Hartman Johnny

Waltz for Debby

Pubblicato il: 27 luglio 2008

Ci voleva il vecchio Callaghan Clint Eastwood, la cui competenza nel campo del jazz è nota e certificata, per dissotterrare dalle nebbie dell’anonimato Johnny Hartman: qualcuno di voi ricorderà “I Ponti di Madison Country”, dove a fare da colonna sonora alle paturnie amorose dei due frollati, c’era proprio il nostro cantante di colore.
Un omaggio postumo (Hartman era morto 12 anni prima l’uscita del film) che in parte ha compensato quella colpevole indifferenza dei media e delle case discografiche, tale da farne un artista apprezzato solo da un ristretto numero di cultori della musica black.
Non è facile conoscere la vita e la carriera di Hartman, almeno qui in Italia: provate a consultare qualche enciclopedia o monografia jazz e, se vi va bene, su di lui troverete giusto qualche riga; nulla di più.

Omissioni poco comprensibili, visto (ed ascoltato) il personaggio.
Nato a Chicago nel 1923, Maurice Hartman (poi Johnny H.), dopo esperienze corali e la frequentazione della High School, ebbe il primo autentico contatto professionale con la musica grazie ad una borsa di studio che lo portò a studiare canto presso l’Università di Chicago.
Terminata la parentesi nell’esercito (era periodo bellico, nei primi anni ’40), il passo successivo fu quello di vincere un concorso organizzato da Earl Hines.
Una carriera che prometteva molto bene se pensiamo ai suoi incontri professionali con Dizzy Gillespie ed Erroll Garner; collaborazioni che terminarono alla fine degli anni’40; dopodiché Hartman proseguì incidendo album da solista, notevoli a detta della critica, ma forse non supportato da artisti di particolare fama.
Un ritorno ad alti livelli quando nel 1963, su iniziativa di Bob Thiele, il trio di Coltrane lo volle per incidere alcune “ballades”: una sessione molto breve (32 minuti) che, oltre al grande sassofonista, vedeva Hartman, accompagnato da McCoy Tyner al piano, Elvin Jones alla batteria, Jimmy Garrison al basso, interpretare Lush life”, “You are too beautiful”, “They say it’s Wonderful”, “Dedicated to you” ed altri classici.
La metà degli anni ’60 non era però un periodo favorevole per un cantante come lui: il gusto popolare si stava orientando sempre più verso il rock e di conseguenza, dal punto di vista commerciale, non poteva più aspirare ai primi posti in classifica.
Volle rimanere fedele al suo stile e preferì continuare la propria attività all’estero dove la sua musica poteva essere maggiormente apprezzata: si ricordano i suoi album incisi in Giappone, in Australia e nel 1967 un contributo in onore di Coltrane, da poco scomparso.
La carriera proseguì senza sussulti, come si conviene ad una sorta di artista di nicchia, amato e conosciuto dal ristretto numero di esperti jazzofili.
Il Cd della Emarcy, che qui vi segnalo, rappresenta un’eccellente sintesi della personalità artistica di Johnny Hartman:

1) They Say It’s Wonderful (Irving Berlin) 5:17
2) Dedicated To You (Sammy Cahn – Saul Chaplin – Hy Zaret) 5.30
3) Lush Life (Billy Strayhorn) 5:27
4) You Are Too Beatiful (Richard Rodgers – Lorenz Hart) 5:33
5) In The Small Hours Of The Morning (David Mann – Bob Hilliard) 2:44
6) Don’t You Know I care (Duke Ellington – Mack David) 4:09
7) If I’m Lucky (Eddie DeLange – Josef Myrov) 2:48
8) I Just Dropped By To Say Hello (Sid Feller – Rick Ward) 4:03
9) How Sweet Is To Be In Love (Daniel DiMinno – George Cardini) 2:19
10) My Ship (Ira Gershwin – Kurt Weil) 3:07
11) The More I See You (Harry Warren – Mack Gordon) 2:28
12) These Foolish Things (Jack Sprachey – Hopre Marwell) 4:17
13) Waltz For Debby (Bill Evans – Gene Lees) 3:28
14) Let Me Love You (Bart Howard) 1:47

