Remake di un horror per la televisione diretto nel 1973 da John Newland, Non avere paura del buio segna l’esordio nel lungometraggio di Troy Nixey, comic book artist divenuto pupillo del produttore e sceneggiatore, nonché noto regista, Guillermo del Toro. E trattandosi di del Toro, come sanno gli appassionati di genere, ci addentriamo in un mondo che mescola orrorifico, fanciullezza e fiaba iniziatica, un territorio in cui le paure infantili si materializzano e diventano letali per i malcapitati personaggi in scena. Ancora una volta una bambina protagonista, come ne Il labirinto del fauno, opera che aveva peraltro un retrogusto evidentemente politico, in linea con l’approccio ideologico mostrato da del Toro nel film che lo impose all’attenzione dei produttori hollywoodiani: La spina del diavolo (ambedue i film sono atipici fantasy-horror con inequivocabile sottotesto politico-ideologico, ambientati durante la guerra civile spagnola). A differenza delle opere dirette dal corpulento regista e sceneggiatore messicano, Nixey, alla sua prima regia, sceglie una via molto più lineare e classica, sposando l’horror fantastico senza messaggi di alcun genere; recuperando semmai, sia pur solo in superficie, il tema della transizione infantile come tempo iniziatico e inevitabilmente problematico.

Sally Hurst (Bailee Madison) è una bambina introversa e solitaria, appena giunta nel Rhode Island per vivere con suo padre Alex (Guy Pearce) e la sua nuova compagna Kim (Katie Holmes) in una villa del diciannovesimo secolo in ristrutturazione. Mentre esplora la gigantesca residenza scopre una cantina rimasta nascosta nell’immenso giardino antistante fin dalla misteriosa scomparsa del costruttore della casa, avvenuta un secolo prima. Senza volerlo il suo gesto libera malvagie creature che vogliono trascinarla nelle oscure profondità dell’antica dimora. Sally, che soffre per la separazione dei genitori e si isola spesso, deve convincere Alex e Kim che non si tratta di una fantasia, ma bensì di una terribile realtà che incombe su tutti loro. Come è immaginabile, in principio nessuno le crederà.

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Horror calato in un contesto assai tradizionale per il genere, Non aver paura del buio manifesta, sia pur timidamente, l’ambizione di essere una pellicola che sceglie il “rassicurante” filone delle case infestate come pretesto per parlarci di paure infantili inconsce pronte a farsi reali, con tanto di cornice psicanalitica a rafforzare il tutto. Ma è un inganno, o comunque un’ambizione mal riposta vista la resa complessiva, perché l’opera si dimostra priva di reale tensione e anche la narrazione, stanca e prevedibile per larghi tratti, non favorisce l’innesco ad alcun sussulto né tanto meno a riflessioni sulla problematicità dell’infanzia (abusatissimo lo stratagemma dei genitori separati, e comunque solo vagamente accennato e mal sviluppato). Trattandosi di horror, sia pur dal retrogusto fiabesco, è una pecca grave quella di non generare alcuno spavento, che va doverosamente registrata. Non basta, in effetti, una discreta visività e una scenografia adeguata a sollevare un film costruito più secondo i criteri del fumetto che secondo le logiche naturali del cinema. Non è un caso che Nixey venga dal fumetto, a quanto pare, anche se ciò non è un male in sé, ma è certamente più sorprendente che uno sceneggiatore esperto come Guillermo Del Toro si adagi su una scrittura tanto banale e insignificante quanto addirittura risibile in alcuni imbarazzanti dialoghi.

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Non è sufficiente nemmeno una buona realizzazione degli effetti visivi, perché i mostriciattoli partoriti dalla mente degli sceneggiatori non farebbero paura nemmeno a un bambino di dieci anni. Anche i propositi spaventevoli sono comunque dosati per difetto, e tutto si concentra sulla paura della bambina per un pericolo sempre più imminente che arriva soltanto quando le luci sono spente. Non proprio una trovata originale, come è facile immaginare. Ma che cosa vogliono questi mostriciattoli? Sembra non vogliano altro che mangiarsi la bambina (lei, o i suoi denti? Non è poi così chiaro, a dire il vero), altra scelta di una banalità impressionante dovuta forse al numero di personaggi esiguo che appare sulla scena.

A peggiorare il tutto c’è la prova degli attori. Guy Pearce (Memento, L.A.Confidential), decisamente migliore in interpretazioni passate e lady Cruise Katie Holmes (The Gift, Batman Begins), più o meno sui livelli trascurabili che le sono consueti, non lasciano alcuna traccia degna di nota e non fanno nulla per nascondere la loro pressoché inesistente partecipazione emotiva alla vicenda. Bailee Madison, la bambina protagonista, è addirittura antipatica e fastidiosa, e constatando che riempie la scena per larghi tratti della pellicola riusciamo ad avere un’idea dell’inadeguatezza di un film che poteva contare comunque su un budget da opera mainstream e su professionisti di riconosciuto livello internazionale. La delusione, a conti fatti, è palpabile, anche se chi vi parla non è mai stato un grande estimatore di del Toro – il quale, pur non dirigendo, lascia un’impronta riconoscibile -, perché nessuna delle componenti prese in esame riesce a sorreggere adeguatamente la struttura filmica. In sostanza, si è costretti a seguire la pellicola tra la noia e il rimpianto di non aver scelto di trascorrere un’ora e quaranta in modo del tutto differente.

Federico Magi, febbraio 2012.