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j'Mer, 08 Nov 2006 20:58:19 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=7976eLankenautafRacconti

I Racconti di Théophile Gautier si snodano lungo un arco di tempo assai ampio (1831-1856) e risultano piuttosto vari. Si va dal racconto propriamente fantastico a quello ambientato nel mondo antico (Grecia, Pompei o antico Egitto), dalla narrazione di poche pagine al romanzo breve (alcuni infatti comparvero a puntate su giornali).

Notevole e comune a tutti è la fantasia, la scorrevolezza, lo stile estremamente – fin troppo – raffinato, le descrizioni cesellate con minuzia e precisione, l’alto livello di letterarietà. Numerosissimi sono infatti i riferimenti diretti a letterati (soprattutto E.T.A.Hoffmann, che Gautier riconosce come suo maestro) e ai pittori.

Gautier fu personalità eclettica, dagli interessi ampi; scrisse, oltre ai racconti, romanzi, poesie, saggi. La sua attività critica – che gli dava da vivere – spaziava dalle arti figurative, alla letteratura, alla musica e al teatro.

Alcuni racconti riescono a creare una notevole atmosfera di mistero e di tensione, sconfinano verso il visionario e il soprannaturale con effetti sorprendenti e di valida efficacia narrativa.

Gautier è raffinato scrittore, evocatore d’immagini eleganti e di una bellezza femminile perfetta, idealizzata e addirittura disincarnata, più simile a un quadro o a una scultura.

I racconti si concentrano attorno ad alcuni temi fondamentali: oggetti che si animano, figure che escono dai quadri o dagli arazzi, sogni e incubi, visioni causate dalla droga (“La pipa di oppio”, “Il club dei mangiatori di hashish”), incapacità di distinguere reale e immaginario (“Onuphrius”, uno dei racconti più avvincenti, mostra una sequenza di visioni davvero notevole, degna di E.A.Poe: morte apparente, seppellimento, disseppellimento, minaccia di autopsia, distacco dell’anima dal corpo, follia finale), donne vampiro – e qui siamo già in una sensibilità decadente –, viaggi immaginari nello spazio e nel tempo indotti da opere d’arte e reperti archeologici (“Arria Marcella”, “Una notte con Cleopatra”, “Il piede di mummia”), mesmerismo e reincarnazione (“Avatar”), esotismo, credenze popolari (“Jettatura”) che si rivelano reali, tema del doppio.

Elemento onnipresente è l’amore per un ideale femminile perfetto, spesso situato nel passato o in un’opera d’arte oppure celato o inarrivabile.

Il protagonista de “Il vello d’oro”, Tiburzio, s’innamora della donna raffigurata in un quadro, cerca un certo tipo di bellezza idealizzata e, viaggiando, incontra infine una ragazza molto simile a quella del dipinto. La storia si rivelerà poi un racconto di formazione e, attraverso l’amore della giovane, Tiburzio scoprirà la sua vera vocazione.

Di amori impossibili sono costellati i racconti: si va dalla passione proibita di un sacerdote, che s’invaghisce di una donna vista per un attimo in chiesa il giorno della sua ordinazione, a quello di uno schiavo per la regina Cleopatra, alla visione di una bellezza celata a tutti (“Il re Candaule”) che conduce al delitto, all’innamoramento che attraversa i secoli e fa immaginare, da un reperto archeologico, la creatura ideale.

La bellezza proposta da Gautier risulta però talmente perfetta da essere irreale, marmorea o dipinta, spessissimo compaiono paragoni col mondo della pittura o della scultura, le carni sono bianche come il marmo, gli abiti presentano sfumature e drappeggi degni del pennello dei grandi artisti.

Era bruna e pallida, i suoi capelli ricci e inanellati, neri come quelli della notte, erano morbidamente appuntati alle tempie secondo la moda greca e, sull’incarnato diafano del suo volto, brillavano due occhi scuri e dolci, carichi di un’indefinibile espressione di tristezza voluttuosa e appassionato languore; la bocca, sdegnosamente arcuata agli angoli, sembrava contraddire, col vivace ardore della sua porpora accesa, il quieto candore del volto; il collo aveva quelle belle linee armoniose che oggi si ritrovano solo nelle statue. Le braccia erano nude fino alle spalle e dalla punta orgogliosa dei seni, che sollevavano la sua tunica color malva, partivano due pieghe che parevano scolpite nel marmo da Fidia o da Cleomene” (p. 356, “Arria Marcella”).

