Proprio Delitto e castigo, capolavoro letterario attraverso il quale Dostoevskij influenzò tutta la letteratura a venire, è forse il libro delle coscienze per antonomasia. In un certo qual modo uno dei padri letterari (non per la forma, evidentemente) della storia che Jonathan Trigell ci racconta nel suo sconvolgente romanzo d’esordio, Boy A, e che John Crowley portò al Festival di Berlino nel 2008 restituendo fedelmente le atmosfere contenute nell’opera del giornalista-scrittore inglese, ottenendo anche un prezioso riconoscimento. Delitto e castigo, dicevamo, laddove a un crimine corrisponde una ineludibile sentenza della giustizia umana, di Dio, del fato e con Dostoevskij, per la prima volta, della coscienza. Più dei macigni dell’inconscio, comunque, nella società di massa esposta ad iperinformazione possono pesare i giudizi dei media, coloro che sbattono il mostro in prima pagina condannandolo per sempre all’oblio, fino a costringerlo a rinnegare la propria identità. Boy A ci parla proprio di uno dei tanti mostri generati dai media, certo forse più mostro di altri, secondo il senso comune. Logico pensare ciò con un omicida bambino, per lo più di un’angelica coetanea, senza apparenti motivi a supporto e sostanzialmente abusando di quel corpo, in compagnia di un coetaneo. Non può che essere un mostro, un ragazzino del genere. Non solo si può, ma si deve provare profondo disgusto. Non c’è attenuante che tenga, non c’è possibilità di redenzione, c’è soltanto odio, disprezzo e nel migliore dei casi oblio nell’ultima cella ai margini del mondo. O forse no, forse non è tutto così logico e consequenziale. Forse, ritornando a Dostoevskij, in alcuni casi è solo la coscienza che può e deve essere giudice, una volta che la giustizia degli uomini, sovente davvero inumana – e non è un controsenso in termini -, ha fatto il suo corso.

Questa è la storia di Jack, uscito di prigione a 24 anni dopo esservi entrato a 10 per aver violentato e assassinato la piccola Angela Milton, insieme a un compagno di giochi. Jack è il suo nuovo nome, e grazie all’interessamento di Terry, l’assistente sociale che si è preso cura di lui in carcere e che adesso è diventato suo zio, ha un lavoro, una casa ed è sostanzialmente irrintracciabile. È un mondo tutto nuovo per Jack, che praticamente non ha mai vissuto: le serate al pub, la complicità dei nuovi amici, una sorta di serenità mai provata, fino a trovare addirittura l’amore. Tutto comincia ad andare talmente bene che Jack si sente quasi in debito verso la vita e verso il mondo, nonostante quello stesso mondo gli abbia sottratto la giovinezza e la vita non sia stata affatto generosa con lui, bambino costantemente vilipeso e malmenato dai ragazzi più grandi, figlio di genitori assenti che lo percepivano come un peso. Jack vorrebbe rivelare la verità su di sé alle persone che fanno parte della sua vita, ma Terry lo sconsiglia con una certa energia, perché il Regno Unito non si è certo dimenticato di lui: c’è una taglia sul “mostro”. Proprio come nel Far West. Fortunatamente nessuno conosce il suo volto, e il ragazzo fa di tutto per occultarlo ai media. Ma il destino è in agguato, e non eviterà a Jack di portare fino in fondo la sua croce.

