Sokurov Alexandr

Faust

Pubblicato il: 8 novembre 2011

Tratto liberamente dal celebre poema di Goethe, Faust di Sokurov, vincitore senza discussioni all’ultimo Festival di Venezia, è – a detta del regista, che ci tiene a segnalarlo subito nei titoli di testa – l’ultimo tassello di quella che ha definito la tetralogia del potere. Cominciata con Moloch (1999) e proseguita con Taurus (2000) e Il sole (2005), la tetralogia si chiude, invece che con un personaggio vissuto realmente, con uno letterario talmente noto anche al di fuori dalla ristretta cerchia degli appassionati da non avere bisogno di presentazioni. Se Moloch, Taurus e Il sole ci presentavano aspetti meno indagati, soprattutto dalla settima arte, delle vite sulla ribalta di Adolf Hitler, Vladimir Lenin e dell’Imperatore Hiroito, Faust, nelle intenzioni del regista russo, è il soggetto letterario per eccellenza che dimostrerebbe la brama di potere, la sete di conoscenza oltre la ragione, la tensione verso un assoluto deteriore da parte dell’uomo moderno, quella che attraverso le ideologie di massa avrebbe innescato due tragici conflitti mondiali e un numero sempre crescente di “guerre democratiche” e imperialiste.

Volendolo riassumere ai pochi che non lo conoscono, il monumentale poema di Goethe può essere definito, in estrema sintesi,  come la cronaca dei tormenti, permessi da Dio stesso, cui è sottoposto il giovane medico-teologo Faust. Faust è un uomo buono, ma brama piacere e conoscenza, cosicché Mefistofele gli fa conoscere la giovane Margarete, della quale il medico si innamora perdutamente tanto da vendere l’anima al demonio. Il romanzo di Goethe è molto più complesso, evidentemente, sia a livello tematico che strutturale, ma questo è il canovaccio che usa lo stesso Sokurov per mettere in immagini il suo Faust (Faust. Prima parte), attingendo quasi esclusivamente al secondo dei tre volumi di cui si compone  l’opera. Ma lo spunto goethiano è solo una suggestione, perché il regista russo, forse in un suo personale delirio d’onnipotenza (avvicinabile a quella che aveva fotografato nella trilogia umana tutta umana) decide di riscrivere il Faust non curandosi quasi per nulla del testo letterario di riferimento. Sokurov è anche coraggioso, non c’è che dire, perché costruisce un film iperdialogato, d’impianto e recitazione teatrale e letterario ai limiti dell’ossessione. In particolare i dialoghi, davvero difficili da seguire per i non avvezzi al genere, sono un fiume in piena rovesciato fin dalle prime sequenze su uno spettatore forse già temprato, trattandosi di Sokurov, ma sicuramente bisognoso di tanta attenzione e non poche armi filosofico-concettuali per penetrare la complicata materia. Anche a livello visivo la pellicola non sceglie la via della leggerezza, puntando su una fotografia – peraltro rimarchevole dal punto di vista tecnico – sovente desaturata e dai colori depressi tendenti a un verde (smorto) che evoca tutto fuorché speranza.

L’umanità filmata da Sokurov, che ambienta il suo Faust più o meno a cavallo tra Settecento e Ottocento, è davvero brutta, povera, desolata, gretta e infinitamente piccola, tratto che la macchina da presa evidenzia in più momenti, quasi compiaciuta dai piccoli orrori che sta filmando. Nessuno slancio di passione reale, tanto che lo stesso Faust ci appare come il più miserrimo possibile portato sullo schermo o descritto dalla letteratura contemporanea. A ben guardare, proprio l’idea opposta rispetto a Goethe (“Sappi rianimare il me la forza dell’odio, il potere dell’amore”), o di un grande suo conterraneo come Dostoevskij (“la bellezza salverà il mondo”). Tutto ciò non sembra affatto casuale, perché più scorre la pellicola più ci accorgiamo che il rapporto transtemporale tra Sokurov e Goethe è davvero problematico. Come due dei personaggi indagati nella tetralogia, anche Sokurov è costretto al confronto ravvicinato con un letterato che con i suoi scritti ha cambiato non solo la letteratura, ma gli ideali (o sarebbe meglio dire le ideologie), i costumi, le passioni e anche la scienza moderna. Nel maneggiare Goethe, però, Sokurov è più vicino ai sentimenti di Hitler che a quelli del più prossimo – non solo geograficamente – Lenin, che al contrario del capo del Nazionalsocialismo e dello stesso regista russo amava il letterato tedesco con grande trasporto e passione. Sokurov invece non lo sopporta, come non lo sopportava Hitler (che voleva cancellare i suoi scritti ma fu costretto a desistere, visto cosa rappresentava Goethe per la Germania nel mondo), ed è evidente dalla rappresentazione proposta, nella quale dello spirito di Goethe c’è davvero poco o nulla.  Tanto che viene il sospetto che Sokurov volesse demolire il Faust per scriverci sopra una nuova storia fatta di personalissime ossessioni visive e letterarie.

Il regista russo, mai come in questo caso, costruisce un testo sul testo, si serve di Goethe per evocare i suoi fantasmi e filosofeggiare sull’esistenza, manifestando lontananza dai simboli sacri, sia in terra  (preti laidi  e corrotti) che nelle altre possibili dimensioni (l’inferno del Faust è vuoto e solitudine, e delirio d’onnipotenza). I riferimenti artistici e  cinematografici vanno cercati negli anni dell’espressionismo, tra le opere di Murnau e Lang ma anche nell’immaginario mitologico tedesco, lingua con cui è stata girata la pellicola. A guardarlo bene, il film di Sokurov non ha nulla a che spartire né esteticamente, né come forma di linguaggio, né tutto sommato concettualmente (il potere? Ma quale opera non parla di rapporti di potere?) con Moloch, Taurus e Il Sole, opere che, a conti fatti, si possono preferire a questo epilogo di cui Venezia (o meglio, i suoi giurati) s’è innamorata perdutamente fino concedergli il massimo riconoscimento della Mostra. La sensazione di fondo, entrando proprio nei temi evocati o proposti da Alexandr Sokurov, è che il suo Faust sia più che un esercizio di stile, che sia un modo per esercitare il suo potere, quello della creazione artistica: un’opera coraggiosa ed estenuante, controversa e disturbante. Un lungometraggio che sicuramente solletica la curiosità di cinefili e letterati. Il consiglio è il seguente: siate svegli e ben disposti se scegliete questa visione che sfida la noia in modo inusuale e un po’ bizzarro, decisamente temerario.

Federico Magi, novembre 2011.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Alexandr Sokurov. Soggetto: tratto dal poema omonimo di Johann Wolfgang Goethe. Sceneggiatura: Alexandr Sokurov, Marina Koreneva. Fotografia: Bruno Delbonnel. Montaggio: Jorg Hauschild. Interpreti principali: Johannes Zeiler, Anton Adasinsky, Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Hanna Schygulla, Antje Lewald, Florian  Bruckner, Sigurour Skulason, Joel Kirby, Eva-Maria Kurz. Scenografia: Yelena Zhukova. Costumi: Lidia Krukova. Musica originale: Andrey Sigle. Produzione: Andrey Sigle per Proline Film. Origine: Russia, 2011. Durata: 134 minuti.