1),2),3),4): John Coltrane sax tenore, McCoy Tyner piano, Jimmy Garrison contrabbasso, Elvis Jones batteria (1963);
5): Kenny Burrel chitarra, Hank Jones piano, Milt Hinton contrabbasso, Elvin Jones batteria;
6): Illinois Jacquet sax tenore, Hank Jones piano, Milt Hinton contrabbasso, Elvin Jones batteria;
7): Jim Hall chitarra, Hank Jones piano, Milt Hinton contrabbasso, Elvin Jones batteria;
8): Jim Hall chitarra, Hank Jones piano, Milt Hinton contrabbasso, Elvin Jones batteria;
9): Hank Jones piano, Milt Hinton contrabbasso, Elvin Jones batteria;
10),11),12),13): Hank Jones piano, Barry Galbraith chitarra, Richard Davis contrabbasso, Osie Johnson batteria;
14): Dick Hafer flauto, Phil Krauss marimba, Bob Hammer piano/arr, Barry Galbraith e Howard Collins chitarra, Richard Davis contrabbasso, Osie Johnson batteria, Willie Rodriguez percussioni (1964).

Da subito possiamo ascoltare alcuni classici dalla session del 1963, quella che vide protagonista il quartetto di Coltrane.
Gli assoli del sax tenore e l’intervento puntuale dei musicisti ci risparmiano ogni eccesso di romanticismo zuccheroso, che non avrebbero alcun senso in un contesto autenticamente jazz; da parte sua Hartman fa sfoggio della sua notevole voce basso-baritonale, di bel timbro, molto morbida, tale da essere stato definito “l’ultimo grande crooner”, “la quintessenza del cantante romantico”, “in possesso di una voce ipnotica” (n.d.r.:non nel senso di narcolessia).
Definizioni un po’ generiche che non sempre lo inquadrano soltanto come jazzista, ma facente parte di quella folta schiera di artisti approdati nel tempo a vestire i panni di “entertainer”, dal repertorio decisamente più “easy” di quanto nei fatti sia “Waltz for Debby”.
L’interpretazione di Hartman ci dimostra una particolare attenzione al fraseggio, alla pronuncia in perfetta sintonia con i colleghi strumentisti.
Identica sensazione se ascoltiamo gli altri brani, incisi negli stessi anni e sempre con grandi nomi del jazz contemporaneo.
Il rischio di incappare in qualche affettazione e compiacimento nel porsi come cantante dai mormoreggiamenti spermatozoici è presente, ma gli organici ridotti e la caratteristica molto poco “pop” di questa selezione discografica, come nei primi quattro brani con protagonista Coltrane, esaltano le doti sia musicali, sia vocali dell’artista di Chicago: profondità del timbro che non si accompagna ad alcuna artificiosa cavernosità.
Le qualità sui generis di Hartman risaltano bene se confrontiamo il “Lush Life” di Nat King Cole, celeberrimo artista a lui contemporaneo: a fronte di una pur bellissima interpretazione, ma molto “pop”, qui siamo in un contesto che fonde jazz, una formazione strumentale ridotta e una voce ben più scura rispetto il suo più noto collega.
Stesso concetto con “Waltz for Debby”: Bill Evans ovvero il suo tocco raffinato, la sua vena melodica (mediata da solidi studi classici), priva di compiacimento fine a se stesso, pare un autore ideale per l’altrettanto raffinato Hartman.
Il Cd della Emarcy (982 7425 – Universal Music Italia) fa parte di un’ampia collana jazz supereconomica; e, come in quasi tutte le edizioni a prezzo speciale, il booklet è ridotto all’essenziale: due righe in cui si glorificano le doti del cantante, nessuna indicazione biografica o discografica, ma in compenso la descrizione puntuale dell’anno di registrazione e degli interpreti. Da riscoprire.

Edizione esaminata e brevi note

Hartman Johnny, Waltz for Debby, Emarcy (982 7425 – Universal Music Italia)

Recensione pubblicata il 27 ottobre 2005 su ciao.it e qui parzialmente modificata.

Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2008