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j'Ven, 06 Lug 2012 07:01:29 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=8333eLankenautafLa baracca dei tristi piaceri

Ne “La baracca dei tristi piaceri” Helga Schneider ha centrato alla perfezione titolo ed argomento. Peccato che, a mio avviso, abbia sbagliato tutto il resto. Il romanzo, uscito per Salani nel 2009 e ripubblicato da TEA nel 2012, si sofferma su uno degli aspetti più inquietanti e meno noti dei campi di sterminio nazisti: la presenza di bordelli. I nazisti, per motivi di igiene razziale, consideravano la prostituzione un reato punibile con la reclusione eppure “Nel 1943 Himmler prese la fulminante decisione di far allestire dei bordelli nei più grandi campi di concentramento. Quello di Buchenwald fu chiamato ipocritamente Sonderbau, ‘edificio speciale’. La sua costruzione schizzò in cima alle priorità del campo a scapito dell’allargamento del Revier, l’infermeria. Le donne destinate al bordello furono per la maggior parte reclutate nel lager femminile di Ravensbrück, dove si sceglievano le prigioniere più giovani e quelle ancora sufficientemente presentabili, nei limiti del possibile“.

La tematica, solitamente bistrattata o affrontata sommariamente, assume, proprio per la sua originalità e per il suo peso storico, una valenza rilevante ma, purtroppo, viene sviluppata in maniera alquanto approssimativa. I personaggi a cui la Schneider mette in mano la storia sono poco affascinanti e tratteggiati in modo superficiale. Si ha la sensazione che la scrittrice abbia avuto fretta di buttare giù un romanzo qualsiasi pur di parlare dei bordelli nati nei lager. Il risultato, evidentemente, non è dei migliori.

Le protagoniste principali de “La baracca dei tristi piaceri” sono due donne: Sveva ed Herta. Sveva è una scrittrice italiana che si trova a Berlino per la presentazione di un libro. Durante la conferenza in cui è impegnata, le si avvicina un’anziana signora che, dopo averle fatto i complimenti, le chiede di poterla vedere per bere un caffè insieme. Quella signora è Herta Kiesel. Scopriamo presto che Sveva sta attraversando una piccola crisi d’ispirazione: “Mi sono arenata. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo ad andare avanti…“. E, guarda caso, nel momento in cui la scrittrice protagonista del romanzo incontra la Kiesel, scopre che l’anziana signora sarebbe in grado di fornirle una storia che potrebbe sbloccarla.

Iniziano così alcuni scambi dialettici tra Sveva ed Herta. Nonostante la scontrosità ed un carattere decisamente particolare della signora, la scrittrice raccoglie da lei la testimonianza di una sopravvissuta molto speciale. Infatti Herta è stata tra le ragazze indotte a prostituirsi nei bordelli voluti da Himmler. Internata nel campo femminile di Ravensbrück, “ero stata arrestata e accusata di Blutschande, di aver contaminato il sangue ariano con quello ebreo! Era un reato“. La Kiesel, infatti, era fidanzata con un ragazzo per metà ebreo. Dopo qualche tempo di permanenza a Ravensbrück venne trasferita a Buchenwald con la promessa di essere liberata entro sei mesi se solo avesse accettato di prostituirsi. “Se non mi fossi fatta avanti ‘spontaneamente’ – si fa per dire – in un modo o nell’altro a Ravensbrück ci avrei lasciato la pelle. Nella mia grande ignoranza mi illusi che il Sonderbau fosse il male minore. Vedevo l’orrore attorno a me. Le altre prigioniere che morivano una dopo l’altra… e oltre duemila di internate erano già state trasferite ad Auschwitz e si sapeva cosa era stato di loro…“.

La Kiesel spiega così quali fossero le “regole” del bordello di Buchenwald: i candidati, prima di presentarsi, dovevano recarsi in infermeria, fare una visita di controllo e una doccia. Per un incontro di venti minuti era necessario pagare due marchi. I tempi, poi, furono ridotti a quindici. Per i “clienti” privilegiati, come i Kapo, c’erano regole meno ferree. “In un primo tempo la frequentazione dei bordelli nei lager era vietata alle SS, agli ebrei, ai Sinti e Rom e ai prigionieri sovietici“. Ma dopo un po’ tali divieti furono dimenticati. L’anziana signora, quindi, comincia a raccontare a Sveva decine di piccoli, inquietanti episodi relativi alla sua prigionia nel bordello di un lager nazista: le violenze, gli insulti, le mortificazioni, la mancanza di umanità e di conforto. Non c’era sostegno nemmeno tra le prostitute stesse le quali venivano costantemente vessate dalle custodi. L’unico sollievo per la giovane Herta, al tempo, era rappresentato dall’alcol. Divenne un’alcolizzata e, una volta uscita da quell’inferno, si ritrovò a soffrire di problemi psicologici importanti che nemmeno l’amore profondo e totale di Albert, l’uomo che sposò qualche tempo più tardi, riuscì a guarire del tutto.

La narrazione della vita della Kiesel viene intervallata da episodi “al presente” che, a ben guardare, non fanno che sviare il lettore dalla vicenda principale fino quasi a confonderlo. Probabilmente sottraendo dal romanzo alcune di queste pagine, la vicenda avrebbe assunto una densità maggiore e, a mio avviso, maggiore qualità. D’altro canto la forza de “La baracca dei tristi piaceri” è tutta nel racconto di Herta che, seppur frutto di un’invenzione letteraria, trasmette una serie di notizie storiche di grande interesse. Il peso della vergogna ha indotto molte donne che hanno realmente vissuto ciò che racconta il personaggio di Herta Kiesel a tacere la propria esperienza, per cui l’esistenza dei Sonderbau è stata per lungo tempo un tabù che libri come quello di Helga Schneider, seppur nei limiti stilistici sopra evidenziati, hanno il merito di aver infranto.

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