C’è stato un tempo, nemmeno troppo remoto, in cui l’isteria veniva considerata il male per antonomasia che affliggeva la gran parte delle donne (soprattutto borghesi) che manifestava aggressività, insoddisfazione, piccole grandi nevrosi, insofferenza e disturbi dell’umore. Siamo nell’Ottocento. Il termine viene dal greco (Hustéra) e si riferisce non a caso all’utero, considerato il luogo in cui convogliavano lo stress e le ansie femminili. Ancora oggi, in modo non proprio elegante, si definiscono “uterine” donne che manifestano vaghi sintomi di insubordinazione ad un ruolo sociale che nel tempo è sicuramente cambiato ma che tradisce nelle convinzioni di una società ancora evidentemente maschilista un’idea di subalternità femminile che resta dura a morire. Hysteria, commedia della regista britannica Tanya Wexler, laureata in psicologia dei generi sessuali, parte proprio da qui, dall’idea tutta ottocentesca che l’isteria fosse la spiegazione onnicomprensiva dei cortocircuiti del mondo femminile, delle più o meno vistose deviazioni della donna dalla retta via che la vedeva moglie, madre e a buon bisogno serva: un perfetto angelo del focolare.

Siamo nella Londra del 1880, in piena epoca vittoriana, e il giovane medico Mortimer Granville (Hugh Dancy), adottato alla morte dei genitori da un bizzarro e facoltoso inventore (Rupert Everett), è costantemente licenziato dagli ospedali per le sue teorie innovative – che non sarebbero altro che migliori norme igieniche nella cura dei pazienti – che cercano di rinvigorire una medicina assai noncurante con i poveracci e ancora basata su salassi e diagnosi approssimative. Girando per vari istituti, che non sembrano interessati ad assumerlo, si imbatte nel dottor Dalrymple (Jonathan Pryce), titolare di uno studio che cura il male del secolo: l’isteria. Secondo il dottore almeno la metà delle donne di Londra ne soffre, e la cura consisterebbe nel massaggio manuale della vagina delle pazienti nel tentativo di riportare l’utero nella posizione originale; un massaggio duraturo e prolungato se necessario, addirittura per diverse ore. Granville si adegua al metodo, che sembra soddisfare le pazienti, e in poco tempo diventa il braccio destro di Dalrymple, nonché promesso sposo della figlia, la bella e perfetta Emily (Felicity Jones), e futuro rilevatore dell’avviatissimo studio medico. Emily però ha una sorella, Charlotte (Maggie Gyllenhaal), di idee socialiste e femministe, che lavora tutto il giorno in una casa dei poveri aiutando ex prostitute, indigenti e bisognosi. Il dottor Dalrymple non vede di buon occhio né le sue idee né le sue frequentazioni, tanto che la allontana da casa.  Granville però se ne innamora, e questo gli complica non poco il perfetto futuro programmato. Ad aggiungere nuove difficoltà arriva, come un fulmine a cielo sereno, un crampo invalidante alla mano dovuto alla continua richiesta di stimolazioni da parte di un parco pazienti che cresce a dismisura. Proprio nel momento in cui sembra tutto precipitare, Granville ha un colpo di genio, dovuto all’uso improprio di una delle tante invenzioni bizzarre dell’amico tutore: capisce che non è necessaria la stimolazione manuale, ma che è molto più comoda ed efficace una stimolazione meccanica. Inventerà ciò che è oggi conosciuto come vibratore, diventando così un uomo ricco e affermato, trovando infine anche il vero amore.

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Partendo da una premessa curiosa e interessante, dai possibili risvolti politici, sociali e di costume, Tanya Wexler ne fa derivare una classica commedia sentimentale a lieto fine che tutto sommato nulla aggiunge e nulla toglie ad un genere abbastanza consolidato e prevedibile. Eppure, visto il tema e vista la discreta verve degli attori si poteva senza dubbio fare di più e meglio, nonostante il prodotto complessivo sia dignitoso e tutto sommato gradevole. Gradevole ma sostanzialmente innocuo, nonostante il vagheggiare di stravolgimenti nel costume sociale, politico e sessuale di un contesto che, per il tempo narrato, non potrebbe essere più puritano. Centrare l’attenzione sulla stimolazione vaginale e la conseguente insoddisfazione femminile nei rapporti sessuali coniugali, in epoca vittoriana, può sembrare quanto meno inconsueto. Ma a ben guardare tutto il mondo è paese, e le donne londinesi non erano in questo diverse dalle omologhe dei paesi limitrofi. Non è un segreto, in effetti, che l’insoddisfazione sessuale nei rapporti coniugali nelle società fortemente maschiliste è stata e resta più la regola che un eccezione.

Pur richiamandosi a fatti realmente accaduti, il film romanza molto sull’avvento del vibratore a batterie nel mondo moderno, utilizzando il tema più come pretesto ludico e satirico che per interrogarsi realmente sui disagi di un mondo femminile che cominciava ad acquisire perfetta coscienza di sé e dei suoi diritti, a partire proprio da quello del piacere sessuale. Più interessante sarebbe stato forse approfondire il tema dell’isteria, magari in modo sarcastico e tagliente, vera e propria piaga sociale che ha giustificato per troppo tempo vessazioni e pregiudizi nei confronti delle donne. Purtroppo la Charlotte incarnata da Maggie Gyllenhaal è un’eroina un po’ troppo costruita e patinata, rappresentante di un proto femminismo che sposa idee socialiste e libertarie facendole finire in un calderone indistinto perfetto per consentire l’adesione dello spettatore benpensante e nulla più. Il resto del cast ci mette impegno e non stona, ma alla fine è travolto anch’esso dall’eccessiva leggerezza della pellicola.

Federico Magi, marzo 2012.