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j'Ven, 13 Mar 2009 14:31:54 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=7936eLankenautafThe Wrestler

Eroi al tramonto, potremmo scrivere a giusta ragione. Il destino di Mickey Rourke e Randy “The Ram” Robinson, suo alter ego di celluloide, non sembrano poi cosi differenti se inquadrati nell’ottica dell’ american dream: dalle stelle alla polvere – ma per Rourke il giusto riscatto, una nuova folgorante carriera nel mondo del cinema, potrebbe arrivare proprio da questo film, nonostante l’Oscar mancato per un soffio. Il regista newyorchese Darren Aronofsky, al suo quarto lungometraggio, dimostra ancora una volta il suo eclettismo tematico: dopo aver analizzato le paranoie matematiche (Il teorema del delirio), la schiavitù dalle dipendenze di droga e televisione (Requiem for a dream), ed esser passato per il desiderio di eternità (The Fountain), con The Wrestler ci parla di un perdente in cerca di riscatto, vessato dalla vita e lontano da qualsivoglia illusione.

Randy Robinson è un wrestler ultracinquantenne oramai lontano dall’età dell’oro, che si esibisce ancora in circuiti periferici dove l’unica adrenalina possibile par essere la violenza restituita a un pubblico in delirio per prese acrobatiche e salti dalle corde, ma anche per meno convenzionali – non del tutto nel wrestling, a dire il vero – frantumazioni di oggetti di vari materiali sulla testa e sul corpo degli inossidabili eroi del ring. Proprio questa presunta inossidabilità viene purtroppo meno per il nostro protagonista, colto da infarto alla conclusione di un match in cui il logorio del corpo è dovuto anche ad abbondanti raffiche partite da una macchinetta spara punti. Operato e salvato per il rotto della cuffia, Randy Robinson si trova costretto ad interrompere la rischiosa carriera, proprio alle soglie di un incontro-revival da poco organizzato con un famoso antagonista d’annata. Solo, disilluso e a corto di denaro, l’ex re del ring si trova d’improvviso a riorganizzare la sua vita, cercando conforto in Cassidy, spogliarellista lap-dancer affettivamente sola e con un figlio di nove anni a cui badare. Tenta anche di riavvicinarsi alla figlia Stephanie, ventenne abbandonata in giovanissima età e affatto disponibile a riallacciare i rapporti con il padre. La frustrazione di Randy è acuita da un nuovo lavoro mortificante, dal non potersi più esibire su un ring, dall’assenza di quel calore umano che solo il pubblico gli aveva veramente regalato nella vita. Dopo aver quasi ricomposto il difficile rapporto con la figlia, rovina tutto in una serata di droga e sesso consumati in forma di antidepressivo. Respinto definitivamente da Stephanie, e preso atto che la relazione con Cassidy sembra troppo complicata, Randy sceglie di essere, nonostante i rischi, ancora una volta “The Ram”. Perché il ring è l’unica grande ribalta che la vita par volergli concedere.

Una storia amara e dolorosa, malinconica e decadente, che Aronofsky costruisce per il grande schermo, al contrario dei lungometraggi precedenti, affidandosi ad un incedere canonico, a consuetudini narrative non lontane da quelle hollywoodiane classiche. Il che, vista la storia raccontata, è una scelta azzeccata e funzionale all’assoluta centralità del suo protagonista, un Mickey Rourke stratosferico – e passatemi l’enfasi perché rare volte le lodi per un attore sono altrettanto meritate -, trasfigurato nel corpo e nell’anima, capace di recitare con ogni minima parte dell’epidermide. Il corpo di Randy parla e ci dice davvero molte cose, prima che la macchina da presa di Aronofsky metta a fuoco le emozioni del volto di un wrestler disincantato ma bisognoso di aggrapparsi ad ogni soffio di vita che spira nella sua direzione. Rourke dà prova di misura e di essenzialità anche nei catartici momenti di istrionismo sul palco (il ring: la sua ribalta), di padronanza di ogni più recondita parte di sé, anche quelle precluse alla vista dello spettatore. Una performance che mi piace paragonare e avvicinare, fisicamente e “spiritualmente”, a quella altrettanto coinvolgente di una straordinaria Hilary Swank, premiata con la statuetta di miglior attrice protagonista nel capolavoro di Clint Eastwood, Million Dollar Baby. Anche in quel caso un ring, per una storia ancora più dolorosa e straziante rispetto a questa. Resta davvero un mistero il mancato Oscar per l’attore di Schenectady. O meglio, sappiamo tutti che il mistero tanto mistero non è, perché il pur bravo Sean Penn ha ricevuto un Oscar palesemente politico per aver interpretato Harvey Milk, nei Settanta leader della causa omosessuale negli States. L’incredibile performance di Rourke è sapientemente valorizzata dalla direzione di Aronofsky il quale, pur scegliendo un incedere narrativo classico, ci regala una regia molto meno convenzionale fatta di lunghissime incursioni con la camera a mano. Questa scelta estetica aumenta l’effetto straniamento-desolazione che la storia vuol restituire al di là della vicenda del suo protagonista, e consente al regista newyorchese di far assurgere i dettagli, dei corpi in particolare, a elementi simbolici sintomatici di una complessità visiva basata anche sull’accurata scelta di una fotografia dai colori pallidi. L’incipit, in cui la camera a mano procede singhiozzando e seguendo Randy dalla fine dell’incontro all’arrivo alla casa-baracca, è già esemplificativo al massimo della cifra stilistica che Aronofsky intende usare per larga parte della pellicola.

