Dopo alcuni promettenti cortometraggi, il regista belga Fabrice Du Welz esordisce nel 2004 con un lungometraggio agghiacciante, un horror che scava nei profondi recessi della psiche umana, nei territori dove il dolore può generare la follia più acuta e insensata. È il caso di Calvaire, opera inconsueta che sceglie il genere orrorifico ma rifugge l’uso del sangue a buon mercato (a dire il vero quasi del tutto assente), per invece mostrare un terrore tutto psicologico, a tratti realmente insopportabile, per l’intima ferocia che porta con sé.

È la storia di Marc Stevens, giovane cantante squattrinato che cerca di tirar su qualche soldo in più nel periodo delle festività natalizie, esibendosi in ospizi e luoghi di assoluto grigiore. Nel tentativo di raggiungere, in una delle tappe del miserevole tour, una cittadina sperduta tra i boschi, il ragazzo si perde e si imbatte in un funesto temporale. Siamo in piena notte, Marc arresta il furgone, scende e incontra uno strano personaggio che dice essere in cerca del suo cane. Sembra già di esser fuori dal mondo, ma il giovane cantante accetta comunque di seguire il curioso abitante della zona che lo conduce in un vecchio albergo gestito da un altrettanto bizzarro figuro, un ex artista-umorista rimasto solo dopo che la moglie lo ha lasciato. Una notte di sonno nell’albergo e al risveglio niente sarà più come prima: il signor Bartel, il gestore, dapprima attento e fin troppo premuroso, manifesta per intero la sua follia, innescata proprio dall’arrivo del ragazzo. In una agghiacciante degenerazione inconscia, il solitario albergatore percepisce Marc Stevens come la moglie finalmente ritornata. È l’inizio di un incubo terrificante per il giovane, un calvario senza eguali che coinvolgerà anche gli altrettanto improbabili abitanti della cittadina.

Il terrore viene dal profondo, dall’abisso delle degenerazioni protette e inabissate nell’inconscio, quelle che, una volta rotti gli argini e impadronitesi della coscienza, fuoriescono virulente e incontrollabili. Tutto ciò è documentato in Calvaire, senza negare nulla alla fragile disposizione dello spettatore impreparato, tanto da minarne irrimediabilmente l’ immaginabile resistenza visiva. È ovviamente un film per appassionati di genere, per tutti coloro che sono in cerca di forti emozioni e non si impressionano facilmente, ma anche per chi non ha paura di confrontarsi con la rappresentazione più diretta e abominevole del lato oscuro degli esseri umani. Il paradosso apparente, per essere un horror, è che Calvaire riesca a terrorizzare evitando l’uso dell’effetto gore. Ed in effetti, nonostante la riconoscibile matrice, questo è un film che è lontano dal popcorn movie, è una pellicola d’autore che può generare perversa attrazione e naturale repulsione ma per motivi non certo legati alla qualità artistica del prodotto. Calvaire è ben scritto e ben girato, studiato nella fotografia e nella scelta delle inquadrature: la persistente dimensione desolante, le atmosfere claustrofobiche, l’uso incubotico della luce, il pallore dei volti, il grigiore dei luoghi e la follia restituita dai primi piani di ogni singolo personaggio, se si eccettua lo sfortunato protagonista, contribuiscono a catapultare lo spettatore in una dimensione destabilizzante in cui l’orrore, pur avendo un volto riconoscibile, trascende il piano fisico per farsi assai più perversamente metafisico. Ciò che non si riesce a capire, controllare, definire in altro modo che non con l’onnicomprensivo e fin troppo sbrigativo termine follia è la linfa oscura che alimenta Calvaire, opera catacombale fin dai personaggi di contorno, anche quelli ininfluenti ai fini dello sviluppo della storia (come ad esempio l’anziana signora che fa avance al cantante durante le sequenze iniziali nell’ospizio).

Calvaire, presentato in più festival, non solo di genere (ricordiamo, tra gli altri, La settimana della critica a Cannes e la Selezione ufficiale a Toronto), è un’opera di indubbio spessore che può certamente disturbare il sonno oltre che la vista dello spettatore, e che denota come l’horror moderno riesca a sviluppare idee e a trovare terreno fertile a latitudini un tempo impensabili. In questo caso è il frutto di una coproduzione franco-belga-lussemburghese. Il tema di fondo poi, nel pezzo propostovi solo volutamente accennato, è assolutamente figlio delle degenerazioni psichiche sempre più alla ribalta delle cronache nere del nostro tempo: la misantropia indotta, la solitudine non voluta, il vuoto esistenziale e i cortocircuiti della comunicazione affettiva stanno partorendo mostri dal volto umano: troppo umano. È questo che fa veramente paura. Ecco perché Calvaire è già divenuto, tra gli appassionati di genere, un piccolo cult destinato nel tempo a far proseliti. Lungimirante la Gargoyle Video, che se ne è assicurata i diritti e ne ha messo in commercio il dvd.

Federico Magi, ottobre 2008.