Nel 1962 esce in Francia un’affascinante breve pellicola (tra il corto e il mediometraggio: 29 minuti) di Chris Marker, La Jetée, nella quale il regista francese si avvale esclusivamente della voce fuori campo per narrare una storia in cui scorrono fotogrammi di un futuro post atomico davvero inquietante: “Questa è la storia di un uomo segnato da un’immagine di infanzia” – cosi Marker ci invita nei territori fanta-apocalittici immaginati, costruendo uno dei corti più visionari e angoscianti della storia del cinema. Nel 1996, il geniale Terry Gilliam, ex Monty Python nel frattempo divenuto, con Brazil, autore  a tutto tondo (la nota battaglia, peraltro vinta, con la casa cinematografica per mantenere inalterata la pellicola cui s’era voluto cambiare musica e montaggio), decise di ispirarsi alla pellicola di Marker costruendo un’opera che ne seguisse le linee guida, riproponendo gli scenari di desolazione e l’ambientazione futuristica. Se storia e suggestioni traggono fedelmente spunto dall’opera di Marker, la scelta stilistica, inevitabilmente, si modifica, allorché Gilliam sceglie di fare un film dinamico dalla trama molto più complessa e articolata, un tragitto circolare in cui passato e futuro si alternano in un incedere spesso sincopato, trasformando l’angoscia restituita da La Jetée in una critica spietata delle dinamiche del mondo di fine millennio. E la sentenza finale, se cosi la vogliamo definire, è senza possibilità di appello per il pianeta.

Siamo nel 2035, quel che resta del genere umano vive sottoterra in totale desolazione e senza la possibilità di riemergere, vista la pericolosità del virus aerobico che nel 1996 aveva annientato il 99 per cento della popolazione umana del pianeta. Si è ancora alla ricerca di un vaccino che possa consentire al genere umano di tornare in superficie. La speranza è nel passato, nella possibilità di trovare, tornando all’origine della tragedia, le tracce per bloccare il processo d’autodistruzione innescato dalla follia di qualcuno. In questo ultimo ed estremo tentativo gli scienziati offrono a James Cole (Bruce Willis), detenuto a vita, l’opportunità di essere graziato se disponibile a compiere la delicata missione: tornare indietro nel tempo e acquisire indizi e tracce per fermare in tempo l’epidemia. Cole accetta, ma il primo lancio a ritroso fallisce l’obiettivo temporale: siamo nel 1990 e non nel 1996 come programmato, tanto che l’ex detenuto viene trovato in uno stato considerato delirante e dunque tradotto in un istituto per malati di mente. Qui ha due incontri significativi per il prosieguo della sua indagine, quello con la dottoressa Railly (Madeleine Stowe) e quello con Jeffrey Gones (Brad Pitt), figlio psicolabile di un famoso immunologo. È il destino che si compie, quanto mai beffardo, ancorché Cole non sia del tutto preparato a comprenderne il senso. Perché la soluzione dell’enigma di un sogno ricorrente, che accompagna le sue notti fin da bambino, vive nell’inconscio di Cole come un presagio, una minaccia, un’evocazione terrificante che sembra vivere in un’altra dimensione spazio-temporale. Eppure è cosi tangibile, percettibile ma non ancora riconoscibile. Riportato al futuro-presente e immediatamente rispedito nel giusto tempo per assolvere l’importante missione, l’ex detenuto passerà di sfuggita per la Prima Guerra Mondiale, rincontrerà la protagonista del suo sogno-incubo e capirà il perché dei tanti segni sul suo cammino. Cos’è l’esercito delle 12 scimmie? Sono veramente loro i responsabili della distruzione del pianeta?

