Kundun vuol dire “prescelto”, ma anche “presenza”, “oceano di saggezza”, tutti appellativi che racchiudono l’essenza del Budda. Kundun è il Budda reincarnato, il nome che i monaci buddisti tibetani riservano al “Sacro Signore”, il Dalai Lama. Martin Scorsese, dieci anni or sono, a poca distanza temporale dal più hollywoodiano Sette anni in Tibet (diretto dal francese Jean-Jacques Annaud e interpretato da Brad Pitt), propose una più personale, intima e rarefatta chiave di lettura del tempo cruciale del quattordicesimo – e ancora attuale – Dalai Lama, nel momento in cui il Sacro Signore, incarnazione del Budda della Compassione, si trovò a prendere la decisione più importante per il suo popolo: il Tibet. L’invasione della Cina comunista, i bombardamenti, la distruzione dei templi, la sottomissione di gente inabituata a confliggere, il tempo del dubbio, delle lacerazioni, dell’abbandono della terra natìa, il ripristino di una sovranità usurpata in uno Stato altro sono raccontati da Scorsese facendo leva principalmente sulla magniloquenza dell’immagine, su un artificio mai fine a se stesso e su una ricerca dell’emozione diluita nei piccoli gesti, nei particolari.

Tratto da Vita del quattordicesimo Dalai Lama, il lungometraggio del celebre regista americano parte evidentemente dal principio, dalla scoperta, del tutto casuale, di alcuni monaci ospitati da una famiglia tibetana, a quattro anni dalla morte dell’ultimo Dalai Lama, di un bimbo che insinua subito in loro grande curiosità. Siamo nel 1935, Lamo è piccolissimo ed ha uno spirito vivace e curioso, viene subito sottoposto a prove decisive per verificare l’eccezionalità della scoperta: non ci sono dubbi, è lui la nuova reincarnazione del Budda. Viene portato a Lhasa, col consenso dei familiari, ribattezzato Tenzin Gyatso ed iniziato ai riti che si convengono ad un capo spirituale, nonostante la giovanissima età. Superate le naturali difficoltà – un bambino che viene sottratto all’infanzia, in sostanza -, Tenzin Gyatso comincia sin dall’adolescenza a mostrare i segni evidenti della sua suprema saggezza, del suo spirito compassionevole, del suo ruolo di guida. Non tarderà, in effetti, il momento in cui, il non ancora maggiorenne Dalai Lama, si troverà nella difficoltà di rispondere agli aut aut di Mao Zedong, il quale vuole annettere il Tibet alla Repubblica Popolare Cinese. A differenza del passato, il Tibet sarà costretto a capitolare senza opporre resistenza fisica, ma Tenzin Gyatso non si piegò mai alle prescrizioni maoiste, cercando con perseveranza un sostegno mai arrivato dalle forze occidentali, fino alla dolorosa decisione, imposta dall’impossibilità di salvare il Tibet altrimenti, di rifugiare in India e costituire con i monaci al seguito una nuova sovranità tibetana in terra straniera. Come tutti tristemente sappiamo, il Dalai Lama non è più potuto tornare nella sua terra natìa.

Sorprendendo i più, a due anni dal bellissimo Casinò, opera totalmente nelle sue corde, Scorsese ci regalò questo viaggio intimo e profondo nell’anima di un capo spirituale e del suo coraggioso  popolo. Sorpresa per molti, ma non per tutti, perché Scorsese, dichiarato seppur eclettico uomo di fede (cattolico ma affatto arroccato nelle sue “verità”), ha sempre indagato le profondità emotive e spirituali in tutte le sue opere, al di là dell’apparenza di genere. È il caso anche di film come Cape Fear, Goodfellas, del successivo Al di là della vita, senza dimenticare il controverso e scandaloso L’ultima tentazione di Cristo. E non è casuale che proprio Kundun, l’opera più evidentemente indagatrice di una spiritualità pura e manifesta, l’artista americano la dedichi alla madre scomparsa qualche mese prima. Di là da ciò Kundun è un’opera visivamente meravigliosa, costruita in modo quasi maniacale sull’attenzione al particolare. I costumi e le scenografie del nostro Dante Ferretti, la fotografia di Deakins, l’intensa e mai invadente colonna sonora di Glass: l’apparato tecnico è di livello assoluto. Le critiche per Kundun ci furono e furono molte, ma bisogna far fede sulla scelta palese e coerente – non tanto rispetto al cinema suo precedente, quanto all’insieme dell’opera in questione – di Scorsese, il quale sceglie a più riprese la voce fuori campo (le riflessioni del Dalai Lama) per allontanare il più possibile l’azione dalla vicenda. Non vi sono scene di conflitto, né quadri dinamici: i movimenti di macchina sono lenti e scelgono spesso i primi piani, privilegiando volti sovente immobili in cui sono gli occhi a significarci gli stati d’animo dei protagonisti sulla ribalta. Tutto è a misura di meditazione, tutto si fa quadro, ornamento vivente, laddove l’immobilità dei corpi prelude a profondi sommovimenti dell’anima.

