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Paolo Roversi, lo scrittore milanese, non ha mai cercato di dissimulare i suoi personaggi e le proprie opere poliziesche sotto una patina fasulla di impegno e intellettualismo. Se la scelta è stata quella di dedicarsi …

j'Dom, 25 Dic 2016 01:33:23 +0200p(http://www.lankenauta.it/?p=9506eLankenautafLa confraternita delle ossa

Paolo Roversi, lo scrittore milanese, non ha mai cercato di dissimulare i suoi personaggi e le proprie opere poliziesche sotto una patina fasulla di impegno e intellettualismo. Se la scelta è stata quella di dedicarsi alla letteratura d’intrattenimento dobbiamo dire allora che Roversi ha poco da rimproverarsi. Lo scriviamo in particolare dopo aver letto “La confraternita delle ossa”, un “prequel” che racconta le origini professionali di Enrico Radeschi, il giornalista – hacker già protagonista di diversi romanzi editi da Mursia e Marsilio. Così scopriamo la genesi del Giallone, del guardaroba di un aspirante cronista – che fino ad allora vestiva come uno sbarbatello – e del blog, “una vetrina virtuale” con cui Radeschi, ancora disoccupato, potrà “mostrare urbi et orbi” (pp. 51) le sue doti di segugio.

Lo scenario della “Confraternita” è, infatti, quello di Milano, tra la fine del 2001 e il 2002. Qui, ancor prima che faccia la sua comparsa un giovane Radeschi dedito all’arte dell’arrangiarsi, ignaro delle gioie e dei dolori dell’informatica, avvengono degli omicidi indecifrabili: a fine anno viene assassinato un noto avvocato che, prima di morire, traccia col proprio sangue uno strano simbolo; e intanto una sedicente “mantide” seduce e uccide degli ingenui giovincelli. Omicidi che apparentemente non hanno niente a che fare tra loro; eppure saranno proprio Enrico Radeschi, coinvolto suo malgrado nelle indagini, e l’indisponente vicequestore Loris Sebastiani a svelare il legame che lega le vittime a una misteriosa setta dedita a “ristabilire l’ordine morale”, nonostante tra le sue fila siano presenti innumerevoli puttanieri.

Il repertorio non è inedito: insospettabili burattinai che spuntano fuori in ogni dove, misteri svelati spesso più per colpi di fortuna che per colpi di genio. A rigore neppure i personaggi che popolano “La confraternita” risultano del tutto inediti, tra aspiranti detective imbranati e squattrinati, un poliziotto sciupafemmine (Sebastiani), un sottobosco di maneggioni ai confini della legalità, ricconi pervertiti. Quello che potrebbe apparire del tutto ordinario viene però sviluppato da Roversi in maniera particolarmente brillante, con una leggerezza che davvero trova pochi riscontri nella cosiddetta letteratura di genere. Una leggerezza che, a nostro avviso, non significa necessariamente sinonimo di banalità e superficialità: l’autore ha inteso privilegiare innanzitutto situazioni dove il sarcasmo e l’umorismo alla fin fine prevalgono con disinvoltura anche sugli aspetti più cruenti e “noir” del racconto. Una narrazione incentrata, come era facile immaginare, soprattutto sui dialoghi, con la compresenza di una prima persona quando è sulla scena il nostro giornalista-hacker, e una più distaccata terza persona quando si tratta degli altri personaggi. Un po’ come se il personaggio di Radeschi si raccontasse direttamente nel suo blog.

Si intuisce che Paolo Roversi non deve aver penato troppo nello scrivere un poliziesco a bassa intensità di dramma, come a voler rispolverare un novello Riccardo Finzi con spirito ancor più comico; ed anzi deve essersi divertito ad alludere e reinterpretare elementi autobiografici, illustri precedenti “noir” e controversi avvenimenti del recente passato. Viene in mente il questore Lamberto Duca: basta invertire le parole, cambiare una vocale ed ecco che l’omaggio a Scerbanenco diventa palese. Anche il blog “milanonera”, che nella finzione romanzesca viene creato da Radeschi e dal suo amico nerd Fabio, è omonimo del blog reale “milanonera” “portale web dedicato al giallo e al noir nato nel 2006 da un’idea dello scrittore Paolo Roversi”. Oppure pensiamo all’arrivo del giro d’Italia del 2002 e alla vittoria di Savoldelli, rivissuta in un contesto da tregenda; ed ancora all’incidente aereo al Grattacielo Pirelli, nella realtà un disastro in cui persero la vita il pilota svizzero Luigi Fasulo ed alcuni impiegati della regione Lombardia, nella finzione romanzesca un falso incidente nel quale perde la vita un ingegnere svizzero implicato con le trame della setta.

Un recente passato che Roversi, al di là delle citate reinterpretazioni, ha voluto ricordare rimarcando le diversità con il nostro più tecnologico 2016. Come possiamo leggere nella nota finale dell’autore: “L’ho catapultato [ndr: Radeschi] in un’epoca non certo remota ma in cui Milano e l’Italia erano parecchio diverse. Il mondo intero lo era: c’erano ancora le cabine telefoniche e la gente si smarriva imprecando contro le cartine stradali perché non esisteva Google Maps […] c’erano i rullini per le macchine fotografiche con cui certo non ti mettevi a fotografare ogni pietanza che ti trovavi nel piatto” (pp.392). Un ritorno ad un recente passato, alle origini del personaggio, che però, da quanto  sembra di capire, non vuole significare un commiato al disinvolto cronista – hacker. Come si suol dire: squadra che vince non si cambia.

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