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La brillante opera di Terry Gilliam, pur spesso tribolata (nota la vicenda del mai venuto alla luce – ci si è fatto su un documentario sulla lavorazione: Lost in La ManchaThe man who killed Don Quixote e le difficoltà di lavorazione e distribuzione di The Brothers Grimm e Tideland) e non sempre all’altezza delle tante aspettative dei fan, ha partorito lungometraggi notevoli per originalità, estro creativo e genio narrativo. L’esercito delle 12 scimmie è, unitamente a Brazil, la sua pellicola più densa, trascinante e ricca di significati. È anche l’opera per certi versi più estrema e pessimista, nonostante sia anche la più hollywoodiana, vista l’apparenza d’action fantascientifico di puro intrattenimento e l’impiego di star note e strapagate come Bruce Willis (allora all’apice della popolarità) e Brad Pitt. Un film paranoico, centrato su un protagonista che vive una realtà schizofrenica, sballottato come si ritrova tra un presente-futuro e un passato che è proprio ai nostri contemporanei, uno scenario apocalittico in cui la salvezza dell’umanità è improbabile se non addirittura impossibile. Una sentenza definitiva, come accennavamo, perché l’umanità filmata da Gilliam pare non meriti altro che l’estinzione. Il regista di Minneapolis sovverte i consueti canoni narrativi, confonde, disorienta e costruisce una realtà claustrofobica non lontana dal precedente e più fortunato BrazilL’esercito delle 12 scimmie, difatti, pur avendo avuto a disposizione il più alto budget mai concesso a Gilliam, non ha incontrato – inspiegabilmente, a mio modo di vedere – i giusti consensi di pubblico e critica. L’ambientazione futuristica, gli amati barocchismi cari al regista, la rappresentazione fortemente onirica che permea la pellicola e la trama che gira spesso su se stessa non hanno forse consentito la facile interiorizzazione dello spettatore. Tutti elementi che, a ben guardare, nell’essere assemblati con evidente maestria da Gilliam, grazie alla partecipazione di star come Willis e Pitt (qui in ruolo assai inconsueto per i suoi standard), avrebbero invece dovuto conferire al film quell’aurea fascinosa e maledetta che – ai miei occhi è lampante – emerge sin dalle primissime sequenze. Ma Gilliam, si sa, pur avendo tra le mani prodotti ad alto budget, non cerca mai il consenso a tutti costi. E poi la troppa carne al fuoco spesso confonde gli spettatori in cerca di svaghi semplici ed immediati, tanto che essere catapultati negli angosciosi mondi di James Cole, consci ed inconsci, onirici e reali, avrà creato qualche principio schizoide anche nella mente di qualche avventore impreparato – da questo punto di vista Gilliam è anche più estremo nel successivo, allucinato e ancor meno fortunato Paura e delirio a Las Vegas

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La passione per la settima arte consente al regista americano di disseminare lungo la pellicola non casuali rimandi a note opere cinematografiche, partendo da uno dei capolavori comici interpretato dai Fratelli Marx e diretto da Norman Z. McLeod, Monkey Business (primo simbolico richiamo alle 12 scimmie del titolo, peraltro volutamente fuorviante), passando per Vertigo e Gli uccelli del maestro Hitchcook (il passo trasposto da Vertigo, già presente in La Jetée, è il fuggevole ed emblematico dialogo sul tempo e sul dubbio dell’eterno ritorno tra Kim Novack e James Stewart; da Gli uccelli è tratto invece un fotogramma eloquente e simbolico del volatile che si fa inaspettato predatore: la natura che si rivolta contro l’uomo). Il tema ambientalista, animalista in particolare, è difatti marcato a fuoco da Gilliam sull’intera pellicola, partendo dal titolo evocativo, Twelve Monkeys, fino ad arrivare ad ipotizzare che la fine dell’umanità passi, pur per vie tortuose e controverse, attraverso l’opera di animalisti guidati da una mente folle. Brad Pitt incarna la follia, infantile e pericolosa, regalando un’interpretazione convincente nei panni dello psicolabile grazie al quale, per effetto del fato e di un cortocircuito temporale, sembra rabbuiarsi di colpo il destino del pianeta. Anche qui Gilliam inganna e confonde fino alla fine, svelandoci, nel materializzare il reale esecutore della distruzione di massa, che l’apocalisse prossima ventura è frutto di uno schema assai più ragionato. Per quanto folle comunque ragionato, tragicamente inevitabile, a quanto sembra. Bruce Willis, supereroe improbabile mai cosi incline alla commozione e al pianto, grazie al maniacale lavoro sull’interpretazione voluto da Gilliam annienta in un solo colpo la sua verve simpaticamente burlesca, piaciona ed ammiccante, regalando un’interpretazione sfaccettata e di livello che, di li in poi, non gli sarà estranea in altre successive pellicole (un esempio su tutti: Il Sesto Senso). L’unica interpretazione monocorde è quella della Stowe, peraltro in possesso di un personaggio che avrebbe potuto trovare maggiore complessità anche dal punto di vista narrativo.In un simile calderone visivo-narrativo, che poteva tenere in piedi solo un abile creativo come Gilliam, sono comunque molte le scene da ricordare, tra le quali spicca l’intero blocco finale, una lunga sequenza a ralenti che apre di sfuggita l’opera e che circolarmente pone fine al presentimento – un tratto reale di vita passata – di morte che aleggia sulla vita e nei sogni di Cole, chiudendo simbolicamente la vicenda sul dettaglio degli occhi di un bambino. È uno dei più suggestivi finali della storia del cinema. Che naturalmente non vi svelerò, per non rovinarvi la visione di quest’opera ricca di pathos e di genio, decisamente da rivalutare, per lo meno quanto il fascinoso corto che l’ha ispirata.

Federico Magi, novembre 2007.