È un romanzo generazionale di formazione, ma soprattutto di rievocazione di quella che sembra ora un’epoca lontana, tecnologicamente e ideologicamente diversissima da oggi, ma in realtà distante meno di trent’anni.

Un’epoca di grandi fermenti, quando i dischi erano ancora in vinile e si registravano su cassette per poi passarsele e non esistevano ancora i pc in casa, internet, i telefonini. Rai Tre stava per nascere e il telecomando era uno strumento di potere non diffuso endemicamente. Esistevano i juke-box, quei grossi scatoloni pieni di 45 giri che si potevano selezionare e ascoltare nei bar a tutto volume. Si comunicava via telefono e le chiamate urbane avevano ancora solo il costo di uno scatto.

Circolava un gran desiderio di cambiare, la rivoluzione pareva alle porte e nascevano le radio libere e poi anche le prime televisioni private.

Gli schieramenti politici erano più netti e le scelte di campo quasi necessarie. La scuola era un continuo tumulto d’assemblee, occupazioni, autogestioni e manifestazioni.

Volavano slogan pesanti e gli scontri con la polizia erano all’ordine del giorno, talvolta purtroppo con conseguenze drammatiche. Serpeggiava già la violenza, che avrebbe poi portato i suoi frutti velenosi e circolava tanta droga: dagli spinelli alla cocaina fino alla devastante e mortifera eroina.

Due mali hanno flagellato quella generazione: l’eroina appunto e lo sbocco nella lotta armata.

In un tempo andato con biglietto di ritorno” è il romanzo di chi aveva diciassette anni nel 1978, con tutte le sue incertezze, contraddizioni, passioni, amori, grandi amicizie che magari durano una vita, con le confusioni dell’adolescenza e l’assolutezza dei sentimenti e delle sensazioni e soprattutto la musica: non solo quella cantautoriale impegnata che accompagnava l’ansia di rinnovamento e le battaglie politiche, ma tutta la musica. Si può dire che il lavoro di Pietrangeli sia un romanzo musicale, dove per ogni occasione, per ogni esperienza esiste una colonna sonora ed è davvero ammirabile la conoscenza e competenza che l’autore dimostra in questo ambito.

Protagonista del libro è Lorenzo, diciassettenne romano, che vive solo con la madre da quando i genitori si sono separati e il padre è ritornato al paesello natio. Studente svogliato (si fa bocciare) e sognatore, appassionato conoscitore di musica, è particolarmente legato a Walter, con il quale ha sviluppato, per comunicare, un divertente linguaggio con ascendenze futuriste.

Vivranno sia insieme che separatamente esperienze di crescita attraverso quelle che allora erano tappe fondamentali e assai diffuse tra gli adolescenti.

Il romanzo le compendia e le rivive con brillantezza, senza nostalgia semmai con spigliatezza e un briciolo d’ironia.

Leit-motiv sono spinelli ad ogni occasione, trip più o meno riusciti, sgangherati raduni poetici (compare Dario Bellezza, addirittura) in riva al mare che sono occasioni per incontri con ragazze, cultura indiana e circoli hare-krishna, grandi sogni di libertà che trovano il loro sfogo nel viaggio iniziatico da soli, possibilmente all’estero, magari in India, dal quale tornare con “roba” speciale per gli amici. Si viaggia quasi senza soldi, in autostop e sacco a pelo e ci si accompagna a conoscenze occasionali, bivaccando per le strade delle grandi città d’arte: una folla variopinta e trasandata, successivamente messa al bando dalle istituzioni per ragioni presumibilmente igieniche e diffusione endemica di canne e affini. I tempi sono più dilatati di oggi e “l’ansia da indaffarati” attuale non c’era, resta forse più spazio alla noia, ma anche a una comunicazione meno frenetica e frastornante.

I più fortunati e benestanti possiedono addirittura una casa o uno spazio tutto loro, che diviene punto di riferimento per gli amici, altrimenti le feste si svolgono in cantina e le rare discoteche aprono la domenica pomeriggio e chiudono la sera.

Anche Lorenzo farà il suo viaggetto a Firenze, conoscerà una donna più matura di lui, che gli darà per un attimo quel senso d’appoggio e accettazione che la madre, presenza autoritaria e brontolante, non sa dargli.