La bellezza già perfetta di Alicia era spiritualizzata dalla sofferenza: la donna era quasi sparita per far posto all’angelo: le sue carni erano trasparenti, eteree, luminose; vi si scorgeva l’anima attraverso come il bagliore della fiamma in una lampada di alabastro. I suoi occhi avevano l’infinito del cielo e lo scintillio delle stelle; a malapena la vita apponeva la sua rossa firma sull’incarnato delle labbra” (p. 549, “Jettatura”).

La prosa raffinatissima di Gautier lavora come un cesello sulle immagini, le cura, le rifinisce con ricercatezza, ma tende a renderle fredde, distanti, irraggiungibili, si potrebbe dire «canoviane», volendo inserire un riferimento alla scultura.

Spesso questi corpi, così bianchi e algidi, finiscono per dissolversi, sono di un altro mondo, fantasie ideali, sogni e quindi destinati a rivelarsi illusione o allucinazione.

Va osservato però che Gautier, anche quando descrive situazioni particolarmente drammatiche, conserva sempre uno stile lucido, controllato, levigato, curato nei dettagli come una miniatura orafa, tanto che, alla fine, rimane al lettore una sensazione di freddezza, di eccesso di virtuosismo che blocca i drammi nel loro esplodere, quasi a volerli dominare e definire.

Gli eccessi di tensione non vengono portati mai al limite estremo, al parossismo, talvolta si piega addirittura verso la storiella morale (“Due attori per una parte”, “Il cavaliere doppio”) con esiti poco felici.

Alcuni elementi ricorrenti si possono osservare anche nei protagonisti maschili dei racconti di Gautier: in genere si tratta di giovani artisti o borghesi, sregolati, originali, adoratori della bellezza ideale e consacrati alla sua ricerca, colti, idealisti, rivestiti di un estetismo già decadente.

Tiburzio, come quasi tutti i giovani d’oggi, senza essere propriamente un poeta o un pittore, aveva letto moltissimi romanzi e visto moltissimi quadri; data la sua pigrizia, preferiva vivere sulla parola altrui; amava con l’amore del poeta, guardava con gli occhi del pittore, e aveva più esperienza di ritratti che di visi; la realtà gli ripugnava e, a forza di vivere tra libri e quadri, era arrivato al punto di non trovare più vera la natura” (p. 172, “Il vello d’oro”).

Oppure così ci viene presentato Onuphrius, protagonista di un altro racconto:

Leggeva solo leggende fantastiche e antichi romanzi cavallereschi, poesie mistiche, trattati cabalistici, ballate tedesche, libri di stregoneria e demonografia; e così si era forgiato, nel bel mezzo del mondo reale che gli brulicava intorno, un mondo di estasi e visione in cui a ben pochi era dato entrare. […] Le sue prolungate meditazioni, i suoi viaggi in mondi metafisici non gli avevano lasciato il tempo di occuparsi di quello reale” (p. 22-23, “Onuphrius”).

Questi eccessi di arte predispongono i personaggi alla visionarietà e all’artificiosità, ancora ne “Il vello d’oro” si dice di Tiburzio:

L’arte lo aveva conquistato quand’era ancora troppo giovane e l’aveva corrotto e falsato; tante persone di questo genere sono più comuni di quanto non si creda nella nostra civiltà estenuata, dove si è a contatto molto più spesso con le opere degli uomini che con quelle della natura” (p. 181).

Le avventure più strane capitano a questi giovani esteti: possono ritrovarsi nell’antica Pompei, la cui vita quotidiana è descritta con vivacità, ma talvolta con un gusto «catalogatorio» degno di una guida turistica, o possono far trasmigrare la loro anima nel corpo di un altro (“Avatar”, tutto incentrato sulla teoria del magnetismo e permeato da una certa fascinazione per l’Oriente) per giungere all’algida amata, oppure possono affrontare duelli in condizioni paradossali.

Il romantico gusto per le rovine si fa sentire in certe visite notturne agli antichi resti fatti rivivere.

Alcuni racconti sono ambientati totalmente nell’antichità, un’antichità idealizzata a grandiosa, descritta spesso con un’aggettivazione che si autocompiace, cresce su sé stessa e sconfina nell’elenco degli oggetti giustificato da un desiderio di precisione.

Cambia lo scenario, ma la bellezza rimane: algida, a volte crudele, sempre perfetta e degna d’adorazione.

Gautier insegue perennemente un sogno.

Articolo apparso su lankelot.eu nel novembre 2006

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