Deep Purple

Concerto for Group and Orchestra

Pubblicato il: 28 marzo 2008

“Quando due mondi si incontrano” diceva, con una buona dose di enfasi, la locandina del concerto avvenuto il 24 settembre 1969 alla Royal Albert Hall di Londra: protagonisti dell’evento furono l’allora giovane band dei Deep Purple e la Royal Philarmonic Orchestra diretta da Sir Malcom Arnold. Una collaborazione pionieristica tra mondi apparentemente, ma solo apparentemente, molto lontani che peraltro non rimase isolata e che negli anni a venire fu motivo ed esempio per altre sperimentazioni musicali, sia da parte degli stessi Deep Purple che di altre band rock.
Artefice dell’operazione fu Jon Lord, organista di formazione classica che non a caso, come al termine di un coerente percorso artistico, in anni recenti si è dedicato a composizioni come “Beyond The Note”.

I Deep Purple nel 1969, e in particolare al momento del concerto alla Royal Albert Hall, erano costituiti da Jon Lord, Ritchie Blackmore, Ian Paice, Roger Glover, Ian Gillan, la cosiddetta “formazione classica” del “Mark II”, la più lunga parentesi di una band altrimenti, prima del ’69 e dopo il ’73, in perenne in trasformazione.
Sir Malcom Arnold, il direttore d’orchestra – inutile sottolinearlo – di formazione rigorosamente accademica, era noto per essere stato prolifico compositore di colonne sonore e musica sinfonica.
Incontro sui generis senza dubbio, sottolineato, anche visivamente, dalle immagini contenute negli album, con la band di giovani capelloni che si accompagna ad un divertito e pingue Malcom Arnold.
Ma “sui generis” non vuol dire affatto totale incompatibilità musicale tra accademia e rock, ed in particolare “rock duro”. Al di là della riuscita dell’esperimento di Arnold e dei Deep Purple, spesso le perplessità e stupori che si manifestano in merito all’accostamento dei due generi musicali, rispecchiano semmai gli umori e i pregiudizi dei puristi rock e dei puristi accademici, piuttosto che un’analisi puntuale e consapevole sull’opera frutto della “fusion”.
L’ascolto dei due CD, registrazione fedele del concerto presso la Royal Albert Hall, potrà forse sfatare una buona dose di luoghi comuni. E’ vero che la musica dei Deep Purple del 1969 ancora non rispecchiava del tutto sonorità “hard” o “heavy metal”, ma piuttosto si caratterizzava per influssi jazz ed addirittura country; comunque niente di facilmente assimilabile ad una orchestra sinfonica, almeno nel sentire comune. Prima di scatenarsi con opera composta da Jon Lord, ed oggetto misterioso della serata, la band si produsse nelle interpretazioni di tre brani più ortodossi e facenti parte del loro repertorio.
Questa in dettaglio la sequenza presente nei due CD:

CD I:
1. Intro
2. Deep Purple – Hush (Joe South)
3. Deep Purple – Wring That Neck (Blackmore/Lord/Simper/Paice)
4. Deep Purple – Child In Time (Blackmore/Gillan/Glover/Lord/Paice)

CD II : Concerto For Group & Orchestra (Lord)
1. Moderato – Allegro
2. Andante
3. Vivace – Presto
4. bis dal terzo movimento

“Hush”, cover tratta dall’omonima canzone di Joe South, probabilmente il primo grande successo dei Deep Purple, apre il concerto, cui segue “Wring That Neck”, brano strumentale che ci regala energici assoli di Blackmore e Lord in stile jazz ed addirittura country.
E per concludere la parte più propriamente rock una versione di “Child In Time”, dove possiamo ascoltare il giovane Ian Gillan prodursi in un interpretazione forse meno urlata e belluina rispetto ad altre ascoltate negli anni successivi, come quella del ’72 in “Made in Japan”: i famosi acuti lamentosi e chiarissimi qui si mostrano più come un falsetto meno sparato ed aggressivo del consueto.
Certo è che il cantante, falsetto o non falsetto, impostato o meno, doveva possedere una tecnica di tutto rispetto: qualsiasi altro interprete, senza un’adeguata preparazione, dopo aver lanciato le urla lamentose di “Child In Time”, dopo poco si ritroverebbe il gargarozzo infestato da grovigli di polipi.
A seguire il concerto composto da Jon Lord.