Tu e quello scemo di Walter! Droga e telefono! Non avete altra sana intenzione da spendere nella vostra vita…” (p. 13) sembra essere lo slogan di questa figura materna.

Erano gli anni in cui il telefono costituiva il mezzo principe di comunicazione e i genitori reagivano alla lievitazione delle bollette con minacce e divieti.

Il padre di Lorenzo invece appare come una figura più mite e bonaria, ma non abbastanza forte da costituire un riferimento per il figlio.

Tra cazzeggio e riflessioni Lorenzo conoscerà anche un grande amore, tragico e assoluto, vissuto con tutta la possibile intensità dell’adolescenza: Lucia, bella e fragile ragazza di cui serberà per sempre la memoria.

Lungi dall’indulgere su ripiegamenti intimistici o nostalgie eccessive, il romanzo è perfetto nel ricreare l’atmosfera del periodo, anche la moda, l’atteggiarsi, l’appartenere o meno a uno schieramento politico comportava poi scelte, gusti, riflessioni: “Accadeva, soprattutto a quei tempi, che la musica fosse elemento determinante nel socializzare e ritrovarsi come soggetti appartenenti allo stesso branco” (p. 70).

Emozioni e impegno viaggiavano insieme e, forse, sta tutta qui la grandezza ma anche il limite di un’epoca e della sua generazione. Ragazzi che, esaltando l’idealità nell’accomunamento, inteso come certezza del «bene comune», hanno ereditato una coltre di nostalgia avvolta tra le malinconie di tanti inevitabili fallimenti” (pp. 70-71).

Stagione di sogni e di prese di posizione nette, “il movimento fu una coinvolgente ed irripetibile esperienza di condivisione di bisogni e idealità nello spontaneismo associativo: nelle scuole, nelle piazze e persino nelle fabbriche” (p. 22).

Vi erano già altre premesse però, definite con vari giri di parole: i compagni che sbagliano, i compagni incasinati o incazzati, i compagni clandestini. Ancora ci si chiedeva “Resistenza o terrorismo?” (p. 22). La risposta definitiva sarebbe venuta di lì a pochissimo.

Le manifestazioni erano comunque un luogo di ritrovo e un momento d’aggregazione. La voglia era di cambiare: la scuola, la fabbrica, il sistema, i rapporti umani e trasgredire, ribellarsi fino allo scontro frontale fosse con la polizia o con l’avversario politico.

Oltre alle armi compare anche un altro veleno più micidiale: l’eroina.

Fu allora che, tra tutta la fauna sinora descritta, fece la sua comparsa ufficiale una nuova specie disumana: il tossico” (p. 42).

Sono trascorsi più di vent’anni da quei tempi e, rincontrando quelle stesse persone, non sarebbe difficile incappare tra chi ha fatto carriera in banca o chi, all’epoca tra i più giovani e nel tempo più coerenti, è divenuto leader di centri sociali, come pure non mancherebbero convertiti al centro-destra quanto al centro-sinistra. Quelli più veri, gli idealisti, sono, perlopiù, deceduti nella logica spietata della violenza politica oppure risucchiati da un altro tipo di morte, più lenta e silenziosa, ma nondimeno orribile e straziante: quella da eroina”. (p. 146)

Il “biglietto di andata” è dunque quello che parte dal 1978, ma il biglietto di ritorno – ed è il finale a sorpresa – ha inizio nel 2000, quando la tecnologia è molto progredita, ha portato internet e le chat, i CD e MP3 e nuove possibilità.

I personaggi sono ormai dei vissuti quarantenni eppure “Le cose stanno così, ma l’anima, mio caro Prabhù, quella è sempre la stessa…” (p. 196).

In un tempo andato con biglietto di ritorno” è un romanzo con l’innocenza e l’incoscienza dell’adolescenza e la retrospettiva data dal trascorrere del tempo, che molto ha portato via, qualcosa ha lasciato, sono rimasti qualche nodo irrisolto e qualche vecchia cicatrice per i quali l’unica soluzione è parlare. O narrare. Senza falsi rimpianti, ma con spontaneità e freschezza.

Articolo apparso su lankelot.eu nel settembre 2006