L’inquietudine, comunque viva in alcuni frangenti, è resa dagli incubi di Tenzin Gyatso, apice drammatico dei quali è la circostanza in cui si ritrova come unico superstite al centro di un campo di monaci morti, tutti caduti per mano della furia cinese. L’incontro tra Mao Zedong e il Dalai Lama, momento più teso, oserei dire “fisico” del film, consente a Scorsese di stigmatizzare l’orrore connaturato nella follia della dittatura comunista cinese, insieme a quella comunista russa, non fa mai male ricordarlo, responsabile del maggior numero di omicidi e genocidi del secolo che ci ha da poco preceduto: “La religione è veleno”, dice Mao ad un esterrefatto e ingenuamente possibilista Tenzyn Gyatso, rispolverando l’antico adagio marxista “la religione è l’oppio dei popoli”. La scusa è sempre la solita, Mao si propone come salvatore dalle spinte imperialiste d’occidente, come liberatore da oppressioni – e il caso tibetano, a ben guardare, è il più assurdo in assoluto, pur volendo accecarsi e pensando ci sia qualcosa di buono in una ideologia che si propone di “educare” popoli su cui non ha alcuna sovranità – inesistenti laddove regna la pace dello spirito e la non violenza. Ma sarebbe assurdo comunque, la sovranità di un popolo resta sempre tale, salvo crimini davvero efferati contro i diritti umani. E qui, storicamente parlando, ci si potrebbero porre numerose questioni. Di cui la principale: perché Stati Uniti, Gran Bretagna e compagnia “liberatrice” hanno fatto – e continuano a fare: le evoluzioni del “caso tibetano” sono assai recenti – orecchie da mercante all’ urlo di dolore di un popolo pacifico e usurpato senza ragione della sua sovranità? Domanda tanto retorica quanto, ahi mé, forse inutile da porsi. Oggi come allora la Cina è una superpotenza che usufruì immotivatamente del diritto di veto in sede Nazioni Unite per aver partecipato assai marginalmente alla guerra contro l’Asse. Ma non mi dilungo in una polemica che il film volutamente lascia sullo sfondo, per valorizzare al contrario, come oramai sarà evidente, lo spirito di un grande popolo e della sua guida spirituale: senza fare alcuna apologia, Scorsese sceglie il Tibet e il Dalai Lama per far un film sulla purezza, sul controllo, sulla preghiera, sulla rigenerazione, sulla compassione, sul perdono, sulla vacuità del tempo fisico, lineare, per invece trovare una dimensione in cui il metafisico, l’immateriale, si fanno via possibile per la risoluzione di sé: i mandala di sabbia colorata, spazzati via dal semplice gesto d’una mano, sono la palese rappresentazione di quanto sia tutto effimero e impermanente se inquadrato solo in un’ottica materiale e materialistica. Il comunismo, da questo peculiare punto di vista, sembra evincerlo anche Scorsese, è ciò che più allontana, è il più grande nemico per il raggiungimento di questo stadio agognato di rigenerazione.

Il cast, composto da tutti attori non professionisti, è coerente con i motivi dell’opera proposta. La sceneggiatura, firmata dalla spielberghiana Melissa Mathison (ET – L’extraterrreste) vede la compartecipazione dallo stesso Dalai Lama. Ciò insinuò dubbi di natura politica; il che, vista l’attuale situazione del Tibet, aveva anche i suoi buoni motivi. Il problema non è, come alcuni affermano, che il Dalai Lama vada in giro a farsi pubblicità, a “occidentalizzare” il buddismo. Il problema, ricordiamocelo sempre, è la Cina. La sua violazione costante dei diritti umani, il suo usurpare la sovranità di un popolo nato libero e in pace col creato, che tale deve tornare.

Curiosità: L’oppressione del popolo tibetano causò un numero sterminato di vittime, dal 1950 al 1959 circa 800.000 secondo i dati ufficiali. Le vittime del comunismo, in tutto il mondo, sono oltre novanta milioni. Tutti i dati sono tratti da “ Il libro nero del comunismo”, Mondadori, 1998, Milano.

Federico Magi, aprile 2008.