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Celebre per Ringu e Dark Water, due horror che hanno trovato fortuna (e conseguenti remake in salsa americana) ben oltre i confini del Giappone, il regista nipponico Hideo Nakata torna a dirigere un film di …

j'Mer, 28 Set 2011 14:28:14 +0200p(http://www.lankenauta.it/?p=8666eLankenautafI segreti della mente

Celebre per Ringu e Dark Water, due horror che hanno trovato fortuna (e conseguenti remake in salsa americana) ben oltre i confini del Giappone, il regista nipponico Hideo Nakata torna a dirigere un film di produzione occidentale dopo la poco fortunata esperienza di The Ring 2. I segreti della mente, titolo fantasiosamente adattato dall’originale e ben più calzante Chatroom, si discosta un pochino dal genere orrorifico privilegiato da Nakata, per andare a solcare i territori del thriller psicologico che sfocia nel dramma.

Protagonista è William, giovane dell’alta borghesia dal passato fatto di depressione e tentativi di suicidio, figlio di una celebre scrittrice con la quale non riesce a trovare nessuna forma d’empatia né di dialogo. La frustrazione di William, perennemente collegato alla rete, sfoga nella creazione di una chatroom alla quale aderiscono quattro giovani in differente modo accomunati da difficoltà relazionali, in cerca d’uno spazio utile e protetto adatto a condividere pensieri ed emozioni. C’è Emily, una ragazza che soffre di carenze affettive genitoriali; Mo, un diciassettenne innamorato della sorellina, appena undicenne, del suo migliore amico, preoccupato che i suoi segreti sentimenti possano essere giudicati come pedofili; Eva, una bella ragazza stanca delle amicizie fasulle, che sembra trovare in William qualcuno che la comprenda e la apprezzi per ciò che è; e infine Jim, decisamente il più problematico dei quattro, abbandonato a sette anni dal padre in uno zoo, vive la sua adolescenza facendo massiccio uso di psicofarmaci. William ha costruito la chat non a caso, poiché tutti si presteranno come involontari ingranaggi di un gioco perverso da lui stesso ideato per alimentare il proprio demone: la fascinazione per la morte, per il suicidio. Il suo obbiettivo è Jim, che vuol spingere al gesto estremo facendo leva sulla sua fragilità e sui suoi sensi di colpa, rendendo i ragazzi loro malgrado partecipi del lento lavaggio del cervello che si consuma ai danni di un adolescente insicuro, timido e depresso. Quando Emily, Mo e Eva capiscono il vero intento di William, sembra essere tardi per intervenire. Ma c’è un’ultima possibilità: abbandonare il mondo virtuale e conoscersi in quello reale, così da sottrarre Jim dal diabolico piano di William.

Adolescenti problematici e realtà virtuale, disagio relazionale e depressione giovanile, consuetudini sempre più registrabili nel così detto mondo civilizzato tanto che tutte le arti della narrazione, cinema e letteratura in primis, non si fanno mai sfuggire, negli ultimi tempi, la possibilità di attingere all’infuocata materia. Hideo Nakata non è da meno e trasferisce le inquietudini visive dagli orrori del corpo a quelli della mente, immaginando addirittura un mondo virtuale a immagine e somiglianza della realtà. L’idea di materializzare i contatti online immaginando fisicamente le chatroom in cui avvengono le conversazioni tra i protagonisti, è originale e di una certa efficacia visivo-espressiva; la struttura abbastanza complessa di certi dialoghi, non proprio usuali tra adolescenti, è invece una forzatura ad effetto che sembra stridere con la realtà e che può essere motivata solo dalla ricerca di un linguaggio che tenga tesi i fili tra lo spettatore e la messa in scena proposta. Ciò però non avviene, e la corda dell’attenzione si spezza in fretta causa eccessive reiterazioni visive e ridondanze nei dialoghi. Tutto l’impianto soffre dell’idea iniziale, pur originale, di costruire un universo parallelo e dargli forma visiva, tanto che gli stessi personaggi ne soffrono fino a scadere nella monodimensionalità, pur in alcuni casi necessaria ma assolutamente inefficace dal punto di vista narrativo.

Fuori dalla struttura proposta e dal genere, anche l’indagine sulla depressione adolescenziale non convince: è frettolosa e superficiale, non scava nelle psicologie di personaggi sulla carta interessanti. Molti i luoghi comuni, e l’approccio del regista non nasconde alcuni pregiudizi ideologici sulla materia, peraltro non del tutto infondati: “Internet tende ad amplificare sempre di più le emozioni negative come ansia, paura, invidia e rabbia, negli scambi online – afferma Nakata -, ed è ormai dimostrato che questo può condurre a gesti estremi, perfino al suicidio e all’omicidio. I segreti della mente rispecchia questa realtà che tutti conosciamo e condividiamo”. Che la rete e i suoi infiniti mondi virtuali abbiano influenza sugli adolescenti è indubbio, che tutte le giovani menti che soffrono di qualche difficoltà relazionale e comunicativa ritrovino esponenzialmente amplificati questi disagi girovagando per le chat è tutto da dimostrare. Non è infatti sotto le più o meno sottili lenti ideologiche che va indagato il rapporto tra adolescenza e realtà virtuale, né tanto meno deformato ad uso e consumo del cinema o della letteratura che vuole scioccare a tutti costi. Spesso, peraltro, ottenendo proprio l’effetto contrario, come nel caso in questione.

Solo l’ultimo quarto d’ora del film regala un po’ di pathos, ma l’epilogo è tutto sommato prevedibile. Altro punto a sfavore di un’opera che, al di là del tema narrato, resta comunque un thriller, con tutte le implicazioni e le aspettative proprie al genere. Su temi simili ben altro spessore conserva il purtroppo misconosciuto Afterschool, diretto da Antonio Campos, film attraverso il quale, anche grazie al particolare taglio autoriale, è possibile interrogarsi molto più concretamente sul rapporto ambiguo tra adolescenti e Internet, e più in generale tra le giovani generazioni di studenti e un mondo dell’informazione in rete che garantisce sicuramente più conoscenze a una larga fascia di persone, ma che nasconde tra le sue pieghe orrori ad uso e consumo di ragazzini troppo spesso facilmente condizionabili e fuori controllo.

Federico Magi, settembre 2011.

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