Ho già scritto anni fa per lankelot di questo primo romanzo di Jack Kerouac. Non ricordo quali siano state allora le mie riflessioni in proposito. E solo dopo aver scritto di questo libro che ho appena riletto andrò a vedere la mia vecchia recensione.
Come tutti ho da parte romanzi che periodicamente rileggo, sono ad esempio quelli di Kerouac, di Dostoevskij, di Čechov, ma anche di Breton (piccoli ma magnifici).
In questa mia rilettura de Il mare è mio fratello mi ha colpito la leggerezza dello scrivere di Kerouac, la giovinezza della sua scrittura. Era il 1943 e Jack aveva vent’anni. Non tanti di più, in fondo, saranno quando comincerà Sulla Strada. Eppure sono sette anni di esperienze fondamentali per la sua carriera di scrittore, infatti solo scrivendo Sulla strada Kerouac scoprì la prosa spontanea. Il mare è mio fratello ha il tono leggero e scanzonato del raccontare un’amicizia tra maschi con relativo viaggio insieme. Sulla strada, pur affrontando la stessa tematica ha già il tono cupo, nostalgico del Kerouac maturo, in un’alternanza di quasi/finta gioia e disillusione disperata. C’è tra i due romanzi l’abisso che si apre tra illusioni della gioventù e disillusioni dell’età matura. Il Wesley de Il mare è mio fratello non è il Dean/Neal Cassady di Sulla strada. Non è quella figura mitica, il semidio che rappresentò per Kerouac (così ben delineata in Visioni di Cody). Wesley è solo un amico più esperto, sì anche lui come Neal più sicuro di sè rispetto all’imbranato Everhart, ma è un uomo tutto sommato comune, rispettoso delle leggi, non ruba macchine, non è mai stato in riformatorio e in galera ci capita per caso una notte sola. È semplicemente uno che a differenza di Everhart sa cavarsela nella vita e offre al primo l’opportunità di uscire dal suo tran tran domestico e fare l’eccitante esperienza dell’andare per mare. Ma in questo suo primo romanzo Kerouac non mitizza il viaggio dei due su un mercantile, non è ancora diventata una filosofia di vita, non è ancora l’andare per l’andare, è fare un’esperienza e soprattutto è un lavoro che serve a guadagnare un bel po’ di soldi prima che Bill Everhart torni al suo lavoro di insegnante all’Università della Columbia. Il mare è mio fratello è una storia di uomini. Le donne non fanno neanche da sfondo come in Sulla strada. Le poche volte che compaiono nel romanzo sono ritratte tutto sommato come delle vanesie, ubriacone e dipendenti dall’attenzione degli uomini. Sono uno stupido ingombro o tentazioni sessuali da evitare, trappole che impediscono di percorrere la strada dei veri uomini. Tutta la storia invece è incentrata sul ritrarre giovani menti e corpi di maschi al lavoro sul mercantile Westminster oppure nelle loro ore di riposo, di chiacchiere, pasti, letture e bevute. In questo romanzo come nel successivo La città e la metropoli Kerouac naviga nella scrittura ancora sotto l’influsso della tradizione americana dei Tom Wolfe e William Saroyan. Ma il libro è comunque stato necessario, è uno scalino del percorso di Kerouac dall’avere una bella storia da raccontare all’andare nel profondo di sé senza pudori, ipocrisie o il bello/piacevole dello scrivere storie.
Ho finito di scrivere questa recensione e sono andata su lankelot a leggere quella che scrissi nel 2012; quest’ultima era più accurata, più lunga, si soffermava di più sulla trama, e si spendeva di più sul paragone con le opere successive di Keoruac e sulla sua scoperta della prosa spontanea.