Fin dal primo movimento la compagine diretta dal volenteroso Malcom Arnold e gruppo rock dialogano senza troppo sovrapporsi: il che potrebbe dare l’idea di una sorta di concerto grosso attualizzato, dove però la parte riservata all’orchestra, e alla sezione degli ottoni in particolare, appare predominante.
Il primo movimento si apre con una lenta introduzione affidata al clarinetto, ma presto l’orchestra dominata dai corni lascia spazio alla band e in particolare a Blackmore che per due volte si produce nelle cadenze rock più impegnative di tutto il concerto.
Il secondo movimento, andante, ripropone come protagonisti flauti e corni e poi la parte propriamente rock con l’intervento cantato di un compostissimo Ian Gillan e di Lord alle tastiere.
Il terzo e forse più famoso movimento, vivace presto, si apre con dei sonori accordi ad opera ancora una volta degli ottoni, per poi cedere, su un 6/8, il palcoscenico alla batteria, al basso, alla chitarra, e a tutta la band in stretto dialogo con i corni, le percussioni e ad un sonoro ostinato di archi; che si chiude bruscamente al termine di un crescendo non poco ampolloso.
Mentre nel lontano1969, il concerto per gruppo e orchestra è probabile sia stato vissuto veramente come un qualcosa di pionieristico ed inconsueto, riascoltando oggi la registrazione, a distanza di quaranta anni, l’impressione è diversa: niente di particolarmente eclatante ed anomalo se solo pensiamo a gran parte delle più recenti colonne sonore di kolossal e ai compositori di formazione accademica tutt’altro che digiuni di musica rock.

Inoltre il concerto dei Deep Purple conferma la sensazione che, malgrado le chiare differenze esistenti tra i fans dei diversi generi in relazione alla fruizione d’ascolto, alla cultura musicale di base, dal lato realmente attivo della composizione, quello dei musicisti, le presunte incompatibilità non siano poi così presenti.
Una partitura rock di ampio respiro, che non si concluda in pochi minuti, che non si limiti ad un singolo motivetto dispensato ad uso di orecchie pigre e con una soglia di attenzione limitata nel tempo, non appare affatto in contraddizione con una composizione sinfonica caratterizzata anch’essa da misurate dissonanze, cambiamenti tematici e soprattutto di ritmo. Allo stesso modo in “The Concert for Group & Orchestra” la magniloquenza del suono emanato dalla compagine orchestrale l’ascoltiamo come un contraltare tutt’altro che incoerente rispetto all’energico (ed amplificato) quintetto di musicisti rock.
Sarà stata l’emozione o l’ancora scarso rodaggio, ma non mi pare che la registrazione live del ’69 possa essere annoverata tra le prove più brillanti della band, sia in termini di suono che di tecnica individuale; almeno se vogliamo confrontarla con altre registrazioni “live” che seguirono pochi anni dopo.
Ripeto: il pensiero va a “Made in Japan” e a “Made in Europe” e allora veramente non c’è storia.

E’ azzardato gridare al capolavoro, ma altrettanto ingiustificata appare, come appariva quarant’anni fa, l’indifferenza, se non la diffidenza della critica e di coloro che hanno visto, in questo incontro tra una band dal promettente futuro e una prestigiosa orchestra sinfonica, una sorta di lesione della purezza del rock ribelle e giovanile; oppure di coloro che al contrario, dal lato accademico, vi hanno visto una furba operazione commerciale; come se accostarsi ad un genere “colto” significhi comunque un poco onorevole pedaggio pagato per sentirsi legittimati come grandi musicisti. Non sono questioni che debbano interessare più di tanto gli appassionati di musica, almeno quelli sufficientemente informati per non dispensare pregiudizi: capolavoro o meno, l’essere gratificati dall’ascolto dei Deep Purple insieme alla Royal Philarmonic Orchestra è l’unica cosa che conta.
Oltretutto, pur con tutti i limiti sopra esposti, il concerto, fortemente voluto da Lord, ha poco o nulla a che spartire con recenti iniziative, queste sì autenticamente commerciali e di dubbio gusto, dove interpreti pop e lirici si sono incontrati per reinterpretare, rovinandoli, noti brani del repertorio popolare e lirico.
Qui siamo in presenza di un concerto scritto apposta per l’occasione, frutto di un impegno non indifferente, e dove la genuinità e l’entusiasmo dimostrato dovrebbero mettere a tacere, almeno in parte, le perplessità di chi a priori poteva dubitare di un risultato artistico degno di questo nome.

Edizione esaminata e brevi note

Registrazione dal vivo del 24 settembre 1969 – The Royal Albert Hall di Londra

Deep Purple: Jon Lord – organo
Ritchie Blackmore – chitarra
Ian Paice – batteria
Roger Glover – basso
Ian Gillan – voce

The Royal Philarmonic Orchestra diretta da Sir Malcom Arnold

Deep Purple – Concerto For Group And Orchestra – 2 CD 07243 541006 2 8

Luca Menichetti. Lankelot, marzo 2007
Recensione già pubblicata su ciao.it il 27 marzo 2008 e qui parzialmente modificata.