Questo straordinario romanzo, l’unico concepito dal grande disegnatore fantastico Alfred Kubin, vide la luce in un momento profondamente inquieto della sua esistenza. Nel 1908, appena trentunenne, rimase terribilmente scosso dalla morte del padre, evento che generò in lui una forte crisi psichica accompagnata da visioni oniriche persecutorie. I mostri che ne scaturirono trovarono certamente dimora ne L’altra parte, esperienza letteraria e risoluzione catartica dei fantasmi alberganti nell’inconscio del disegnatore. Proprio l’inconscio e le sue deformi manifestazioni saranno i protagonisti della vicenda ivi narrata, una storia che si snoda con un ritmo lento ed insinuante, costellata di enigmi dalle soluzioni inafferrabili. Un viaggio nell’ignoto dal difficile ritorno: “Ci sono alcuni che hanno girato il mondo in lungo e in largo e ora non hanno più voglia di continuare a viaggiare, o che sono a letto ammalati, o che non possono più muoversi per altre ragioni, e allora viaggiano in se stessi, con la mente, con l’immaginazione, anch’essi arrivano spesso lontano… Ma star fermi no, non è possibile!”

Monaco (Baviera), inizi del Novecento. Un affermato disegnatore riceve la visita di uno strano personaggio che gli propone un’esperienza incredibile. Trasferirsi di colpo, con moglie a seguito, in un paese ideale nel quale l’avanzante presente tecnologico fosse del tutto assente e in cui le umane controversie fossero azzerate: tutti felici, in armonia, estraniandosi dal resto. Ad una prima ed immediata incredulità, il disegnatore fece seguire un sempre maggior interesse, man mano che i racconti dell’ospite inatteso delineavano i connotati del luogo che avrebbe dovuto accoglierlo. Il tutto era reso possibile da colui che aveva concepito questo regno incantato, di cui il disegnatore era adesso invitato a far parte. Claus Patera era un suo vecchio compagno del Ginnasio, che aveva ricevuto in eredità un’immensa somma di denaro e aveva deciso di investirla nel mirabolante progetto del paese ideale. Riuscito quasi subito a convincere la moglie, l’artista si avvia per il viaggio nel  Regno del Sogno, pieno di entusiasmo e di belle speranze. Il luogo, situato poco oltre il confine russo con l’Asia, fu raggiungibile dopo molti giorni di treno. Vi si accedeva mostrando l’immagine di Patera: ogni nuovo accolto (accolito) l’aveva avuta al momento in cui aveva deciso di partecipare alla vita del Regno del Sogno. Ad un primo impatto, i coniugi non possono far a meno di notare la strana atmosfera che pervade il paese: colori sfumati, cielo crepuscolare, assenza di sole e uno strano odore nell’aria – in sostanza, niente che lasci presagiore le meraviglie agognate. Ma è talmente forte l’opposizione percepita tra Perla (la capitale del Regno) e il mondo conosciuto che i due ci passano sopra facilmente. La pace ricercata, però, si fa presto apatia, fino a lasciar intravedere le ombre dell’oscurità. Comincia, per il sempre più spaesato disegnatore, un viaggio inquietante alla ricerca del segreto di Patera, che lo conduce a scrutare nell’abisso del proprio inconscio. Quello che trova è tutto fuorché il mondo di fiaba cui anelava.

Quello del disegnatore, alter-ego di Kubin, è un percorso allucinante, tra figure umane e semi-umane, bestie e sette pseudo-religiose, maschere di morte, reali ed immaginarie. Tanto è immedesimato col suo sconcertato protagonista che Kubin non lo chiamerà mai per nome, dall’inizio alla fine della narrazione, trovando in ciò una sorta di catarsi-espiazione. La forma con cui è costruito il romanzo è magnetica e catturante, come l’aria di Perla: comincia avvincendo e incuriosendo, lascia fluire una corposa parte centrale, la vita di Perla, apparentemente ripetitiva e senza troppo slancio, fino a concludere in una sorta d’ Apocalisse. Ma sono tutte suggestioni create ad arte per portarci dove vuole l’autore: nell’incubo, nel sogno, nella deformazione-dilatazione della realtà, nel suo mondo interiore in cui si specchiano – o si dovrebbero specchiare -, le nostre stesse suggestioni passo passo accumulate.

