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j'Mer, 15 Apr 2009 15:19:45 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=8094eLankenautafChe. L'argentino

Che – L’argentino, è la prima parte del film-monstre (una coproduzione Usa, Francia e Spagna che dura ben quattro ore e mezza) di Steven Soderbergh su Ernesto Che Guevara, liberamente tratto dalle memorie raccolte nei suoi diari, di guerra e non. Arrivato in Italia in questi giorni, L’argentino precede Guerriglia, la seconda parte la cui uscita nel Bel Paese è programmata a 15 giorni di distanza. Detto ciò, arriviamo subito ad indagare la complessità di un’opera che, almeno nella prima parte, lascia sul campo molti dubbi e altrettante perplessità, sia per quanto riguarda lo stile che per ciò che concerne i contenuti. Lo stile è semi documentaristico e fotografa in due ore abbondanti le vicende che videro il giovane medico Ernesto Guevara, all’inizio degli anni Cinquanta, aderire – da straniero – alla rivoluzione cubana ideata da Fidel Castro per ribaltare le nuove gerarchie venutesi a creare dopo il colpo di stato del Generale Fulgenzio Batista, insediatosi col “benestare” degli americani. Guevara entra nei cuori dei rivoluzionari per il suo ardore ideale e rivoluzionario, ma nondimeno per il suo stile e la sua cultura, attraverso la quale cerca di ridestare un popolo quasi totalmente analfabeta e contadino. Ernesto Guevara diventerà così il Che, Il Comandante, leader incontrastato della rivoluzione cubana e braccio destro dell’ideologo e futuro dittatore Fidel Castro. Le vicende della prima parte si concludono con l’avanzata trionfante dei guerriglieri cubani, provenienti da più fronti, in direzione dell’Avana.

Dicevamo delle perplessità che insinua – come era prevedibile, visto il personaggio trattato – la prima metà dell’opera diretta da Steven Soderbergh, regista discontinuo e sovente indeciso tra cinema mainstream e cinema indipendente. Nel caso di Che. L’argentino partorisce un ibrido, né commerciale ma nemmeno sperimentale o indipendente, un film a tratti monocorde e compassato, fin troppo lento e involuto anche nei momenti di guerriglia. Sia chiaro, Soderbergh fa di tutto per rifuggire sia l’agiografia (il manifesto ideologico) che l’opposto (ancorché mi pare impensabile ne potesse parlare con disprezzo, visto che il Che è diventato – nel tempo – anche un’icona intergenerazionale), considerando che sul Che è stato scritto di tutto e di più, ma cosi facendo non caratterizza sufficientemente, come avrebbe dovuto, né la narrazione e né il suo indiscusso protagonista. Lo stesso Benicio Del Toro, attore che Soderbergh aveva meglio saputo valorizzare in Traffic, calato nei panni del rivoluzionario non riesce a restituire il pathos che si immaginava (anche perché s’erano lette critiche positive per la sua performance), nonostante un’invidiabile somiglianza con il Che. E la colpa di ciò è senz’altro imputabile a Soderbergh, più che a Del Toro, perché immagina un Che Guevara novello Socrate, più che un guerrigliero impavido – quale il Che è stato, checché ne possano pensare i detrattori a priori -, a cui mette in bocca, sovente decontestualizzandole, frasi politico-filosofiche, tratte dalle sue memorie, che sul grande schermo si traducono in improbabili momenti di solennità, considerata la contingenza in cui vengono pronunciate.

