Paterson.

Paterson è una città del New Jersey, negli Stati Uniti d’America. È la terza città più popolosa dello stato e, fondata nel 1799, prende il nome da William Paterson.

Paterson è anche il titolo di questo film, l’ultimo di Jim Jarmusch, ambientato proprio in questa località, e che ha per protagonista un uomo che si chiama Paterson.

Paterson è anche il titolo di un’opera del poeta statunitense William Carlos Williams, che nella città ha vissuto e lavorato come medico.

Paterson viene citata anche da Allen Ginsberg, e Sal Paradise, personaggio di Kerouack, è di Paterson. A Paterson ha vissuto un regicida, Gaetano Bresci, che dai dintorni di Prato era emigrato per fare il tessitore negli Stati Uniti, e quale migliore destinazione di quella che veniva chiamata “silk city” poteva trovare. Da Paterson, anarchico qual era, era poi tornato in Italia per uccidere il re e, cosa sconvolgente, per il suo crimine non era stato giustiziato, perché in Italia era stata abolita la pena di morte. A Paterson ha cantato Iggy Pop. Di Paterson era Lou Costello.

A Paterson, Paterson vive con sua moglie Laura (proprio il nome petrarchesco, sì) e il cane Marvin (un bulldog inglese dal notevole piglio attoriale, va detto).

Paterson è autista di bus (e come tutti ricordano, l’attore che lo interpreta di cognome fa Driver, che significa guidatore, e inoltre il suo nome è Adam, sì, proprio come Adamo) tra le vie di Paterson, e la città nel film appare decadente, poco frenetica e abitata, ma è invece la seconda città più densamente abitata di tutti gli Stati Uniti dopo New York (stando a wikipedia). Paterson vede Paterson così, o fa in modo di vederla così, cercando di resistere al tempo (la quarta dimensione), e durante i suoi percorsi in autobus, durante la camminata da casa al deposito veicoli e viceversa, pensa e ripensa a cosa scrivere, mastica col pensiero le parole che scriverà nel suo personale taccuino segreto.

Il suo taccuino segreto non è però segreto per la moglie Laura, che fa parte di una associazione di agricoltori ed è persona volubile, dagli interessi mutevoli, che dipinge e ridipinge continuamente casa, tende, vestiti, tanto che l’abitazione vive e cambia aspetto in qualche particolare ogni giorno, ma sempre in bianco e nero.

Laura spinge Paterson a rendere note le poesie del taccuino segreto, ma Paterson ha quella che si può definire una naturale ritrosia al riguardo e una spiccata riservatezza.

Laura ha tratti mediorientali (l’attrice che la interpreta è infatti iraniana, e se ricordiamo l’antico nome di quello stato, Persia, forse ci viene in mente anche un libro molto famoso, in cui una principessa racconta…), e infatti Paterson, la città, è una città che ha vissuto forti ondate di migrazioni, e questo nel film è piuttosto evidente.

Laura ogni giorno racconta di sé storie diverse, come per non annoiare Paterson, o non annoiare sé stessa. La loro relazione sembra in attesa di qualcosa che non arriva, o forse arriva ma non come chi guarda il film pensa, almeno fino a qualche minuto prima. La loro relazione finisce nelle poesie di Paterson, nel suo taccuino segreto, ma a leggerle, a sentirle (vengono scritte sullo schermo e lette ad alta voce dalla voce di Paterson) chissà .

A Paterson, dove i luoghi che frequenta Paterson non sono mai particolarmente affollati, nemmeno l’autobus, si trovano un sacco di persone che parlano, e spesso parlano di relazioni che hanno con altri esseri umani, quando non parlano proprio della storia di Paterson e dei suoi personaggi famosi.

Paterson cerca di tirare le fila di tutto, ma c’è sempre qualcosa di storto da raddrizzare, qualcosa che si rompe, e cose così. Anche nel bar dove va a bere la birra serale. Poi c’è la panchina su cui sedersi. E c’è un poeta giapponese. Cosa volere di più da un film?