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j'Gio, 05 Apr 2007 11:37:13 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=8357eLankenautafIl principe infelice

Prima incursione nella letteratura per l’infanzia, Il principe infelice (scritto nel 1938 e pubblicato nel 1943) consente nuovamente a Tommaso Landolfi, ma in un contesto di genere totalmente fiabesco e fanciullesco, di liberare il suo mondo fantastico e immaginifico, già evidente sin dalla opera prima. Due storie (Il principe infelice, La raganella d’oro), tre colloqui (Il Pitecantropo, Munuppo, Popolello e Cisternario, L’uomo azzurro o delle Gallerie) e tre filastrocche (Sale e pepe, Ta, Tarà, Tatà, Grande Filastrocca negativa con tocco finale) sono il corpus dell’opera; i destinatari sono dichiaratamente i bambini, ma nonostante il linguaggio sia evidentemente costruito per tenere costante l’interesse delll’età a cui preminentemente si rivolge, Landolfi non disdegna di insinuare, tra le pieghe delle narrazioni, un retrogusto “morale” velatamente malinconico. Morale che un adulto può intuire già dal titolo del primo racconto, Il principe infelice, nel quale il figlio di un re saggio, abitante verso i confini dell’Impero della Luna, si intrattiene solitario in un vasto castello, per conoscere tutto lo scibile umano. Sette lunghissimi anni, tanti ce ne sono voluti al principe per diventare il più sapiente uomo del mondo; anni di conoscenza e di solitudine, di silenzio che, alla fine, si fa malinconia. Ed ecco sopraggiungere il male oscuro, la malinconia; ecco che il principe, un tempo sano e colorito, è assalito da un torpore che lo costringe a letto, pallido, immobile, praticamente senza vita. Ma una soluzione parrebbe esserci,sembra che in un luogo ai più sconosciuto, il Paese dei Sogni, c’è chi possa avere la cura per il principe infelice: sognare un bel sogno lui deve, solo cosi si può salvare. Tre principesse, cugine del ragazzo malato, si offrono per partire alla volta del Paese dei Sogni, ma soltanto una è di animo puro e sinceramente interessata alle sorti del futuro regnante, perché, al contrario delle altre due, spinte solo da interesse, è mossa da sincero amore nei suoi confronti. Ma dov’è il Paese dei Sogni? Nessuno sembra saperlo: “ Ma che dirti? Neppure io so dov’è il Paese dei Sogni, solo gli Gnomi lo sanno. Ho sentito dire che per raggiungerlo bisogna prima valicare le Montagne di Diamante, attraversare la Terra dei Fuochi Folletti, quella degli Orchi, la Brughiera delle Streghe, l’Impero della Luna, e da ultimo il Paese degli Animali Parlanti” (p.26).

Questo è l’itinerario che percorre la principessa Rami, fanciulla gentile dal debole cuore di vetro, la quale dopo numerose difficoltà trova il luogo agognato, tanto che il sogno salvifico – appena in tempo – verrà sognato. Ma il destino sembra farsi beffe di lei, allorché con l’inganno avevan fermato il suo debole cuore. Ma non tutto è perduto, perché il sogno sognato dal principe ha come protagonista il volto – in un primo tempo sfocato – dell’amore che libera, che rigenera, che vince. E che importa se le ricchezze svaniranno.

La seconda storia, La raganella d’oro, trasferisce la malinconia al fondo della fiaba, attraverso un imprevedibile – trattandosi di fiaba per bambini – avvertimento di Landolfi, al fanciullo che s’apre alla vita: “ Del resto, parliamoci chiaro ancora una volta: lo so che con tutte queste chiacchiere non vi infrusco, che a voi dispiacerà che Teraponte non sposasse Uriana, che ci rimarrete male per questa fine, e che quasi v’arrabbierete con me perché non ve n’ho raccontata una più bella. Ma io che ci posso fare se Uriana aveva sì (come dicono le donne) grande stima e simpatia e riconoscenza per Teraponte, eppure non lo amava? Tant’è che lo sappiate fin d’ora: al mondo non sempre i buoni e i generosi hanno la ricompensa che si meritano” (p.103).

