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j'Gio, 29 Mar 2007 15:22:46 +0200p(http://www.lankenauta.it/?p=9385eLankenautafIn memoria di me

La pellicola apre sul primo piano di un ragazzo. Un volto ci guarda fisso negli occhi e sembra non tradire alcuna emozione; ci parla con misura, quasi con distanza. Ci spiega le motivazioni per cui ha deciso di intraprendere il cammino del noviziato, ragionando sul tema della ricerca della propria identità. L’identità nella ricerca di Dio, del suo mistero, del suo Verbo lasciato in terra e tradotto dagli uomini. Andrea è un bel ragazzo, deciso, curioso, colto, apparentemente privo di dubbi sull’importante scelta di vita che sta per compiere. Lo accoglie un monastero di Padri gesuiti situato in un luogo incantevole, sufficientemente lontano dal mondo, grazie alla sua particolare ubicazione: siamo nei pressi di Venezia, nella piccola isola di San Giorgio Maggiore. Qui Andrea scopre tempi e ritmi dilatati a dismisura, il silenzio, l’importanza della preghiera, la costruzione dell’omelia e i dogmi palesi della Compagnia di Gesù: “impara a dissimulare” – dice ai novizi un Padre Superiore. Alla fine del percorso si sarà privi d’ogni emozione manifesta; la gioia, il dolore, la sofferenza, il buonumore, le paure, le certezze, ogni cosa dovrà essere invisibile agli occhi del mondo: il prete gesuita è, in sostanza, un soldato di Cristo pronto a prestare la sua opera in un contesto di dolore e sofferenza, sempre restituendo il medesimo volto. Andrea sembra convinto della scelta fatta, ma non può – per natura, evidentemente – accettare le cose che gli si dicono senza comprenderne il senso ultimo, il motivo. Si ritrova a seguire altri novizi per carpirne i tormenti dell’anima, cui comunque nessuno sembra prestare particolare attenzione. Ecco che i dubbi esistenziali si trasformano in dubbi di fede, per qualche ragazzo. La paura della libertà imprigiona, trattiene, corrode l’anima, lo spirito, induce a martoriare il corpo (è il caso del primo novizio, che fugge in piena notte). Superiori e novizi si accorgono della curiosità di Andrea, sostanzialmente guardandolo con circospezione; ma il ragazzo, apprezzato per le sue doti di scrittura e studio dai propri superiori, comincia ad avvertire i primi dubbi e tormenti in corrispondenza dell’avvicinamento a Zanna, altro novizio inquieto e immobilizzato dalla paura di vivere. Le certezze di Andrea crollano pian piano, lo convincono che quella che ha intrapreso con tanta convinzione non è la strada giusta: “io non amo nessuno” – dice a se stesso. Andrea e Zanna decidono di lasciare il convento, luogo angusto e oramai prigione più dell’anima che del corpo. Ma il coraggio di sondare le possibilità della vita vera verrà meno in uno dei due ragazzi. Paradossalmente, in colui che era sembrato più convinto e più sicuro di sé.

Dopo Private, film lodato dalla critica italiana e internazionale ma passato solo di sfuggita per poche sale italiane, Saverio Costanzo torna a trattare un tema affatto semplice, quello della fede e della vocazione di un giovane aspirante prete. Tema complesso, che il regista romano sceglie di narrare affidandosi più alle immagini e ai volti che ai dialoghi. La cifra stilistica è più che buona e ricorda vagamente il cinema di Bellocchio; la scelta tematica e il modo di sviluppo di alcuni dialoghi incontra, per assonanza, il Bergman introspettivo e metafisico di alcune opere considerate tra le più ostiche del regista svedese, come Il Silenzio o Luci d’inverno, mentre l’impostazione tecnico-registica è ispirata a Pasolini, attraverso l’uso costante dei primi piani come elemento narrativo principe, e la conseguente scelta di volti assai caratteristici, affatto bisognosi di parole. Detto quello che convince, nell’opera seconda di Costanzo, c’è da registrare anche ciò che convince assai meno. Palese è la distanza che Costanzo mette tra il suo sguardo di cineasta e gli eventi narrati, davvero troppa per non far sorgere il dubbio che il film sia un esercizio di stile, una deriva estetizzante nemmeno troppo nascosta in cui non solo non vi è alcuna traccia di giudizio – o quanto meno, presa di coscienza – dell’autore ma anche i personaggi sembrano sospesi e imprigionati in un limbo in cui non esistono emozioni. Che sia la messa in pratica del precetto gesuita (dissimulare) accennato nel film? È davvero poco probabile che sia questo il motivo di tanta distanza; distanza che è talmente evidente da non trovare mai la vicinanza, o progressivamente perdendola, con lo spettatore. Alla fine la curiosità scema e l’epilogo risulta essere prevedibile o quanto meno poco consistente, al contrario di una prima parte in cui il film aveva regalato suggestioni da thriller dello spirito nel quale le parole davvero – se proseguito sulla stessa falsariga – avrebbero potuto essere accessorie. Anche le musiche, dei valzer (scelta davvero curiosa e a tratti dissonante), contribuiscono a creare un’atmosfera straniante.

