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Il libraio citato nel titolo del libro della Seierstad esiste davvero. Si chiama Sultan Khan ed è un afgano che ha accettato di ospitare nella sua casa la corrispondente e scrittrice norvegese per un periodo …

j'Sab, 11 Feb 2012 07:04:10 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=8569eLankenautafIl libraio di Kabul

Il libraio citato nel titolo del libro della Seierstad esiste davvero. Si chiama Sultan Khan ed è un afgano che ha accettato di ospitare nella sua casa la corrispondente e scrittrice norvegese per un periodo di sei settimane. Åsne giunge a Kabul nel novembre del 2001 dopo un periodo trascorso con i comandanti dell’Alleanza del Nord. In una libreria della città conosce Sultan Khan, il proprietario: “Dopo settimane in mezzo alla polvere da sparo e macerie, settimane di conversazioni su tattiche di guerra e avanzate militari, fu per me un grande sollievo sfogliare un libro e parlare di letteratura e di storia“.

Quando la Seierstad spiega a Sultan di voler scrivere un libro sulla sua famiglia, l’uomo accetta di farla entrare nella sua casa e di renderla partecipe della sua vita domestica. Un’esperienza che ha consentito alla reporter di venire a contatto con una realtà complessa e, per certi versi, ancora piuttosto sofferente ed arcaica, permettendole di avvicinarsi ad una quotidianità fatta di contrasti e di rigide gerarchie da rispettare. Ne “Il libraio di Kabul”, infatti, è possibile incontrare e conoscere, grazie ad una forma narrativa molto accessibile e lineare, l’insieme dei personaggi e delle vicende che Åsne ha avuto modo di osservare durante le settimane in cui è stata ospite della famiglia allargata di Khan.

Gli equilibri che governano la casa del libraio, in realtà, si reggono sulla perenne sottomissione femminile e sulla soccombenza da parte dei più deboli. I figli della prima moglie di Sultan sono obbligati dal padre a lavorare in libreria anche se non vorrebbero. L’uomo dimostra di possedere una grande predisposizione per gli affari e un grande rispetto per i libri e la cultura del proprio Paese. Per molti versi è un afgano moderno e lungimirante ma, nelle questioni personali e familiari, manifesta un’enorme intransigenza, se non addirittura una certa disumanità, come la stragrande maggioranza degli uomini di quel Paese.

Le pagine che raccontano la storia politica e le vicissitudini militari che per decenni hanno flagellato l’Afghanistan sono numerose ma ho trovato più interessanti e coinvolgenti le descrizioni della quotidianità della famiglia Khan e, più in generale, della società afgana. L’inviata di guerra non fa che confermare una serie di consuetudini e tradizioni che caratterizzano le società radicalmente islamiche e che, ormai, conosciamo perfettamente.

Tutte le decisioni, anche le più intime, sono nelle mani degli uomini. Le donne non hanno voce in capitolo e la loro condizione, così minuziosamente descritta dalla Seierstad, non riesce a non generare in me uno stato di sofferenza e di indignazione. Il burka, che è un po’ il simbolo dell’invisibilità e della rassegnazione femminile, diventa anche il luogo/prigione nel quale le donne sono state confinate e dal quale non cercano o non sanno evadere. Il burka, come spiega la Seierstad, è purtroppo dentro la testa stessa di chi lo indossa. E pensare che in Afghanistan, fino alla fine dell’800, questo indumento non esisteva. Venne introdotto durante il regno di Habibullah, dal 1901 al 1919, e al tempo veniva indossato solo dalle donne nobili. Negli anni ’50 iniziò ad essere usato dalle più abbienti ma poi, con gli anni, i pasthun iniziarono ad imporre il burka alle loro donne e, gradualmente, il pesante indumento è divenuto un obbligo per tutte le afgane.

Le donne, anche quelle della famiglia Khan, non sono libere di studiare, né di lavorare, né di scegliere l’uomo che le sposerà. Accettano il loro destino con imperturbabile mutismo perché qualsiasi gesto non contemplato dalle rigide regole islamiche potrebbe farle passare per irrispettose o, peggio, per delle poco di buono. Incontrarsi di nascosto, in un parco o in un taxi, con un uomo che non sia un familiare diventa così un ottimo motivo perché dei fratelli, con il consenso della madre, decidano di uccidere la propria sorella. Un racconto spietato e agghiacciante che rende perfettamente l’idea di quale sia la rigidità di certi schemi e di certi meccanismi all’interno di questa cultura.
Le mogli si comprano, esattamente come merce qualsiasi. Anche Sultan Khan può permettersi di scegliere ed acquistare una seconda moglie, una sedicenne da cui avrà poco tempo più tardi un altro figlio.

Il resoconto della scrittrice è partecipato e attento. Le persone che le danno ospitalità le sono vicine e lei è molto brava a narrare ciò che vede o sente senza permettersi, nemmeno per una volta, di esprimere un giudizio o una semplice opinione. Il suo racconto, in qualche passaggio, ha i toni del reportage/denuncia visto che, in ogni caso, gli eventi vengono riportati dalla penna di una donna occidentale, scandinava per di più. E’ evidente che la Seierstad si senta solidale con le altre donne e si percepisce la desolazione di fronte al loro totale asservimento, un atteggiamento che nasce da un sistema che le educa alla sottomissione, condizionate come sono da imposizioni, paure e minacce.

L’Afghanistan si mostra, attraverso questo libro, in tutta la sua problematicità e in tutti i suoi paradossi. Un Paese che vorrebbe tentare uno slancio verso il progresso e la modernità ma che, in realtà, sembra rimanere incatenato ad una mentalità antiquata che, a conti fatti, lo paralizza e lo lascia esattamente dove si trova.

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