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Capelli struggenti (Marco Saya Edizioni) è la nuova silloge di Franz Krauspenhaar. Forse meglio di qualunque altra (penso in particolare a Biscotti selvaggi e Le belle stagioni, sempre edite da Marco Saya), coglie la misura …

j'Lun, 20 Feb 2017 08:00:33 +0200p(http://www.lankenauta.it/?p=9929eLankenautafCAPELLI STRUGGENTI

Capelli struggenti (Marco Saya Edizioni) è la nuova silloge di Franz Krauspenhaar. Forse meglio di qualunque altra (penso in particolare a Biscotti selvaggi e Le belle stagioni, sempre edite da Marco Saya), coglie la misura stilisticamente ibrida della scrittura di questo autore, perché combina liriche dal taglio narrativo a spunti prosastici densi di intuizioni poetiche.

Il tema di fondo – e il vero Leitmotiv di tutta l’opera letteraria di Krauspenhaar – è la solitudine. Anzi, si può dire che Capelli struggenti sia un’articolata declinazione di questo vocabolo dell’anima, come se la sua forma frammista di poesia fosse un lungo esercizio flessivo, con decine di casi per esprimere ogni sfumatura di funzione logica, o un infinito pentagramma, carico di microtoni atti a fotografare le minime sfumature del mondo di dentro.

Perché per me questo è il senso del titolo: “capelli struggenti” come sottilissime entità emozionali, aghi quasi impercettibili, che suscitano sensazioni estremamente lucide, consapevoli, spietate. Come nella lirica di apertura, “Alla madre”: 

“Mamma io sono già morto
e vorrei approfondire il futuro
ma tu non esserne colpita
sono morto come un foglio
giallo, sotto una biro che non scrive.
Nel nostro profumo di vaniglia
le torte che hai fatto salutano
la nostra storia. Io sono già morto
con la musica troppo alta, l’ozio
delle domeniche e il vento che spira
dalla mia testa china. Non temere,
sono vivo ancora, se ti avvicini.
Se ti avvicini saremo sempre vivi,
il vento saremo noi, contro la musica
del cielo, della nebbia, della pioggia, del sole
e avvicinarsi ai confini, senza paura.”

Franz Krauspenhaar è un onesto realista esistenziale, un cronista del flusso ininterrotto che collega gli inferni dell’interiorità allo sprawl metropolitano, in senso tanto fisico quanto metaforico. Lo vediamo ne “La pastura del niente”:

“Farsi le canne col sentimento
del ti voglio bene, la pastura
del niente. A noi rode e scuote la bile
del sentimentalismo inospitale.
Cerca il viaggio fondamentale,
spaziale, controverso. Non scrivere più
parole, ma colori. Ascolta la voce
del passato sotto le ruote di un camion
rotto. Cuoci le uova dentro canne di fucile e sbatti i panni sulla faccia smunta del re prima che si frigga il tempura, e uova affiorino da un sogno, sulla tua morte per affogamento.”

Il poeta non distoglie lo sguardo, lascia che la ferita bruci fino in fondo. E – aggiungo – sa, quasi suo malgrado, che tutto questo serve, se non per salvarsi, per capire e così riscattarsi, conquistando un imprescindibile minimo sindacale di serenità esistenziale. Senza questo moto di regressio ad unum – dove l’uno è l’essere solo e perciò capace di dire “io sono” – nessuna rinascita sarebbe possibile. È necessario, prima, attivare una dinamica di azzeramento degli orpelli e delle illusioni, come leggiamo ne “L’inefficacia delle ore”:

“Questo tempo è una
tomba di cemento
illuminata dal sole.
L’inefficacia delle ore
mi pare un cielo grigio
che sale su una scala;
ora si perde, ora sfugge
per sempre, in un buco
infinito, un buco di eroina
sul cavalcavia di una notte,
persa nel buio corroso
di una padella sporca
che ha fritto pentimenti,
solo pentimenti.”

Compiuta questa presa di coscienza, forse le ore potranno tornare a essere ricche e produttive, perché – come dicono gli ultimi versi de “La solitudine” –

“(…) L’amore non esiste
anche se è sostantivo, amare invece si può, è verbo, si spiega come un ventaglio,
è sostanza di ogni gusto possibile, è un fare nel giorno, e nella notte.”

L’orizzonte di una palingenesi, dunque, sta nel fare, una dimensione reattiva e creativa che contraddice la morte, il pensiero – respinto più volte – del suicidio e le ombre di dolori passati – qui pare di sentire un’eco dei romanzi di Krauspenhaar Era mio padre (Fazi Editore) e Grandi momenti (Neo Edizioni).

Questo accordo musicale minore ha perciò insito in sé anche un riflesso di luce. Ma è una luce che si disperde in miriadi di micro-particelle fotoniche, ubique e indeterminate, ora massa, ora onda, che fanno tutt’uno con i sapori del cibo materno, gli odori del caldo estivo e la cappa di grigio della città-universo dell’autore – una Milano che, anche quando non viene nominata, è sempre , sempre dentro. Milano è l’archetipo di cui il poeta ha bisogno di liberarsi. E nella sua poesia riesce a trascenderlo. Come nell’inizio di “Complimenti su misura”:

“Un’icona del mattino, ormai una specie
di Buongiorno Italia, dallo schermo
i cani ronzano sulla strada, e lepri
fuggono al diporto, alla disperazione
e l’io ti amo su un sasso, nel pic nic
delle ultime parole, tra Monza e la Brianza.”

È questa la quintessenza di quello che continuo a considerare uno dei migliori scrittori italiani.

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