Nella cultura e nella tradizione cristiana ed ortodossa Santa Barbara è una martire che viene solitamente invocata contro il fuoco, i fulmini e la morte improvvisa e violenta. La statua di Santa Barbara di cui parla Jorge Amado è quella che proviene da Santo Amaro da Purificação, nella regione del Recôncavo, in Brasile, statua “famosa per la bellezza secolare e perché miracolosa“. Un’opera d’arte trasportata dal veliero Viajante sem Porto fino a Bahia per essere inclusa tra i capolavori di un’importante Esposizione d’Arte Religiosa. Accompagnata da una suora e da un sacerdote, Santa Barbara sparisce però nell’esatto istante in cui l’imbarcazione che la trasporta giunge al porto della Baia di Tutti i Santi.

Santa Barbara è stata trafugata? Rapita? Nascosta? Nulla del genere. Santa Barbara è scesa dal Viajante sem Porto con i suoi piedi assumendo le sembianze del suo alter ego bahiano, la dea africana dell’uragano e della guerra Yansã. Ha deciso di andarsene a spasso per la città di Bahia perché ha ben altri problemi da risolvere che non rimanere in bella mostra in un’esposizione. La perdita di Santa Barbara, ovviamente, getta nel panico don Massimiliano von Gruden, il direttore del Museo d’Arte Sacra, organizzatore dell’esposizione sopra menzionata. Le forze dell’ordine, piuttosto solerti ma anche piuttosto maldestre, si mettono così a caccia della preziosa statua.

La divina Yansã, nel frattempo, è coinvolta nei riti del Candomblé e nelle celebrazioni che la vedono come protagonista ma è anche impegnata a riportare all’ordine una delle sue figlie che, da sempre, cerca di sfuggire ai suoi doveri. Si tratta di Adalgisa. Quarantenne di origini spagnole dalle forme prorompenti e sensuali da sempre opportunamente castigate, cattolica fervente, donna maligna ed acida, moglie frigida e tutrice di sua nipote Manela, una ragazzina che tenta di educare secondo i più rigidi principi della religione cristiana non risparmiando l’uso dello scudiscio e delle punizioni più severe e mortificanti. Adalgisa ripudia da una vita i riti dei miscredenti afro-brasiliani, combatte a suon di rosari e messe il culto degli Orixà e di tutte quelle cerimonie che, nate in Africa, sono giunte a Bahia grazie agli schiavi diversi secoli prima generando un sincretismo religioso e culturale affascinante e magico.

Nel corposo romanzo di Amado c’è spazio per una infinita folla di personaggi oltre che per una ironica presa di posizione nei confronti delle autorità. Sferzanti i suoi commenti contro l’incompetenza e l’arroganza di chi vede ovunque la minaccia comunista, di chi utilizza il potere solo per il proprio tornaconto e per reprimere tutto ciò che può rappresentare una potenziale minaccia. Neanche il ritratto della Chiesa e dei suoi rappresentanti è particolarmente esaltante: Amado non risparmia pungenti considerazioni in merito a comportamenti che nulla hanno a che fare con la morale o la rettitudine che ci si aspetterebbe dai seguaci di Cristo.

In “Santa Barbara dei fulmini”, come solitamente accade, lo scrittore brasiliano non dimentica di sottolineare la sensualità femminile né di soffermarsi sul lato erotico e carnale delle vicende che coinvolgono i suoi personaggi, sempre descritti con una dovizia e una sequela di dettagli che possono rendere la lettura del romanzo un po’ faticosa e lenta. Chi si avvicina ad Amado deve però abituarsi a questo tripudio di micro-eventi e di figure minime ma intriganti dalle quali non c’è scampo. Così come non si può sfuggire all’amore viscerale che trasuda da ogni pagina, quell’amore che lo scrittore nutre per la terra in cui è nato, per le sue tradizioni e per il suo popolo. Dopo averne evidenziato le tare e i vizi sa anche metterne in luce la vitalità e la forza prorompente.