Del Monaco Mario

Decca recitals 1952-1969

Pubblicato il: 2 ottobre 2011

Operazioni come quelle della Decca e del suo cofanetto “Original Masters” non sempre permettono di farsi un’idea compiuta delle qualità, o dei difetti, dell’artista dedicatario del CD: la selezione non è ragionata ma è semplicemente presa pari pari dall’archivio della casa discografica e quindi risulta non più di una legittima ed a volte apprezzabile operazione commerciale. Rappresentano semmai delle eccellenti occasioni per rimpinguare la propria discoteca con un prodotto a basso prezzo, sufficientemente ricco di notazioni e nemmeno disprezzabile quanto a confezione.
Una raccolta dove, accanto ai consueti cavalli di battaglia di ogni tenore che si rispetti, e purtroppo ascoltati fino allo sfinimento, troviamo qualche brano poco frequentato: magari niente di rilevante dal punto di vista artistico, ma sappiamo bene che il collezionista e l’appassionato trova motivazione anche, e talvolta soprattutto, nell’ascolto delle rarità.
Questa l’ampia panoramica di arie e canzoni presente in “Decca recitals”:

CD 1 (80.13) *
Arie da: La Forza del Destino – Luisa Miller – Macbeth – Rigoletto – La Traviata – La Boheme – La fanciulla del West – Manon Lescaut – Il Tabarro – Tosca – Turandot – Pagliacci – Andrea Chenier – La Gioconda – La Juive – Loreley – Norma;

CD 2 (70.16) **
Popular Italian Songs.
Arie da: Un Ballo in Maschera – Ernani – Madame Butterfly – L’Africana – Carmen – Le Cid – Fedora – Giulietta e Romeo – Lucia di Lammemoor – La Wally – Lohengrin;

CD 3 (59.25) ***
Italian, Spanish and English popular songs
(include “Ciao ciao bambina” e “The White Dove”);

CD 4 (80.24) ****
Arie da: Gianni Schicchi – Lohengrin – Die Walkure – L’Arlesiana – La Boheme (Leoncavallo) _ Francesca da Rimini – Isabeau – Alzira – Aroldo – Un Ballo in Maschera – I Due Foscari – I Lombardi – Luisa Miller – Macbeth – I Masnadieri – La Traviata;

CD 5 (58.04) *****
Sacred Songs – Neapolitans Songs.

* : – Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia diretta da Alberto Erede (agosto 1952);
– Studio Orchestra diretta da Franco Ghione (gennaio 1954);
– Orchestra dell’ Accademia di Santa Cecilia diretta da Alberto Erede (luglio 1955);

** : – Studio Orchestra diretta da Ernesto Nicelli (ottobre 1954);
– New Symphony Orchestra Of London diretta da Alberto Erede (febbraio 1956);
– Orchestra dell’ Accademia di Santa Cecilia diretta da Alberto Erede (luglio 1955);

*** : – Studio Orchestra diretta da Ernesto Nicelli (agosto 1958);
– Mantovani & His Orchestra (settembre 1962);

**** : – Orchestra dell’ Accademia di Santa Cecilia diretta da Carlo Franci (giugno – luglio 1964);
– Orchestre National De L’Opera De Monte-Carlo diretta da Carlo Rescigno (aprilo 1969);

***** : – con l’organista Brian Runnet (settembre 1965);
– Studio Orchestra diretta da Ernesto Nicelli (luglio 1960).

 