Al di là del contesto di questa seconda novella, che inverte l’ordine dei salvatori protagonisti – nel primo racconto era una fanciulla che salvava un ragazzo regnante, e qui viceversa -, Landolfi sembra trasferire l’inquietudine personale, riscontrabile nell’ opera precedente, anche nel contesto fiabesco infantile. Sembra poi che lo scrittore nemmeno in un siffatto contesto nasconda la sua diffidenza per il genere femminile (quel “come dicono le donne”, fuggevole tra le parentesi, non è inserito a caso), evidentemente generatoda vissuti personali conflittuali con le donne.

Di là da ciò, è bene notare come Landolfi utilizzi un impianto fiabesco semplice e consolidato, comunque funzionale alla sua brillante verve narrativa, che riesce a farsi spesso intrigante descrizione di un altrove onirico quanto mai suggestivo. L’esemplificazione di ciò che ho appena affermato sta in questo splendido passo – siamo nell’ Impero della Luna: Rami girava in quell’eterno crepuscolo sforzandosi inutilmente di afferrare i veri contorni delle cose: tutte erano imprecise benché, invece, nitidissime, tutte lontane e fulgenti benché prossime e velate. C’era una nebbia da cui i suoi occhi non potevano mai liberarsi, che smorzava lo sguardo eppure dava bagliori di diamante, e ogni oggetto pareva freddo, ghiacci i vestiti inzuppati di luna, gelati e senza vita i colori, la frutta di vetro, l’acqua d’alabastro, di cera il viso delle persone. Gli occhi poi di quanti la guardavano non avevano calore, ma solo un irreale scintillio, come di lagrime, che la intimoriva: tutti le sembravano larve o spettri, e quasi non osava rivolger loro parola” (p.38).

Quello appena trascritto è decisamente lo stralcio di prosa più suggestivo ed evocativo del testo, inusuale per un libro di fiabe per bambini, eppure limpido e incantevole tanto da poter essere bene interiorizzato dal fanciullo immerso nella lettura, oramai rapito dall’incedere narrativo: si alternano brevi capitoli, ognuno con un titolo che anticipa sempre il contenuto degli accadimenti.

I tre colloqui sono incentrati su due soli protagonisti: un padre che racconta storie di fantasia, e una bimba che lo incalza con domande a ripetizione. Agili e brevi, i colloqui sono una sorta di “storia della buona notte”, nella quale il padre cerca di prendere per sfinimento la figlia, risultando però – alla fine – proprio colui che si sfinisce per primo. La curiosità dei bambini non conosce sonno. Si chiude con tre filastrocche, assai infantili a dire il vero, rispetto al resto, in cui Landolfi procede quasi esclusivamente per rime e assonanze, senza troppo preoccuparsi della coerenza narrativa – sono filastrocche, ma glielo si può ben concedere.

A conti fatti, questo primo viaggio landolfiano nell’universo fiabesco pensato per i bimbi conferma sostanzialmente il periodo di eccellente vena creativa, se si considera che Il principe infelice è immediatamente successivo – pur se uscito, come accennato in apertura di pezzo, cinque anni dopo – al Dialogo dei massimi sistemi, e di poco precedente a La pietra lunare e Il Mar delle Blatte. Pur registrando una diversa prosa, certamente in Landolfi più incline alle iperboli narrative, mi sorge spontaneo il parallelo con il coevo Dino Buzzati, altro grande romanziere fin troppo dimenticato, cui non facevano certo difetto l’immaginazione e l’inclinazione al fantastico. Ne La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Buzzati costruisce un mondo fiabesco diverso da quello in questione, conservando però lo stesso tormento e la malinconia di fondo: è ciò che accomuna palesemente Landolfi e Buzzati, ambedue sacrificati sull’altare del pensiero e della cultura dominante nell’ Italia del dopoguerra – erano sostanzialmente fuori dal giro, dei non schierati. Due grandi artisti da recuperare, ora che il marchio ideologico sembra influire in maniera minore nel mondo della critica letteraria. Urge ricambio di qualità nelle antologie scolastiche.

Federico Magi, aprile 2007.

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