I due libri della giungla vennero scritti da Kipling rispettivamente nel 1894 e nel 1895 ed ebbero successo immediato e notevole.

Lasciando da parte la versione edulcorata che ne realizzò Disney, si tratta di libri d’avventura d’ambientazione esotica e struttura composita.

Il Primo libro della giungla, in sé piuttosto breve, racconta le vicende di Mowgli, il bambino adottato da un branco di lupi e allevato secondo le leggi della giungla.

Seguono alcuni racconti d’animali dove spesso compare la figura di una bestia diversa (la foca bianca ad esempio) e più intraprendente delle altre, che ha iniziativa e diviene un capo.

Le descrizioni della natura, – sia che si tratti della foresta che dei ghiacci polari – sono sempre molto curate e suggestive, come pure le notizie sulle abitudini degli animali. Tutto appare governato da leggi spietate, secondo le quali la morte è in continuo agguato. Gli esseri umani sono spesso presentati come superstiziosi, ignoranti e crudeli.

Il Secondo libro della giungla appare più organico, vi si alternano racconti che hanno Mowgli come protagonista e racconti con svariati animali, sempre ad ambientazione esotica. Alla fine di ciascuna storia Kipling inserisce una ballata o un canto poetico, quasi a suggellare con un tono diverso la sua narrazione e a dare un tocco più suggestivo al tutto. Nella giungla s’intonano canti per ogni occasione e ci si esprime anche così, manifestando in tal modo il proprio sentire.

Considerato in genere un libro per ragazzi, in verità il testo di Kipling presenta diversi piani interpretativi sia in senso positivo che negativo.

Una componente favolistica è certamente presente, basti pensare alla presenza nello stesso luogo, la giungla indiana, di animali che normalmente non dimorano in quelle zone (l’orso, i lupi) accanto ad animali invece tipici come la tigre, l’elefante, le scimmie, il cobra. Inoltre la fauna di Kipling parla, ha i suoi valori, le sue massime e leggi, cui s’attiene rigorosamente, una sua mitologia come si legge nell’episodio “L’origine della paura”, dove il grande elefante Hathi, emblema di saggezza e depositario della memoria, rievoca una sorta di età dell’oro, in cui tutti gli abitanti andavano d’accordo e non si divoravano tra loro e vi era Tha, il Primo Elefante, signore-creatore. Solo in seguito, a causa della Prima Tigre, emblema di disobbedienza, la Morte e la Paura, incarnata dall’uomo (il Senza Pelliccia) entreranno nella foresta.

Gli animali descritti da Kipling costituiscono una sorta di galleria di caratteri: la Tigre, Shere-Kan, che poi Mowgli ucciderà, è il Male, l’ira, è vigliacca e infida; l’elefante è il saggio; l’Orso Baloo, uno dei padri spirituali di Mowgli, è il maestro della legge severo e bonario al tempo stesso, condivide con Bagheera, la bellissima pantera nera, l’istruzione del «Ranocchio», questo il soprannome dato a Mowgli dagli animali.

Così viene presentata la pantera: “Era Bagheera, la Pantera Nera, tutta nera come l’inchiostro, ma con le macchie che rilucevano alla luce come il disegno della seta marezzata. Tutti conoscevano Bagheera, e nessuno ci teneva ad attraversare la sua strada, perché egli era astuto come Tabaqui, audace come un bufalo selvatico, e spietato come un elefante ferito. Ma aveva una voce soave come il miele selvatico e una pelle più soffice della lanugine” (p. 17, “Il primo libro della giungla”).

Non mancano Padre Lupo e la grintosa mamma Raksha con i lupacchiotti-fratelli di Mowgli. Lo sciacallo Tabaqui è un pettegolo chiacchierone, disprezzato perché mangia immondizie, mentre il popolo delle scimmie, il Bandar-Long, è ritenuto sciocco, privo di capi e di memoria, sporco, irresponsabile e stupido.

Sempre più definita e positiva nel corso della narrazione è la figura possente di Kaa, il pitone:

Lo trovarono steso su una sporgenza scaldata dal sole pomeridiano, mentre ammirava il suo nuovo manto meraviglioso; infatti si era ritirato per una decina di giorni per cambiare pelle, e ora era veramente splendido: la testa dal grosso naso smussato saettava sulla terra, e i nove metri del suo corpo si attorcigliavano in nodi e sinuosità fantastici, mentre si leccava le labbra al pensiero della cena” (p. 43 “Il primo libro della giungla”).

È lungo nove metri, è un cacciatore e un ammaliatore, ma si dimostrerà un alleato potente e insostituibile per Mowgli. Non può mancare il capo branco Akela, il gran lupo solitario, molto esperto ed astuto.

La formazione di Mowgli si svolge dunque tra gli animali, per certi versi ricorda Tarzan oppure certi personaggi di fanciulli curiosi, intraprendenti ed accorti presenti in altri autori (Jim nell’“Isola del tesoro” di Stevenson o “Huckleberry Finn” di Twain, scrittore che Kipling conobbe di persona e stimò).