Il protagonista, il bulgaro Christo Jivkov, per chi se lo ricorda è il Giovanni De’ Medici de Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi. Occhi spiritati, volto glaciale, quasi privo di emozioni è calzante nel ruolo di un protagonista il cui tormento si manifesta improvviso e dirompente nella riuscita scena di preghiera ad alta voce. Filippo Timi, eclettico e non ancora sufficientemente conosciuto attore nostrano, è anch’egli in parte interpretando personaggio nel quale l’inquietudine risulta, al contrario di quella del protagonista, meno egoica, più umana, più vicina alla comprensione dei più. Anche a livello teologico il suo semplice messaggio è più incline all’idea diffusa del Verbo del Cristo: amore e non ragione. Cristo, per chi ci crede, esiste oltre le scritture che lo rappresentano. Esiste a prescindere.

La tematica teologica è ben espressa proprio nella sequenza che vede il primo scarno dialogo tra i due ragazzi. Zanna riprende Andrea proprio sul suo modo di spiegare la fede, durante un’omelia: per Andrea la fede è nei versi del Vangelo, nella Sacra Scrittura, mentre Zanna gli rimprovera che il suo è un approccio razionale, privo d’amore. Alla fine fa anche capolino il tema dell’omosessualità, adombrato soltanto lungo l’arco della pellicola ma in modo talmente poco incisivo che risulta essere un episodio decisamente laterale della storia. Diverso impatto ha l’omosessualità nel libro a cui si ispira il film (Il Gesuita perfetto di Furio Monicelli, 1960. Ripubblicato da Mondatori nel 1999 con il titolo Lacrime impure), nel quale la passione amorosa tra il protagonista e un frate del convento è un elemento fondante della narrazione.

Il titolo, In memoria di me, è parzialmente azzeccato e se l’epilogo fosse stato meglio sviluppato avrebbe potuto esserlo del tutto. In effetti una vaghissima suggestione può unire il novizio di questa pellicola con il celebre protagonista de Il deserto dei Tartari, romanzo capolavoro di Dino Buzzati. Drogo e Andrea sembrano difatti subire passivamente una decisione del destino, dovuta ad un’inquietudine di cui non si conosce e mai si conoscerà l’origine. L’epilogo di Drogo lo conosciamo, quello di Andrea lo possiamo solo intuire ma, anche nel suo caso, l’equivalente dei Tartari per Drogo difficilmente gli si potrà mai manifestare. Opera di non facile interiorizzazione, lenta e meditativa, costruita su una tematica molto particolare In memoria di me ha un unico ed evidente difetto. O quanto meno a me sembra tale: è presuntuoso e saccente proprio perché non sceglie, non coinvolge lo spettatore, rimane distante, troppo distante. Ma Costanzo è bravo, ha uno stile tecnico davvero apprezzabile (notare la fotografia, l’uso splendido delle luci e del bianco e nero) e una predilezione per storie affatto banali. Comunque da vedere, sperando che, sin dalla prossima pellicola, il regista romano lasci la sceneggiatura in mani più esperte e ispirate. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Berlino.

Federico Magi, marzo 2007.

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