Lang Fritz

M, il mostro di Dusseldorf

Pubblicato il: 27 maggio 2007

“Scappa scappa monellaccio, se no viene l’uomo nero, col suo lungo coltellaccio, per tagliare a pezzettini… proprio te!”: una macabra ed inconsapevole filastrocca apre la scena, mentre nella città di Dusseldorf, pervasa dalla paura e dal sospetto, l’atmosfera è sempre più plumbea per la presenza di uno spietato violentatore ed assassino di bambine.
La polizia, sotto la guida di Karl Lohmann, non riesce a venirne a capo, malgrado la sostanziosa taglia sul capo del maniaco: vengono setacciati dormitori pubblici, stazioni ferroviarie, quartieri malfamati, si indaga su coloro che sono stati dimessi dai manicomi, ma senza alcun risultato.
Elsie Beckmann, la bambina bionda che cantava la filastrocca, al ritorno da scuola incontra un uomo che fischietta un motivo di Grieg: questi le compra un palloncino e lei lo segue.
Il giorno dopo i giornali riferiscono che è stato compiuto l’ennesimo omicidio.
Un “mostro” braccato non soltanto dalle forze dell’ordine, che ormai sono giunti alla conclusione che l’assassino è spinto ad uccidere da pulsioni incontrollabili, mentre la sua vita quotidiana, apparentemente normale, renderà le ricerche quanto mai complesse: a causa della pervasiva presenza della polizia, delle perquisizioni gli affari della criminalità vanno a rotoli.
E’ per iniziativa di Schränker, il boss dei boss che viene organizzata una riunione della malavita per risolvere il problema; una soluzione obbligata: il maniaco deve essere eliminato.
Vengono mobilitati i mendicanti, incaricati di setacciare e controllare ognuno una parte di territorio.
E’ proprio un mendicante cieco ad allertare un compagno adepto dell’organizzazione criminale: da un uomo con appresso una bambina, ha udito fischiettare nuovamente un’aria di Grieg, la stessa ascoltata tempo addietro, alla vigilia di un omicidio, quando aveva venduto un palloncino ad uno sconosciuto.
Questi segue il sospetto e, non visto, col gesso gli segna una “M” (Morder = assassino) sulla spalla; davanti a un negozio, la bambina gli fa notare la scritta.
Il mostro, terrorizzato, cerca vanamente di cancellarla e poi fugge braccato dai mendicanti in un labirinto di vicoli e palazzi; finché riesce a rifugiarsi in una soffitta. Schränker viene informato manda i suoi per stanarlo: i criminali riescono a catturare il mostro pochi minuti prima dell’arrivo della polizia. Le forze dell’ordine erano già sulle tracce del maniaco: un poliziotto aveva trovato nella stanza dell’uomo, Franz Becker, un pacchetto di sigarette della stessa marca di un mozzicone rinvenuto vicino al corpo di una vittima.
In uno scantinato la malavita, come in una parodia dello Stato di diritto, sottopone Becker ad un simulacro di processo, con Schränker sussiegoso presidente della corte. Il mostro, ometto apparentemente indifeso, si discolpa con argomenti che fanno scorrere calde lacrime sulle facce da galera dei presenti (“c’è una forza malvagia ed incontrollabile che opera dentro di me. Non posso farci nulla io cammino per la strada ma.. ecco mi sembra di essere seguito e in realtà attorno a me trovo bambini e proprio non riesco a trattenermi poi il giorno dopo leggo sui giornali cosa ho commesso…”); ma il verdetto finale è inequivocabile: morte. L’ingresso in extremis dentro il covo da parte della polizia, una volta tanto efficiente, salverà la pelle al “povero” assassino.
Primo film sonoro di Fritz Lang, qui coadiuvato nella sceneggiatura dalla moglie Thea Von Harbou, autrice anche del soggetto, “M” è diventato presto leggendario sia per l’indubitabile qualità, la complessa interpretazione dell’opera sia per la quantità incredibile di aneddotica che ne è scaturita. Le tematiche care a Lang, su tutti il contrasto tra giustizia legale e giustizia privata (ricordate “Furia”?), sono qui inserite in un contesto che sintetizza realismo (si ricorda il caso di Peter Kürten l’infanticida risalente al 1925), richiami letterari all’espressionismo tedesco, allo stesso Brecht dell’Opera da Tre Soldi – Dreigroschenoper (il tribunale dei criminali).