Le leggi che governano la giungla però non sono affatto tenere o favolose, sono darwiniane e spietate: si uccide e si viene uccisi, si caccia e si viene cacciati. Il divieto riguarda la caccia all’uomo, perché l’uccisione di un umano finisce per attirarne molti altri. La trasgressione alle leggi implica la morte: “La Legge della Giungla, sicuramente la legge più antica del mondo, compone quasi tutti i tipi di vertenze che si possano presentare al popolo della Giungla, e il suo codice, con il passare del tempo e grazie al continuo uso, ha raggiunto un grado di perfezione pressoché assoluta” (p. 171).

Così inizia il Secondo libro della giungla. Bisogna osservare che Morte sempre in agguato e Paura sono le dominatrici dell’universo ferino.

La Paura percorre la Giungla in lungo e in largo, giorno e notte” (p. 186).

La presenza della Legge e l’obbedienza alla stessa tanto sottolineate da Kipling costituiscono per certi versi un progresso, una forma d’organizzazione della società e un freno agli istinti individuali ed egoistici. Gli animali sono essenziali nelle loro necessità, uccidono solo per sopravvivere a differenza degli uomini spinti dall’avidità e dall’egoismo. Kipling sembra voler ribadire la necessità di una pacifica convivenza tra gli individui.

Non a caso un suo appassionato lettore, il generale britannico Lord Baden-Powell, utilizzò proprio le storie dei libri della giungla per proporre anche ai bambini lo scoutismo, del quale fu il fondatore.

Mowgli diviene in breve tempo – e Kipling non fa che ribadirlo – signore e dominatore della giungla e dei suoi abitanti, Bagheera stesso non riesce a sostenere il suo sguardo.

Mowgli impara ad uccidere per necessità e difesa, è astuto, superiore a tutti, è quindi al vertice della scala evolutiva. È l’unico a non aver paura del “Fiore Rosso” (il fuoco), è un diverso, come lo sono altri animali nei racconti di Kipling, è molto forte, sa essere vendicativo come quando fa distruggere dai suoi amici elefanti il raccolto che dava da vivere ad un intero villaggio e sa essere estremamente coraggioso,come in “Cane Rosso” – insieme a “L’origine della paura” e “L’ankus del re” – uno dei racconti più belli e movimentati, dove salva con l’aiuto di Kaa l’intero branco dall’invasione dei cani rossi del Dekkan.

L’universo in cui si muove Mowgli è prevalentemente maschile, visto che alle femmine umane e animali vengono lasciati ruoli essenzialmente materni e protettivi.

Mowgli è umano e ferino: “Tu appartieni e non appartieni alla giungla” (p. 226, “Il secondo libro della giungla”), gli dice Bagheera. Agisce talvolta in atmosfere cupe e crudeli, inesorabili e feroci; è un essere temuto e padrone di sé, conosce i linguaggi e i segreti della giungla, ha molte sfaccettature – e questo a differenza dei suoi amici animali, che vivono basandosi sul loro semplice istinto senza porsi troppi problemi.

Mowgli conosce le tentazioni degli uomini, anche se sa dominarle ed essere essenziale nelle scelte. Ne “L’ankus del re” capisce la necessità di disfarsi di un gioiello preziosissimo, che non fa che scatenare l’avidità degli umani e quindi l’omicidio.

Seguendo sempre una legge di natura sarà proprio durante la stagione degli amori (il tempo del Nuovo Convegno) che Mowgli deciderà, su consiglio dei suoi stessi amici animali, di lasciare la foresta e andare a vivere tra gli uomini. E sulla puramente accennata scoperta della sessualità la narrazione di Kipling si ferma, come se l’argomento non fosse affrontabile apertamente (siamo ancora in epoca vittoriana).

Al di là del gusto dell’avventura, di certe belle descrizioni, dell’atmosfera esotica o misteriosa di alcuni racconti, della vena divertente di altri, vi è però un’ideologia strisciante che compare in questi romanzi, preludio all’involuzione successiva del pensiero dell’autore.

Siamo in epoca coloniale, gli inglesi possiedono un impero vastissimo e ritengono il loro modello culturale valido per tutti ed esportabile.

Pochissimi stati indigeni seguono senza riserve la via del progresso inglese, perché dubitano, al contrario di Purun Dass, che quanto è bene per gli inglesi lo sia doppiamente per gli indiani” (p. 192, “Il secondo libro della giungla”).

Generalmente gli inglesi, pur lasciati sullo sfondo per dar maggiore spazio alla vena fantastica di Kipling, appaiono come i legislatori, coloro che mettono ordine e assicurano quella giustizia che gli indigeni non sanno darsi, incapaci di gestirsi da soli come appaiono.

Gli indiani sono spesso massa paurosa e superstiziosa che deve ricorrere all’autorità altrui per avere ordine e governabilità. E decisamente ciò costituisce un limite notevole ai romanzi.

Articolo apparso su lankelot.eu nel novembre 2006