“Una volta, quando le case erano di sasso e sulle strade c’era la polvere, mio zio si chiamava Giustiniano. Allora c’erano più boschi, nei fiumi e nei laghi c’erano più pesci, l’acqua dei fiumi e dei laghi potevi bere. Giustiniano si alzava ogni mattina di buon’ora. Quando si alzava i raggi del sole illuminavano il cielo che si colorava. L’alba riempiva il cielo di luce e illuminava la campagna. Giustiniano si lavava ogni mattina con l’acqua di un catino. Si arrotolava la camicia fino al gomito e poi si lavava. D’inverno, quando faceva freddo e nevicava l’acqua del catino si copriva di un velo di ghiaccio. Giustiniano usciva di casa e camminava adagio e salutava chi incontrava. Era solito attraversare il paese. Spesso non vedeva nessuno. Amava stare da solo. D’inverno, di mattina, vedeva gli alberi con sopra la neve e d’autunno, di mattina, vedeva gli alberi senza le foglie. Attraversava il paese sia con il sole o con la pioggia o con la neve. Poi entrava nell’osteria. Si metteva a sedere al tavolino. L’uomo che stava dietro al banco gli portava un caffè corretto con la grappa. Giustiniano lo beveva e si sporcava i baffi. Aveva un paio di baffi enormi, con le punte all’insù. Al posto della cravatta aveva un nastro nero annodato con un fiocco. L’uomo che stava dietro al banco gli portava una grappa. Giustiniano la beveva in un attimo e poi, mentre appoggiava il bicchiere sbatteva la mano sinistra sul tavolo e diceva: <<Alla salute dei fascisti>>. Il piatto e la tazzina del caffè tremavano ogni volta che tremava il tavolo.”

Questa è la prima pagina. Ora chiedo: si può non continuare la lettura? Può darsi, ma io non ci sono riuscito. Ho trascritto l’intera prima pagina perché mi sembrava la cosa migliore da fare. Questo romanzo ha una scrittura intensa. Fondamentale il senso del tempo. Senso del tempo che cambia nel corso della storia. Quando cominciamo la lettura, tutto ci richiama le stagioni, ci avverte della ciclicità dell’esistenza. C’è una lentezza circolare, le stagioni si ripetono, i gesti si ripetono, le parole. Siamo immersi in un tempo che sa di mito. I personaggi stessi sono mitici, e direi, biblici. La storia di Giustiniano assomiglia a quella del Cristo. I riferimenti ci sono, volendo, ma non è questo che m’interessa, e non credo di essere capace a coglierli tutti. Ma veniamo alla storia.

Siamo in un piccolo paese italiano, chi sa dove, nel periodo fascista. La battaglia del grano incombe. Giustiniano è farmacista e dottore in questo paese. Soprattutto, è ebreo, liberale, antifascista. La sua figura mi ha un po’ ricordato il giornalista Mario Borsa, che nel 1924/25 scrisse e pubblicò Libertà di stampa, riedito recentemente, nel 2005, e che nelle sue Memorie scrive “Chi non sente la libertà come un dovere non può invocarla come un diritto”. Su di lui ha scritto Walter Tobagi (e il virgolettato l’ho preso appunto da Mario Borsa giornalista liberale – Il Corriere della Sera e la svolta dell’agosto 1946, in <<Problemi dell’informazione>>, n°3, 1976) giornalista ucciso dalle BR nel 1980. Giustiniano è così, ha da dire delle cose e le dice, pagandone le conseguenze. Il suo campo è prezioso per il grano e i fascisti lo vogliono, ma lui non cede. I fascisti qui non guardano che al proprio tornaconto, dal sindaco ai soldati, eccetto uno, che mostra compassione per questo vecchio e le sue idee. I fascisti sono ciò che interrompe lo scorrere circolare del tempo. Sono il presente che irrompe nel mito, e lo forza. Non sono visti con cattiveria, ma sono quelli che costringono a deviare il tempo. Vogliono il controllo del tempo. Si deve avere il campo. Si deve seminare. Si deve raccogliere. Non ci sono spiegazioni. C’è solo un volere che piomba dall’alto. A questo Giustiniano si ribella. La sua non è una lotta vana, lui non perde. La sconfitta è solo di chi non sa accettarla. Ma Giustiniano conosce il valore delle cose, la sua consapevolezza si pone aldilà. Aldilà di cosa? Del tempo che i suoi avversari vedono. Loro ragionano nei termini di un raccolto. Lui no. Lui pensa in modo diverso, il suo è un tempo ciclico. Non rettilineo.

Il narratore, che è il nipote di Giustiniano, ci fa avvertire questo scontro di tempi. Anche lui, ora che narra, è consapevole allo stesso modo dello zio. Accetta la sconfitta, la osserva con un sorriso, lo stesso penso di Giustiniano. Strano come spesso ci siano sorrisi nella scrittura. Penso a Black, ma anche a Donnie Darko (ok, scrittura…filmica), qui, ed anche Pavese (poi ci sarebbe la poesia di Blake…). Sorriso ironico, di distacco, di comprensione, di…ma forse sono fissato io, che mi piace immaginare i volti di chi scrive, e via.

Torniamo all’inizio.

“Una volta, quando le case erano di sasso e sulle strade c’era la polvere, mio zio si chiamava Giustiniano.”

Si potrebbe dire, forse, che questo romanzo è come il tempo che più ricorre, imperfetto.

a p.

(comparso in Lankelot il 22 gennaio 2008) ab