Altra scelta che lascia perplessi, nei contenuti, è la distanza – comunque ammiccante: vedremo in seguito – che Soderbergh mette tra sé e gli eventi narrati, confermando lo stile documentaristico che però mal si sposa sia con la durata che con il climax di alcune sequenze che, per logica, pur in un docu-film, avrebbero dovuto restituire una differente tensione emotiva. Ma il fatto più destabilizzante per lo spettatore, a questo proposito, è che L’argentino docu-film non è, pur se in alcuni frangenti ha questo tipo di respiro, e Soderbergh contribuisce in maniera decisiva a mescolare – non so quanto volontariamente – le carte, alternando fiction in bianco e nero, spesso buttandola li fuggevolmente e dunque conferendogli scarsa consistenza narrativa, e regia fin troppo patinata. Si ha l’impressione  di una sorta di auto compiacimento nell’inserire i frammenti in bianco e nero, dove peraltro filma i dettagli della figura di Del Toro (non del Che Guevara originale, che avrebbe avuto più senso: ancorché non sono a conoscenza della possibilità d’accesso di Soderbergh al materiale video sul Comandante), indugiando spesso e volentieri sul grosso sigaro sempre accesso. Compiacimento comunque fuori luogo, perché la regia di Soderbergh è abbastanza piatta e di maniera, sia nelle poche scene d’interno che nei momenti di guerriglia. Se si eccettua qualche rapida e improvvisa incursione con la camera a mano, peraltro immotivata perché ininfluente sia a livello estetico che narrativo.

Ultimo demerito di Soderbergh, per certi versi il più grave, è quello di indulgere, sottotraccia – ma nemmeno troppo sotto, se siete osservatori attenti -, nei confronti della rivoluzione cubana e dei suoi presunti motivi di libertà e uguaglianza, soprattutto a posteriori, essendo passati più di quarant’anni e considerando gli orrori partoriti dalla dittatura castrista. Peraltro la figura di Castro è stranamente – ma non poi tanto, vista la scelta “ideologica” di Soderbergh, che così evita ogni imbarazzo – quasi sempre estranea alla vicenda filmata. Tutta la prima parte – e immagino anche la seconda, a questo punto – presenta i guerriglieri rivoluzionari come gente che certamente vuole emanciparsi dalla propria condizione disagiata e contadina e dallo sfruttamento dei padroni terrieri, ma che nello scegliere “rivoluzione o morte” è fin troppo attenta alle condizioni di salute di nemici e prigionieri: insomma, è improbabile che guerriglieri analfabeti, in condizioni psicofisiche così deprivanti, avessero questa disposizione all’aiuto dell’avversario e questo spirito umanitario. Tutto ciò fa sorridere. Un guerrigliero è un guerrigliero, ed è spietato per definizione. A giusta ragione, peraltro, visto la scelta necessariamente radicale che lo ha spinto a combattere. Anche la figura del Che, purtroppo, non sfugge a questa consuetudine narrativa proposta da Soderbergh.

Quel che resta, in positivo, è la volontà di Soderbergh di presentare l’uomo Ernesto Guevara (con annessi acciacchi: la sua persistente asma), non dunque il “supereroe globalizzato”, ancorché in un modo il quale, come avrete inteso, non convincerà né i suoi estimatori e né i suoi detrattori. E né tanto meno gli equidistanti, o gli appassionati di vicende storico-politiche che hanno avuto rilevanza mondiale, tra i quali mi piace collocarmi nel dichiararvi apertamente il mio approccio alla controversa figura del Che. Controversa perché Ernesto Guevara non poteva non sapere o non immaginare gli approdi della dittatura comunista del leader maximo, pur avendo scelto di essere il rivoluzionario marxista dedito alla causa dell’intera America Latina – perito sul campo, per questa sua scelta – , per sottrarla al giogo e all’egemonia degli yankee, come lui stesso definiva i nordamericani. Ma questo lo vedremo meglio nella seconda parte, immagino. In attesa di Guerriglia, sperando che il secondo blocco sia più intenso e significativo del primo, è d’obbligo rimarcare che l’innesco dell’ambiziosa opera di Soderbergh su quella che, suo malgrado, è divenuta un’icona pop, una sorta di mito romantico sempreverde, convince nel complesso davvero poco, e per nulla in alcune scelte estetiche e narrative. Chissà cosa ne avrebbe pensato della popolarità raggiunta dalla sua figura, della vasta eco letteraria ottenuta dal suo personaggio, il misurato e tutto sommato schivo guerrigliero argentino.

Federico Magi, aprile 2009.

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