Sweet Sixteenc&>c&>BOOKMOBI-  U HMOBI @EXTHdMaria TortoraiLetteraturag

La scrittura della Vanderbeke è la cosa che ho apprezzato di più di "Sweet Sixteen" perché è incisiva, immediata e asciutta. Proprio come piace a me. Non si dilegua in fronzoli narrativi tanto accattivanti quanto …

j'Lun, 02 Gen 2012 07:28:53 +0200p(http://www.lankenauta.it/?p=8590eLankenautafSweet Sixteen

La scrittura della Vanderbeke è la cosa che ho apprezzato di più di “Sweet Sixteen” perché è incisiva, immediata e asciutta. Proprio come piace a me. Non si dilegua in fronzoli narrativi tanto accattivanti quanto inutili, ma sa procedere con una schiettezza che vorrei poter trovare altrove e, di sicuro, più di frequente.

“Sweet Sixteen” è stato pubblicato per la prima volta in Germania nel 2005. La Del Vecchio lo ha tradotto e portato in Italia nel 2008. E’ un romanzo che si addentra in quell’universo magmatico ed impalpabile che è l’adolescenza, un complesso pianeta fatto di linguaggi, mode, forzature e seduzioni che tutti abbiamo vissuto e che, al tempo, ci è sembrato impossibile far comprendere a chi, per una questione meramente anagrafica, non avesse alcun diritto di entrarci dentro.

La storia di “Sweet Sixteen” inizia con delle misteriose scomparse: diversi ragazzini spariscono proprio nel giorno del loro sedicesimo compleanno lasciando nella disperazione le loro famiglie. La polizia procede con discreta approssimazione senza riuscire a spiegare come mai i cellulari dei ragazzi scomparsi siano stati spediti per posta a degli ignari destinatari. “L’oscura sparizione di Dennis Keymeier, detto Fog, di Trier, il giorno del suo sedicesimo compleanno, non venne collegata agli altri casi, e neanche quella di Marcello Heyse, detto Elmo, di Salzgitter, quella di Jennifer van Haaren, detta Bitch, di Oldenburg e infine quella di Sebastian Koch, detto Baxx di Schwerin. I relativi cellulari vennero ritrovati come quelli di Meks e Koi, solo che quello di Bitch era in un secchio dell’immondizia non lontano dalla casa dei genitori. E’ noto da tempo alle autorità competenti che ogni anno scompaiono migliaia di persone e che non si riesce a capire cosa gli succeda“.

La notizia di tante sparizioni assurge all’attenzione dei mass media solo quando tra i ragazzi introvabili c’è anche il figlio di una donna famosa. Improvvisamente, e con la banalità di sempre, la TV e gli altri mezzi di informazione iniziano ad interessarsi ai casi dei sedicenni spariti. Parte quindi una sequela di programmi e talk show incentrati sul tema e sembra proprio che la Vanderbeke si diverta a snocciolare gli argomenti e gli interventi più qualunquisti che si possano ascoltare (e in effetti si ascoltano normalmente!) sul piccolo schermo.

La voce narrante di “Sweet Sixteen” è quella di un cinquantenne che, paradossalmente, si occupa di ricerche relative alle tendenze giovanili. Eppure il fenomeno dei “Sweet Sixteen” gli è del tutto ignoto. Riesce a sfiorarlo, e neppure tanto agilmente, grazie a Josha, il fratello minore di Saskia, una sua collaboratrice: “tramite lei e il suo fratellino, negli ultimi tre anni, avevamo potuto vedere cosa combinassero i giovani“.
Avvicinarsi a Josha, con un pizzico di disagio e le domande giuste, porta a fare un breve viaggio/incursione in un mondo in cui la passione per i manga si mescola alle frasi imparate a memoria dal film “Fight Club”, una sottocultura che vive di Internet e ribellione, di intraprendenza e lotta al consumismo.

La scrittrice tedesca si concentra e ci fa concentrare su una generazione che non affida più la propria preparazione alla scuola o alla famiglia, ma si appoggia a strumenti diversi che i genitori, nella stragrande maggioranza dei casi, non sanno neppure utilizzare. I ragazzi si aggregano con i loro simili ma lo fanno in Rete, sono cresciuti navigando nel web e sono totalmente distaccati dal mondo che i genitori pensano di aver costruito per loro.
Nel frattempo tra i sapienti opinionisti televisivi si fa largo l’ipotesi che la nascita di questo strano movimento, che si palesa con loghi e scritte disegnati e stampati su magliette e zainetti, sia da imputare ad un cantante di canzoncine per bambini che, qualche decennio prima, aveva ottenuto un briciolo di successo: sua la colpa di aver fomentato lo spirito ribelle di sedicenni improvvisatisi sovversivi.
“Sweet Sixteen” ha il sapore dolce amaro del thriller sfumato in satira, quella che vuole dileggiare i “mala tempora” che sono comunque i nostri tempi e di cui, tutto sommato, siamo contemporaneamente artefici e vittime. Non è un’opera originalissima ma probabilmente molti genitori potrebbero avvertire lievi brividi immaginando i propri figli coinvolti in una vicenda simile a quella narrata, poco probabile ma, tutto sommato, non impossibile.

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