Tra le visioni simboliche del protagonista, le più significative rappresentano il volto dell’amico e sovrano del Sogno. Dominante e spettrale, ma allo stesso tempo affascinante e calamitico, il volto onirico di Patera scandisce i tempi della presa di coscienza – ancorché confusa e senza risposta alcuna – del disegnatore. L’ultima immagine, umana, fin troppo umana, fornisce all’artista l’unico modo per decodificare la realtà fattasi irreale. Patera è un’icona, un totem, un feticcio: dominio per simboli e per immagini, costruzione allusiva e fonte magnetica. Dominare sull’inconscio e con le leggi dell’inconscio vuol dire conoscere il modo di rappresentazione mentale dell’essere umano. Coevo di Freud e, immagino,  lettore di Nietzsche, Kubin fu certamente ispirato dalla nascente psicanalisi e dalle ultime opere del grande “immoralista” tedesco (La gaia scienza e Al di là del bene e del male, in particolare). Proprio Nietzsche fu il primo ad argomentare sulla potenza dell’inconscio, sulla capacità di poterne convertire i mostri in energia (dionisiaca), in flusso d’idee e di pensiero. Kubin crea i suoi personaggi attingendo proprio da questa fonte, che al momento dello scritto doveva essere certamente fervida di energia.

L’apocalittico finale, già vagamente accennato, potrà lasciar interdetto qualche lettore di storie dall’iter consueto. In realtà non vi è nessuna spiegazione immediata, nessun mostro o assassino da scovare, nessuna motivazione razionale sulla costruzione, la vita, la decadenza e la morte del Regno del Sogno. Patera, come detto, resta un’immagine suggestionante, ma pur sempre un’immagine. Cosa rappresenta Patera? Cosa scopre, realmente, cercando nei meandri di Perla il disegnatore (Kubin)? È bene affidarsi alle parole conclusive del romanzo: “Pensavo alla mia morte come a una gioia grandissima, celeste, come all’inizio di una eterna notte nuziale. Come tutto si rivolta contro di lei, e come sono buone le sue intuizioni! In ogni volto cercavo ansiosamente i suoi segni, nelle pieghe e nelle rughe della vecchiaia scoprivo i suoi baci. Sempre nuova mi appariva; e come erano squisiti i suoi colori! I suoi sguardi risplendevano così seducenti che i più forti dovevano cedere, e allora lei gettava la sua maschera e senza mantello il morente la vedeva circondata da diamanti, nei riflessi di mille sfaccettature. Più tardi, quando osai rientrare nella vita, scoprii che la mia dea regnava solo a metà. Divideva le cose più grandi e le più piccole con un antagonista, che voleva la vita. Le forze di attrazione e di repulsione, i poli della terra con le loro correnti, l’alternarsi delle stagioni, il giorno e la notte, il bianco e il nero, non sono che l’espressione di una lotta. Il vero inferno consiste nel fatto che questo doppio gioco contraddittorio si prolunga in noi. L’amore stesso ha il suo centro di gravità “inter feces et urinas”. I momenti più alti possono soggiacere al ridicolo, allo scherno, all’ironia”.

“Il Demiurgo è un ibrido”

Così conclude Kubin. L’antagonista è in noi: ci sono il bene e il male, la vita e la morte, la realtà e il sogno. Gli opposti sono l’espressione della lotta. Una lotta interiore, nell’inconscio, che si concretizza in azioni esteriori che disegnano un sottilissimo confine tra la gloria e il ridicolo, tra l’essenziale e l’effimero. E il Demiurgo, nell’antica idea platonica l’artigiano divino, colui che plasma la materia informe (la Cora), è l’intermediario. L’essere che riproduce la forma del mondo delle idee. Come Patera, appunto, e come Kubin in questo romanzo. L’ altra parte cui allude il disegnatore è proprio quella nascosta in noi, dormiente negli abissi della coscienza, che a volte si manifesta.

Alfred Kubin, pertanto, interiorizza le suggestioni della cultura mitteleuropea del suo tempo mescolandole alle proprie. Ne vien fuori questo romanzo unico – non solo perché l’unico dell’autore, evidentemente – che è destinato ad avvincere, sconvolgere e far riflettere. Una narrazione spigliata, corposa, insinuante e mai banale, per un artista – tra i più grandi disegnatori del Novecento – che riesce a sviscerare per intero la sua anima letteraria. Ed è un vero peccato che si sia fermato qui.

Federico Magi, agosto 2005.