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A tre anni dal fantascientifico Nirvana (1997), film curioso, non del tutto riuscito e lontano dai kolossal hollywoodiani di genere, Gabriele Salvatores partorì la sua opera più inquieta, simbolica e sperimentale, a tratti decisamente più …

j'Mer, 14 Mag 2008 16:00:30 +0200p(http://www.lankenauta.it/?p=9488eLankenautafDenti

A tre anni dal fantascientifico Nirvana (1997), film curioso, non del tutto riuscito e lontano dai kolossal hollywoodiani di genere, Gabriele Salvatores partorì la sua opera più inquieta, simbolica e sperimentale, a tratti decisamente più visionaria del lungometraggio precedente. Denti, tratto dall’omonimo testo di Domenico Starnone, è un viaggio sovente allucinato con copiose digressioni nell’onirico, alla ricerca di un mistero fisico che ne nasconde uno esistenziale: l’origine e la natura di due abnormi incisivi sviluppatisi nella bocca di un bimbo, Antonio, il quale sin dall’infanzia vive interiormente quest’angosciosa realtà come una condanna, palesando all’esterno un senso di inadeguatezza che lo accompagna fino all’età adulta, quando la storia che ci viene raccontata lo trova professore di filosofia gravato da molteplici insicurezze.

La pellicola apre su un’accesa discussione tra Antonio e Mara, la sua giovane convivente, la quale in preda all’esasperazione per le continue e immotivate gelosie dell’uomo gli fracassa gli incisivi con l’ausilio del portacenere. Di qui la riapertura di una ferita atavica, più psichica che fisica, che spalanca un varco onirico che riconduce Antonio al mai risolto rapporto con l’amata madre, morta quando il ragazzo aveva 13 anni, tanto da riavvicinare i mostri della sua adolescenza: i dentisti. In fondo mai cresciuto, il professore di filosofia ha anche una ex moglie e due figli abbandonati causa la travolgente passione per Mara, ai quali non passa più gli alimenti da qualche mese. Il caso vuole che anche la figlia adolescente abbia bisogno di un dentista: di dentista in dentista, ma sarebbe più giusto dire di mostro in mostro, Antonio percepisce che sotto gli orribili incisivi c’è qualcosa che è in attesa di nascere. L’incontro con un dentista-mostro della sua infanzia (un truce, grottesco e sempre fantozziano Paolo Villaggio), capace di strappargli con le pinze ambedue gli incisivi, darà modo ad Antonio di comprendere l’arcano, del tutto svelato proprio da un altro dentista, presunto contendente in amore. Una terza dentatura, che si nascondeva da sempre sotto i draculei incisivi, è pronta a sbocciare. Sarà la catarsi, la possibilità di un nuovo inizio, lontano da Mara, dalla gelosia, dal passato. La porta del mondo onirico in cui era stato risucchiato è definitivamente chiusa.

Strizzando l’occhio a maestri visionari come David Lynch e David Cronenberg – un vero e proprio sacrilegio, visti i risultati -, Salvatores cerca di volare alto, molto alto, decisamente troppo. E in effetti cade facendo un bel ruzzolone, se andiamo ad analizzare l’opera in questione nella sua complessità; ma anche volendo rimanere alla sua superficie, limitandoci all’interesse suscitato dalla storia, non è che troviamo grandi motivi di conforto. Denti è un film sconclusionato che poggia su una sceneggiatura piena di voragini e su un soggetto, come avrete inteso, nemmeno troppo interessante e assai manierato. I dentisti sono presentati come mostri, le dinamiche psicologiche indagate superficialmente, i dialoghi sono quasi sempre confusi, almeno quanto l’iter del protagonista. Gli intermezzi onirici, seppur suggestivi a livello visivo, sono privi di pathos, di capacità di inserirsi in modo convincente in una narrazione che già zoppica parecchio sin dal principio. E poi c’è questa sensazione di frettoloso, che emerge in ogni frangente della storia, di irrisolto: il grottesco non è sufficientemente grottesco, il thriller esistenziale adombrato in sede di introduzione latita, la vis drammatica è praticamente inesistente. La storia langue, in buona sostanza, da tutti i punti di vista. Il film, non a torto massacrato dalla quasi totalità della critica, ebbe scarso successo di pubblico e rimane come una delle opere più incomprese (e incomprensibili) del pur bravo regista milanese.

Eh sì, bravo regista. Perché nonostante le innumerevoli critiche proposte in sede di rilettura a freddo, c’è da rilevare che la regia è di qualità, che le sequenze oniriche, pur mal inserite e poco convincenti a livello narrativo, sono girate in modo efficace da Salvatores, che aveva già dimostrato (non solo con Nirvana) di maneggiare il mezzo tecnico con padronanza e capacità d’osare, nel tentativo di innovare – Salvatores è stato uno dei primi registi italiani a fare uso del digitale – un cinema ingessato come risulta ancora essere quello del Bel Paese. Anche gli attori, nonostante tutto, non sfigurano, usando molto mestiere o confermando un talento ancora ritenuto acerbo (è il caso della bella e brava Anita Caprioli). Rubini fa il suo, pur gravato dalla mostruosa dentatura, Bentivoglio è più convincente che altrove, Villaggio in linea coi personaggi precedentemente incarnati, nonostante il contesto curioso proposto. Notevole, invece, la colonna sonora (che rispolvera, tra le altre, A whiter shade of pale dei Procol Harum), ma indubbiabente non sufficiente a riscattare la pellicola.

A conti fatti Denti è un’opera inconsueta per il contesto che l’ha ospitata (cinema italiano in concorso a Venezia), inevitabilmente destinata all’oblio, o quanto meno trascurabile, al pari di altri film di Salvatores il quale, nonostante l’indubbia bravura dietro la macchina da presa, dimostra ancora una volta di non trovarsi a suo agio con la sceneggiatura; né quando – come nel caso in questione – se la scrive, né quando delega ad altri l’incombenza. Il mio consiglio? Passate oltre.

Federico Magi, maggio 2008.

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