La critica si è svenata per cercare tra le righe dell’evidente sarcasmo di “M”, che tanto mi ricorda la Cacania di Robert Musil, delle interpretazioni fin troppo sociologiche, basate sia sulla denuncia di presunti drammi sociali, di uno psicopatico più vittima che colpevole, quasi emblema di una classe piccolo borghese, sia, in un contesto che vedeva il nazifascismo alle soglie del potere, sulla rappresentazione del tracollo della Repubblica di Weimar con la conseguente prossima stura alla barbarie hitleriana.
Quello che semmai balza agli occhi è altro: al di là delle suggestioni culturali citate e delle evidenti e drammatiche contingenze storiche, colpiscono dati forse più tecnici come l’uso realistico e ricco di forti contrasti della luce (fotografia di F.A. Wagner), il montaggio quasi sperimentale, ricco di numerosi elissi (il delitto e l’atto sessuale non vengono mai mostrati, ma le immagini silenziose creano ugualmente un’efficace drammaticità), l’assenza di una autentica colonna sonora  (i suoni che sentiamo sono “in campo”,  enfatizzati dal silenzio, costituiti da elementi come le voci indistinte della folla e soprattutto il motivetto dal Peer Gynt fischiettato da Becker).
La critica, non so con quanta ragione, tendenzialmente ha inquadrato il film nel contesto drammatico proprio della Germania dei primi anni ’30, al di là della struttura del film costruita come in una sorta di giallo ad enigma.
“Mörder unter uns” – gli assassini fra noi – è il titolo che inizialmente fu prescelto da Fritz Lang e che pare fu il motivo dell’intervento da parte del N.S.D.A.P. sulla produzione causa le presunte allusioni ed interpretazioni che ne potevano scaturire sul popolo tedesco e sui membri del movimento. Lang, a fronte delle pressioni di un partito in forte ascesa, e ben intenzionato a non porre ostacoli alla distribuzione di un film, che a suo avviso doveva costituire un suo personale anche se non esplicito tributo alla lotta contro la pena capitale, preferì cedere alla coda di paglia nazista. Oltre che dalla totalità del cast, costituito da nomi ad oggi poco noti, ma efficace nella sua veste corale, contributo essenziale alla riuscita dell’opera, venne dal ventisettenne ungherese László Löwenstein, in arte Peter Lorre: la sua figura anonima, senza età, la sua gestualità tra il grottesco e il drammatico ha incarnato al meglio l’inquietante doppiezza di Franz Becker, vittima e carnefice, mostro e comune cittadino; con Lorre abbiamo praticamente la personificazione del transfert e della metafora: la stessa città di Dusseldorf nel suo complesso è stata interpretata come scissa in una situazione di vittima – carnefice. Lorre, emigrò in seguito negli U.S.A. dove si impose come efficace caratterista, specializzato nei ruoli di personaggio ambiguo e servile: il fisico tutt’altro che prestante non gli permise forse una carriera più folgorante, come ci si poteva aspettare dopo la performance in “M”.
Un film sconsigliato a coloro che sono affetti dalla sciagurata sindrome fantozziana da Corazzata Potemkin (per quanto sia è pellicola del 1931); vivamente consigliato al resto dell’umanità che non si formalizza per un bianco e nero d’annata.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Fritz Lang; sceneggiatura: Fritz Lang, Thea von Harbou; fotografia: Fritz Arno Wagner; scenografia e costumi: Emil Hasler, Karl Vollbrecht; fotografie dei fondali: Horst von Harbou; suono: Adolf Jansen; montaggio: Paul Falkenberg; musica: Edvard Grieg (brani da “Peer Gynt”). Interpreti: Peter Lorre (Franz Becker); Ellen Widmann (la signora Beckmann); Inge Landgut (Elsie Beckmann), Gustaf Grundgens (Schranker); Otto Wernicke (il commissario Lohmann); prima proiezione: Berlino 11/5/1931.

Recensione già pubblicata l’8 luglio 2005 su ciao.it e qui parzialmente modificata.

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2007