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Da un romanzo di straordinaria potenza emotiva, senza dubbio uno dei migliori degli ultimi anni, quanto meno a parere di chi vi parla, non era semplice farne derivare un film che ne ricalcasse con fedeltà la narrazione e che restituisse la giusta distanza che Trigell pone tra sé, la vicenda narrata e il lettore. Questa premessa è doverosa perché, senza nessuna enfasi ma a giusto merito, parliamo di un piccolo – e poco conosciuto, alle nostre latitudini – capolavoro della letteratura contemporanea. Qui cominciano i grandi meriti di un film che riesce a trascinare tra le sue pieghe emotive anche chi ha già letto l’opera di Trigell, e a suggerirgli visivamente, con estremo garbo e col giusto pathos, ciò che aveva interiorizzato in quelle coinvolgenti pagine. Crowley e O’Rowe dimostrano di aver colto appieno lo spirito del romanzo e ne trasportano sullo schermo con impressionante aderenza tutti gli snodi fondamentali. Non c’è davvero nulla che sia inventato o superfluo, nemmeno la lievissima forzatura dell’epilogo, a ben guardare figlia di un finale dolorosamente lasciato aperto da Trigell. Tutte le scelte di regia, peraltro, sono tese a evitare qualsiasi forma di facile sensazionalismo, tentazione che poteva anche venire a qualche pessimo riadattatore dell’opera. L’uso misurato e “chirurgico” del flashback, che interviene a darci fuggevoli lumi su un passato che il libro inevitabilmente ci propone con maggiori e più importanti dettagli, si incastra con l’andamento costante di una narrazione centrata su un protagonista davvero in stato grazia. Andrew Garfield (che ritroveremo poi in Parnassus, di Terry Gilliam) offre una prova maiuscola, in cui mescola e restituisce con la giusta misura una tale gamma di emozioni tanto da trovare la piena adesione dello spettatore. E proprio tenendo conto di questa evidenza, considerando la distanza che si impone Trigell nel trattare il personaggio, troviamo il plusvalore aggiunto da Garfield (non dunque da Crowley e O’Rowe, che sono attentissimi a non incorrere nel rischio di emozioni a buon mercato), il quale riesce a trasmettere quelle sensazioni che il romanziere britannico deve tenere sotto controllo per evitare il ricatto morale opposto a quello che fa emergere ma che sostanzialmente dissimula per tutta la narrazione. L’ottimo Peter Mullan, attore portato alla ribalta da Ken Loach (e anche premiato regista di Magdalene), dà anch’egli il meglio di sé, e tutto il cast si muove perfettamente sulla ribalta fortificando la sensazione che la pellicola non abbia veramente nulla che sia fuori posto. La colonna sonora è tenue, malinconica e mai ingombrante.

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Un piccolo grande film che, caso assai raro, rende onore a un grandissimo romanzo e che come al solito in Italia non è arrivato nelle sale, uscendo totalmente in sordina lo scorso novembre in Dvd. Molte le sequenze da ricordare, ma ciò che resta impresso è sopra ogni cosa il volto del protagonista: quando si dichiara per la prima volta alla ragazza, quando le dice che le manca il fiato quando la vede, quando è assalito dal rimorso, dalla paura, quando tutto il mondo gli crolla addosso, quando rievoca il doloroso passato, quando guarda verso il basso nell’ultimo fotogramma. Il dubbio che ci si dovrebbe porre e che vi pongo, alla fine del film, è identico a quello che insinua lo splendido romanzo di Jonathan Trigell: un bambino, qualunque bambino, pur colpevole del più grave delitto possibile immaginabile, può vedersi sottratta la giovinezza per volere di una qualunque giustizia, anche quella più ligia alle regole, scrupolosa, imparziale? Perché al di là della riuscita e dell’ottima rielaborazione che propone film, qui stiamo parlando di bambini, di coscienza, e di conseguente giustizia degli uomini. Stiamo parlando sempre di delitto e di castigo. Ma sono categorie applicabili all’infanzia nella stessa misura e con la stessa consequenzialità che utilizziamo per giudicare gli adulti? Non bastano già i sensi di colpa, se si finisce in carcere a 10 anni per omicidio? Nessun moralismo, ma al contrario signori, solo dubbi. Tanti dubbi, troppi dubbi. Quei dubbi salvifici che ci regalano storie come Boy A, vicende che ci pongono di fronte al giudice più incalzante e sovente meno indulgente. Il supremo giudice che logorò Raskolnikov, nonostante il delitto perfetto: la coscienza.

Federico Magi, agosto 2010.