha dimostrato di guardare sempre e solo intorno al proprio ombelico, spacciando come opere d’arte, o quanto meno come film d’interesse culturale, prodotti soporiferi, provincialismi e minimalismi dal fiato cortissimo. Costanzo è lontano anni luce, per nostra fortuna, da questi abusati cliché italici, pur con tutte le critiche che possiamo rivolgergli, qui come nelle opere precedenti. Ha coraggio, ha senso del cinema, e pur non essendo ancora totalmente a suo agio nella costruzione della sceneggiatura, ha capacità di spaziare da un argomento all’altro con indubbia maestria, differenziando a più riprese il linguaggio e l’estetica cinematografica proposta.

Certo la storia di Alice e Mattia, raccontata da Paolo Giordano, resta decisamente più impressa; le loro figure, così come narrate dal letterato torinese, si incidono facilmente nell’intimo del lettore. I protagonisti di Costanzo, invece, non fanno altrettanto breccia, soprattutto quelli maschili (Luca Marinelli e Tommaso Neri, ovvero il Mattia adulto e quello adolescente). È invece degna di nota l’interpretazione di Alba Rohrwacher, già apprezzata ne Il papà di Giovanna di Pupi Avati, che arriva a perdere fino a 12 chili su una corporatura già esile per calarsi nei panni dell’Alice adulta. Magnetico e sottilmente inquietante il volto dell’adolescente Martina Albano (l’Alice mezzana), i cui occhi azzurri catturano più di una volta lo sguardo dello spettatore. Tocco visivo emotivamente ed esteticamente in linea con il marchio impresso da Costanzo al film è il breve ma sinistro cammeo di Filippo Timi, nei panni di un clown che regala uno sguardo agghiacciante al piccolo Mattia, quasi profetizzandogli l’imminente tragedia riguardante la sorella.

Criticato eccessivamente – a parere di chi vi parla del tutto immotivatamente, vista la qualità media del nostro cinema – alla Mostra del Cinema di Venezia, La solitudine dei numeri primi è un’opera che tutto sommato convince e che pur cambiando l’ordine delle emozioni in campo non altera il senso di fondo (Giordano non a caso cosceneggia, quindi sottoscrive l’approccio scelto) di un’opera che ci parla di incomunicabilità, di solitudine, di disagio relazionale, di un mondo, soprattutto per le generazioni dei nati dai Settanta-Ottanta in poi, davvero lontano dall’essere il migliore possibile, come qualcuno aveva incautamente teorizzato.

Federico Magi, settembre 2010.

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