Per essere ancor più preciso vi posso ricordare le interpretazioni di “”Quando a golden”, “Rachel, quand du Seigneur la grace tutelair”, “Recondita armonia”, “Non piangere Liù”, ” Meco all’altar di Venere”, “Nessun Dorma”, ” Nel verde maggio”, “Dal più remoto esilio”, ” Firenze è come un albero fiorito”, ” Pietà, Signore” e di “In fernem Land” dal “Lohengrin” presente nella versione del 1955 ed in quella del 1964.
Seguono altri 84 tracks, tra romanze operistiche, canzoni napoletane, arie sacre celeberrime, ed altri poco frequentati come quelli tratti dal Verdi “di galera” (Masnadieri e Alzira), incisi dal nostro tenore ben prima dell’integrale di Bergonzi.
Può colpire semmai l’assenza di brani tratti dall’Otello, suo assoluto cavallo di battaglia (interpretato 427 volte sul palcoscenico): una scelta in fondo anche comprensibile se si pensa che tutte queste registrazioni sono tratte da recitals incisi in studio, dove probabilmente il titolo verdiano poco si prestava ad artificiose dissezioni.
Proprio lo strumento dei recitals, peraltro registrati con eccellenti risultati tecnici, in mancanza della prova del nove propria del “live”, ci rende meno agevole un’analisi del cantante Del Monaco, dagli anni dei trionfi al suo crepuscolo. Del Monaco, nato a Firenze nel 1915 da padre napoletano e madre fiorentina, è stato considerato in qualche modo l’ultimo epigono di Caruso, o forse con più precisione, di Francesco Tamagno, il prototipo del tenore “robusto” o “di forza”
In possesso di una vocalità già potente in natura, la carriera del cantante è stata costruita proprio valorizzando questo suo inimitabile strumento, con approccio da autodidatta. Dopo l’esordio nel 1941 come Pinkerton nella Madame Butterfly, si poteva pensare ad un Mario del Monaco nelle vesti di tenore lirico puro (in repertorio aveva Lucia, Rigoletto, Tosca, Bohème), ma presto fece la sua scelta di lirico spinto e drammatico con Aida, Pagliacci, Sansone e Dalila, Otello, Trovatore: la note centrali furono irrobustite, malgrado il rischio di qualche svarione nella dizione (anche nel nostro disco possiamo cogliere qualche vocale un po’ distorta), gli acuti si confermarono di una potenza impressionante. Da qui i pregi e quei difetti che la critica, a differenza dei suoi numerosi fans, non gli ha mai perdonato: un fraseggio tendenzialmente declamatorio, incisivo ma a volte fin troppo plateale e tribunizio nel suo canto impostato quasi sempre sul “forte”, poco a suo agio nelle mezzevoci.

“Decca recitals”, nonostante la difficoltà nel cogliere le prob,abili defaillances di potenza vocale da parte del nostro tenore, giunto alle soglie degli anni ’70, è un documento che quanto meno riesce a mostrarci Del Monaco nella sua ampia gamma di pregi e difetti.
Pregi che da un lato possono apparire difetti e viceversa: contraddizioni di una vocalità unica e che, malgrado il condivisibile adagio “il cantante ha bisogno anche della voce”, ci porta fin troppo ad analisi degne di vociomani piuttosto che di rigorosi critici musicali.
Una vocalità “unica” nel senso che gli epigoni, ingrossando in modo innaturale i suoni, forzando l’emissione, ottennero effimeri successi e declinarono rapidamente: soltanto Del Monaco, col suo apparato respiratorio, le sue corde vocali e il suo diaframma d’acciaio, ha potuto cantare in quel modo per tanti anni.
E’ vero che già alla metà degli anni ’60 Del Monaco probabilmente non era più il cantante degli esordi, dove già i più attenti e meno indulgenti ascoltatori potevano cogliere una certa usura e forse anche una potenza meno travolgente (alcuni hanno parlato di un “rimpicciolimento”), ma ascoltando delle registrazioni in studio come queste di “Decca recitals”, come già detto, non risulta agevole cogliere il suo declino. Rispetto al 1952, l’ultimo Del Monaco, a tendere bene l’orecchio, ci mostra una vocalità forse meno fluente, meno morbida, ma non come ci si poteva immaginare dopo quanto di negativo e tranciante avevano scritto tanti intellettuali e musicologi sul nostro tenore, declinante e, a loro dire, sempre più volgare ed esibizionista. Le critiche rivolte a Del Monaco vocalista e interprete, se pure possono avere un loro fondamento quando si parla di melodramma, tanto più ce l’hanno quando il nostro tenore si avventura nel campo più strettamente leggero e popolare: quello della “canzonetta”, per usare un termine tendenzialmente perfido, usato ed abusato dai più severi critici dell’Accademia.
Come abbiamo già anticipato in “Decca recitals” possiamo ascoltare canzoni come “Be my love”, “Tonight”, Musica proibita”, Love’s last word is spoken”, “‘Na sera ‘e maggio”, “Trobadorica”, “Tu, ca nun chiagne”, “Granada”, “Autunno”, “Vurria”, “Serenata” (dal “Principe studente”) e “Ciao ciao bambina” (Modugno), “The White Dove”, che per la prima volta appaiono in CD: quando canta Del Monaco, trovano terreno fertile le considerazioni riguardo il gusto e l’opportunità di un’interpretazione tenorile applicata al pop.

