Colpo di fulmine della giuria all’ultimo Festival di Cannes, Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti è stata una delle più sorprendenti Palma d’Oro degli ultimi anni. La visionaria parabola filmata dal thailandese Apichatpong Weerasethakul ha stregato soprattutto il presidente della giuria, Tim Burton, che ha trovato nel cinema del regista orientale quegli elementi cari alla propria poetica cinematografica, come la disposizione all’indagine, rappresentata in modo fiabesco, di un mondo popolato da strani personaggi,nella quale confinano vita morte e rinascita. Sempre incline ad uno sguardo ampio su ciò che lo circonda, il quarantenne Weerasethakul era già stato notato a Cannes con Tropical Malady, nel 2004, presentando un cinema eccentrico ma sempre legato a temi di stretta attualità.

Nell’opera in questione l’argomento è più intimo e meditativo, e prende spunto dagli ultimi giorni di vita dello zio Boonmee, sessantenne malato di insufficienza renale cronica, costretto a dialisi e dunque a una vita piena di rinunce. L’uomo ha deciso di trascorrere in campagna i giorni che lo separano dalla morte, circondato dall’affetto dei pochi cari rimasti. Zio Boonmee ha perduto la moglie, una ventina di anni prima, e non ha più ritrovato il figlio ventenne, disperso misteriosamente da qualche tempo nella sterminata vegetazione circostante. D’improvviso, una notte, il fantasma della moglie e il figlio, ricoperto di una improbabile e folta peluria, vengono a trovarlo. L’uomo non sembra scomporsi ed anzi ricerca con viva curiosità i motivi di questo inatteso ritorno. Chiede alla moglie dove si trovi adesso, e al figlio, che gli racconta una storia ai limiti dell’assurdo e del fantastico, i motivi della sua mutazione fisica. Persuaso che i fantasmi del passato siano venuti ad accompagnarlo sulla soglia del transito tra la vita e la morte, verrà condotto dalla sua famiglia fino a una caverna in cima alla collina, luogo di nascita della sua prima moglie in cui percepirà vaghi ricordi di altre vite precedentemente vissute.

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Una fiaba allegorica, visionaria, fantastica e metafisica che alterna leggerezza, lunghe pause dell’azione e della parola ed echi lirici che innescano impercettibili malinconie. Forse un’opera a tratti compiaciuta, ma dalla trama originale e sufficientemente sincera nel restituire quell’afflato poetico e immateriale proprio dell’indagine degli universi che trascendono la dimensione razionalmente percepita per addentrarsi nei territori animici e soprasensibili, sostanzialmente inaccostabili senza la curiosità e la necessità di voler cercare oltre il consueto e il conosciuto: “Il tema centrale del film è la credenza degli elementi soprannaturali che fanno realmente parte delle nostre vite – sostiene Weerasethakul -. Mi affascina l’idea che i ricordi della nostra infanzia si facciano più vividi, invecchiando. Credo che la curiosità per i fantasmi e gli altri mondi appartenga alla giovinezza, e alla vecchiaia”. Nella migliore tradizione della fiaba animista, il regista regala pari dignità a tutti gli esseri del creato, raccontando anche in modo bizzarro di una delle possibili reincarnazioni dello zio Boonmee, imprigionato nei panni di una principessa non più nel fiore della giovinezza, che vede il suo volto riflesso dall’acqua molto più giovane e bello di quello corrispondente alla sua età. Per trovare l’armonia tra realtà e apparenza, la principessa si spoglia di ogni gioiello e si concede carnalmente a un pesce gatto parlante emerso da quelle acque magiche.

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Weerasethakul costruisce una pellicola affascinante ma sicuramente ostica per i più, esasperando la staticità di alcune sequenze, soprattutto nella prima parte, filmando piani pressoché immobili accompagnati soltanto dai rumori della natura circostante. L’elemento religioso, pur accostato nei pressi dell’epilogo attraverso una sequenza di una cerimonia d’iniziazione di un giovane accolito buddista, è sicuramente secondario rispetto a quello mitologico e fiabesco con cui vengono portati all’evidenza dello spettatore i temi della reincarnazione e del karma. In questo senso, l’opera del regista thailandese ha sicuramente un approccio laico, nel più puro e deideologizzato (sottotemi solo vagamente accennati sono gli scontri armati tra il governo militare e le camicie rosse, la difficile realtà thailandese e i pregiudizi sui clandestini) senso del termine, senza per questo perdere in efficacia nel suo impostare la narrazione verso l’oltre e l’altrove piuttosto che verso l’immanente e il razionalmente interpretabile. I dialoghi sono scarni ed essenziali, a volte volutamente surreali, in linea con la dimensione complessiva di un’opera che si propone come una favola catartica e rigeneratrice. Fino a un finale che accentua l’elemento simbolico e allegorico, creando forse qualche disagio in chi cerca linearità e consequenzialità in una storia: “Mi piace che i miei film si sviluppino come un flusso di coscienza – afferma il regista -, passando da un ricordo all’altro. Credo che sia importante accentuare questo aspetto ondivago, fluttuante, in un film come questo che parla di reincarnazione, di anime vaganti”. Un film sulla vita e i suoi infiniti misteri, raccontato con grazia e senza l’ingombro di alcun dogma. Per chi ama il cinema meditativo e i paesaggi interiori.

Federico Magi, ottobre 2010.