Martínez Óscar

La bestia

Pubblicato il: 24 maggio 2015

Roberto Saviano in un recente articolo (Espresso, 26.03.2015) ha avuto parole lusinghiere nei confronti di Óscar Martínez e del suo  libro pubblicato da Fazi editore: la constatazione che “La bestia” è un’opera di valore ma probabilmente, da parte dell’autore di Gomorra, anche la presa d’atto di una comunanza di intenti. Il giornalista e scrittore napoletano ha scritto che Martínez appartiene ad una nuova generazione di autori sudamericani “che ha deciso di dedicarsi alla non fiction novel come strada maestra per raccontare la realtà, in quanto “non basta la cronaca non basta la narrativa”. In altri termini, proprio come dice lo stesso Martínez, “la cronaca narrativa è investigazione e rigore” e quindi è necessario “indagare i fatti e aggredirli con stile narrativo”. Se infatti “Gomorra” rappresenta un viaggio per territori conquistati dalle organizzazioni criminali, lo stesso possiamo dire di “La bestia”, reportage tragico e truculento che ci porta lungo il tragitto degli emigranti centroamericani intenzionati a raggiungere, attraverso il Messico, gli Stati Uniti. Giustamente è stato scritto che Martínez con questa sua opera ha contribuito a ridimensionare e di molto il cliché del cosiddetto “sogno americano”. Basti pensare che tra il 2006 e il 2012 sono scomparse oltre 70.000 persone che si erano messe in viaggio per oltrepassare il confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Che fine hanno fatto? Molti muoiono e vengono mutilati dalla “Bestia” (da qui il titolo), ovvero il treno merci su cui si aggrappano gli emigranti centroamericani e che vengono violentemente puniti se, per stanchezza o distrazione, scivolano sotto le rotaie. Ma il libro del giornalista salvadoregno – abbiamo chiarito che parlare di “inchiesta” è riduttivo – racconta molti altri pericoli a cui vanno incontro i cosiddetti “migrantes que no importan”, persone innanzitutto in fuga dalla loro terra, spesso perché derubati o addirittura braccati dalle bande criminali che infestano il centroamerica: i sequestri a scopo di estorsione, gli innumerevoli stupri, ormai messi in conto dalle donne che emigrano, le ragazze obbligate a prostituirsi nei locali notturni, il rischio perenne di essere uccisi dai narcos e di essere traditi dai cosiddetti coyote (i trafficanti che, previo pagamento di denaro, dovrebbero condurre gli emigranti a destinazione).

Tante storie violente ed emblematiche, scaturite quindi da una conoscenza diretta e dalla vita in comune con i “migrantes que no importan”: Óscar Martínez ha condiviso con gli emigranti clandestini le insidie del viaggio, il rischio di aggressioni e sequestro, ha vissuto nelle città governate dai narcos, ha incontrato le giovani centroamericane costrette a prostituirsi, ha avuto a che fare con poliziotti corrotti e banditi, Viaggi estenuanti e pericolosi per territori parimenti pericolosi e governati da una criminalità che vive di narcotraffico, fino ad approdare alla permeabile frontiera con gli Stati Uniti. Il contesto, una volta giunti a Ciudad Juárez e al ponte internazionale El Paso del Norte, potrà ricordare in parte il serial “The Bridge”, se non fosse che, quanto a violenza e corruzione, la cruda realtà  supera di gran lunga la fiction. Lo intuiamo bene fin dalle prime pagine: “Si mise in fuga verso El Norte. La violenza, come sa bene Saúl, può scaturire dal tuo stesso sangue. La violenza, come sa Olga Isolina, può ricacciarti nella depressione. La violenza, come sanno i fratelli Alfaro, può terrorizzarti, specialmente quando non ha volto” (pp. 29). E poi, proprio per meglio raccontare le concrete paure degli emigranti in fuga, Óscar Martínez entra nello specifico di innumerevoli episodi di sopraffazione, testimoniati da persone che da lì a poco forse faranno una brutta fine. Un terrore palpabile soprattutto quando i pericoli provengono dalle organizzazioni mafiose più violente del pianeta: “Aveva sedici anni e una gang voleva reclutarlo. Dei membri di Mara Salvatrucha – la gang più pericolosa al mondo, a detta dell’FBI – gli avevano proposto di uccidere gli autisti di autobus che non gli andavano a genio. Gli avevano promesso protezione in cambio della sua disponibilità, e morte in cambio di un suo rifiuto. Se avesse detto di no, avrebbe ricevuto tre pallottole: petto, addome, testa. Lui rifiutò” (pp.101). Da qui la fuga per sopravvivere verso gli Stati Uniti, salvo ritrovarsi nei territori controllati da banditi e narcos, dediti anche ai rapimenti di massa. Tra queste organizzazioni criminali spiccano chiaramente i famigerati Los Zetas, l’ attività  dei quali è descritta in uno dei passaggi più significativi ed espliciti del libro: “El Comandante Mateo ha portato ordine a Tabasco [ndr: Stato meridionale del Messico]. Lui e i suoi scagnozzi hanno spiegato le regole alle piccole gang locali: unitevi a noi o lasciate lo Stato […] Gli hanno annunciato: d’ora in avanti lavorerete per noi […] d’ora in poi non avrete più problemi con le autorità per l’immigrazione. D’ora in poi lascerete perdere tutti i giochetti da quattro soldi. Prenderemo il controllo di questa rotta, chiederemo il pizzo a ogni coyote che passa da qui, puniremo quelli che non pagano e rapiremo quelli che non viaggiano guidati da un coyote alle nostre dipendenze” (pp.140).

Di certo, nonostante i rischi costanti e mortali di un viaggio alla mercé della criminalità, il flusso dei fuggitivi – termine a questo punto più appropriato di “migranti” – non pare volersi arrestare. Come ha scritto l’autore riguardo le operazioni di polizia sul confine americano: “non è una caccia all’ultimo sangue. Marroquin [ndr: l’agente interpellata da Martínez] ha già ammesso che la maggior parte dei migranti è solo gente in cerca di una vita migliore” (pp. 263). Quanto emerge dalla denuncia di Martínez è chiaro e, sotto altra forma, non ci è affatto estraneo: fin tanto gli Sati saranno complici o incapaci a combattere la criminalità allora non ci sarà alcun muro che possa fermare l’orda dei disperati.

Edizione esaminata e brevi note

Óscar Martínez è un giornalista salvadoregno che scrive per il primo quotidiano online dell’America Latina, ElFaro.net. Oggi svolge indagini sulle violenze delle gang centroamericane. Nel 2008 ha vinto il premio messicano Fernando Benitez per il giornalismo e nel 2009 ha ricevuto lo Human Rights Prize all’università di El Salvador.

Óscar Martínez, “La bestia”, Fazi (collana Le terre), Roma 2014, pag. 320. Traduzione di Nicola Vincenzoni.

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2015.

Recensione già pubblicata il 24 maggio 2015 su ciao.it e qui parzialmente modificata.