Per fortuna gli anni ’60 sono ben lontani dai discutubilissimi concertoni nazional-popolari del trio di Caracalla, imbastiti dal peggior pavarottismo in danno di un pubblico permeabile alle più turpi operazioni mediatiche, ma anche in questo caso è lecito esprimere perplessità.
Critiche che nel caso di Del Monaco non riguardano tanto la scelta delle canzoni o delle collaborazioni artistiche, quanto il modo di proporsi in brani originariamente interpretati ed ideati per voci non impostate; mentre il nostro tenore, fedele alla sua voce “potente come tre altoparlanti”, non si fa troppe remore nello sfoggiare il suo tonnellaggio da schiacciasassi nell’interpretare canzoncine ine ine, melodiche e un po’sdolcinate: come se Undertaker vi si proponesse per un massaggio shiatzu.

Niente di nuovo del resto: i fans del tenore ricorderanno sicuramente una delle sue ultime incisioni, quel famoso disco nato con la collaborazione del compositore e arrangiatore Detto Mariano, dove Del Monaco, pur declinante e condizionato da quei problemi di salute che da lì a poco lo porteranno alla morte, interpretava, con spirito a dir poco eroico e potente, classici come “Un amore così grande” (canzone che diede titolo all’album), “Il mio primo angelo”, “Cavalieri del cielo”, “Via del giglio 43”. E’ vero che interpretazioni così eterodosse prestano il fianco appunto ad inevitabili e comprensibili critiche, ma è altrettanto vero che, di fronte ad un pubblico spesso aprioristicamente poco incline ad apprezzare musiche che facciano solo pensare ad un qualcosa di retrò, un Del Monaco tutt’altro che svenevole amoroso ma piuttosto cantante che, nella sua aggressività e potenza vocale, si mostra semmai nelle vesti di impavido combattente, contribuisce non poco a preservare l’ascoltatore dalla tanto temuta overdose di zuccheri.
Per quanto riguarda i direttori e le orchestre che lo hanno accompagnato in queste sue performances dal 1952 al 1969, c’è poco da dire: niente che mi abbia particolarmente colpito in positivo o in negativo; tutti, a partire dal fido Alberto Erede, sono funzionali al loro compito e non lasciano traccia nella memoria di chi ascolta.
Anche in questo “Decca recitals” ritroviamo il Del Monaco che in fondo ci è sempre piaciuto: un canto pieno e generoso, a detta di alcuni fin troppo nel suo stereotipo di tenore virile e dalla voce sconfinata.

Edizione esaminata e brevi note

Mario Del Monaco (Firenze, 27 luglio 1915 – Mestre, 16 ottobre 1982), tenore italiano.

http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Del_Monaco

http://www.mariodelmonaco.net/

Mario Del Monaco – Decca recitals 1952-1969 – Original Masters – 475 7269 (5 CD)

Luca Menichetti. Lankelot, ottobre 2011

Recensione già pubblicata su ciao.it il 24 marzo 2007 e qui modificata