Ma non sono solo un grande Rourke e una regia intelligente a conferire lustro all’opera, che è valorizzata ulteriormente dalle prove davvero convincenti delle due interpreti femminili: la sensuale e sempre bellissima Marisa Tomei – sfido chiunque a quaranta e passa anni d’età e senza chirurgia di supporto a sfoderare un fisico come il suo: ancor più bella adesso che da ragazza, mi spingerei ad affermare – non è affatto, come consuetudine hollywoodiana spesso vorrebbe, un aggraziato riempitivo visivo ma un’attrice espressiva e coraggiosa nello scegliere i ruoli. Da vedere anche, a questo proposito, la sua recente ottima prova accanto a Seymour Hoffman in Onora il padre e la madre, di Sidney Lumet. Come non è solo algida bellezza quella dell’ex ragazzina prodigio Evan Rachel Wood (Thirteen), oramai attrice che convince e intriga anch’ella con scelte professionali non propriamente in linea con i suoi vent’anni: i momenti in cui Aronofsky indugia sul rapporto tra padre e figlia sono davvero intensi e credibili, grazie alla prova dei due attori. Anche la scelta della colonna sonora pare azzeccata, davvero suggestiva nelle ultime sequenze.

E proprio gli ultimi minuti della pellicola, in cui la musica è protagonista al pari dell’immagine, ci restituiscono la dolorosa bellezza dell’opera di Aronofsky: sulle note di Sweet child o’mine dei Guns n’Roses, tra la folla in delirio, “The Ram” entra in scena per la sua ultima, epica sfida. È una rappresentazione ben organizzata, artefatta e spettacolare come ogni incontro di wrestling che si rispetti, in cui la caducità del corpo di Randy Robinson si manifesta nell’imminenza del concordato epilogo della sfida. Sofferente e allo stremo, “The Ram” si arrampica sulle corde del ring per un ultimo, simbolico balzo. Si getta, un fermo immagine e poi il buio. Sulle note della malinconica e omonima ballata di Bruce Springsteen, scritta appositamente per la pellicola, The Wrestler si esaurisce con un dubbio e una certezza. Il dubbio è sulle sorti del protagonista, sul fatto che l’ultimo balzo può essergli stato fatale. Non lo sapremo mai e non importa. Non importa perché Randy “The Ram” si congeda con una grande certezza: la sua vita è in quel palcoscenico, in quei minuti e in quegli attimi che chiudono il cerchio, immunizzandolo dai rimpianti e donandogli la sua eternità.

Alla notte degli Oscar, in una cinquina in cui a contendersi la statuetta come miglior film c’erano opere mediocri o non esaltanti come il vincitore The Millionaire, Il curioso caso di Benjamin Button e Milk, The Wrestler non solo poteva starci a giusto merito, ma logica avrebbe voluto – e lo stesso discorso vale per i due Eastwood non candidati – sbaragliasse l’inconsistente concorrenza. Eppure Hollywood è cosi, si sa, raramente premia chi merita. Un film da vedere senza riserva alcuna, che vi emozionerà anche se non avete idea di cosa sia il wrestling. Leone d’oro all’ultimo Festival di Venezia.

Federico Magi, marzo 2009.

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