Simone Nina

Simply Simone

Pubblicato il: 29 aprile 2007

Sono dove avete sempre desiderato ma non sto suonando Bach”: quanto scritto molti anni fa ai suoi genitori da Eunice Kathleen Waymon, alias Nina Simone, fa capire quanto il percorso artistico ed umano della cantante di colore sia stato complesso ed anche contraddittorio.
Da qui forse anche il motivo della sua particolare disinvoltura nell’affrontare stili musicali teoricamente molto diversi quali il jazz, R&B, soul, pop, blues, folk, gospel, riferimenti afro, classica; e di cui “Simply Simone”, pur nelle strette di 50 minuti, è un chiaro esempio (doti interpretative che possiamo ascoltare anche in “Gin House Blues”, compilation della Castle Pie a bassissimo prezzo – Piesd 182).
Nata in quel Tryon (North Carolina) nel 1933, Eunice, sesta di otto figli, come spesso accade con le superstar (autentiche) della musica, rivela un talento precocissimo: dapprima, come Wayom Sisters, suona e canta in chiesa con le due sorelle; poi dall’età di otto anni prende le prime lezioni di pianoforte classico, grazie ad una fondazione costruita su misura per lei al fine consentirle la prosecuzione degli studi prima a New York e poi, quando la famiglia vi si trasferisce, a Philadelphia.
Nei primi ’50 l’allora Eunice (non aveva ancora scelto il nome d’arte di Nina Simone, costituito da un diminutivo più un riferimento in onore dell’attrice francese Signoret), trova impiego presso vari club; qui è in qualche modo costretta ad interpretare un repertorio inizialmente lontano dalle sue corde: dopo qualche serata in cui si era limitata a suonare al piano gospel e classica, pena il licenziamento, fu indotta dai patron a cantare per un uditorio di orecchio e gusti non troppo raffinati.
Esordio vocale segnato perciò da una particolare riluttanza; non che prima tutto le fosse andato liscio, in particolar modo causa la sua epidermide scura: aveva 12 anni ed al suo autentico esordio in un concerto accademico, i genitori furono costretti a restare in piedi nella parte posteriore della sala in quanto negri; per di più la sua formazione classica si interruppe pochi anni dopo quando, ufficialmente per mancanza di merito, ufficiosamente per altri motivi meno nobili e ben intuibili, le fu rifiutata una borsa di studio dalla “Curtis School of Music” in Philadelphia.
Ormai orientata verso il jazz ed ispirata dallo stile di Billie Holiday, alla fine degli anni ’50 Nina Simone (ormai era questo il suo nome pubblico) trovò il primo autentico successo con una versione di “I Love You Porgy” di George ed Ira Gershwin.
Da allora la carriera della cantante si è caratterizzata per un’assimilazione e proposta di stili estremamente variegata (“di confine” diremmo oggi): non solo jazz tout court ma blues, soul, pop, folk e dagli anni ’60, nelle vesti di compositrice, con una particolare attenzione alla cosiddetta canzone di protesta; è proprio del 1964 “Mississippi Goddam” dedicata all’uccisione di un leader dei diritti civili e di quattro ragazzi di colore; seguiranno “Four women”, ritratto di quattro donne nere, “I Wish I Knew (How It Would Feel To Be Free)”, “Old Jim Crow”, “Gifted And Black” (dedicato all’amica e commediografa Lorraine Hansberry), “Why? The King Of Love Is Dead”, ispirata alla figura di Martin Luther King, e “Revolution”.
Scelte che, causa anche l’atteggiamento provocatorio nei confronti del pubblico ed una musica di non sempre facile consumo, le alienarono qualche simpatia.
I successi discografici nonostante tutto non vennero meno, malgrado il suo carattere ispido, se non pazzoide, personalità poco incline ai compromessi e certo uditorio che poteva maggiormente gradire un repertorio meno impegnato ed impegnativo: “Don’t Let Me Be Misunderstood”, “I Put A Spell On You”, “My Baby Just Cares For Me”, “Gin House Blues”, “The house of the rising sun”, “The assigment song”, ” Se line woman”, “The other woman”, ” I want a little sugar in my bowl” (dal repertorio di Bestie Smith), “Ain’t Got No – I Got Life” (tratta dal musical “Hair”), reinterpretazioni estremamente personali di Bob Dylan, Leonard Cohen, dei Bee Gees (ad esempio “To Love Somebody”) fra i tanti.
Nina Simone, la cui complicatissima vita sentimentale, trascorsa con due mariti, altri uomini e i loro sganassoni, ha contribuito a renderla caratterialmente sempre più ispida, alla fine degli anni ’60 ha lasciato l’America, accusando C.I.A. ed F.B.I. di essere istituzioni sostanzialmente razziste.
Gli anni successivi la cantante ha girato il mondo: Barbados, Liberia, in Egitto, Turchia, Olanda, Svizzera, fino ad approdare stabilmente in Francia ad Aix-en-Provence nel 1994.
Periodo, quello che ha fatto seguito all’abbandono degli USA, caratterizzato da apparizioni sporadiche sia in palcoscenico, ove si è esibita anche con Solomon Burke, sia in sala di registrazione; ma non per questo il suo repertorio è rimasto ingessato ai successi del passato: per lo più album “live” (“Live & Kickin'”), “Fodder on my wings”, edito in Francia nel 1982, brani di George Harrison, il progetto “Iron Man” ad opera di Pete Townshed, il controverso “Nina’s back”, il “My Baby Just Cares For Me” datato 1987 e felice riesumazione dai suoi anni ’50, lo stile easy listening di “A Single Woman”, album registrato in studio nel 1993, l’acclamata performances del 2001 al Festival di Bishopstock (GB), appena due anni prima la sua scomparsa.
Al di là delle contraddizioni artistiche ed umane, che, se affrontate, lascerebbero poco spazio per parlare della musica in quanto tale, quello che anche il neofita potrà comprendere è il suo personalissimo stile, la sua capacità di assimilare fonti musicali diverse per poi reinterpretarle con la sua particolarissima voce “black”.
In questo senso i brani proposti da “Simply Simone”, compilation a basso prezzo della New Sound, mostrano la cantante nelle sue vesti di artista eclettica, seppur non sempre al meglio della forma vocale e talvolta coinvolta in arrangiamenti discutibili:

1. Work Song (Nat Adderly/JR Brown);
2. Ain’t Got No/I Got Life (Galt MacDermot/James Rado/Gerome Ragni);
3. Little Lisa Jane (Traditional/Nina Simone);
4. Lovin’ Woman (Santos);
5. Fine And Mellow (Billie Holiday);
6. You Can Have Him (Irving Berlin);
7. Nina’s Blues (Nina Simone);
8. My Way (Jacques Revaux/Claude Francois/Giles Thibaut) ;
9. I Love You Porgy (George Gershwin/Ira Gershwin);
10. Here Comes The Sun (George Harrison);
11. Angel Of The Morning (Chip Taylor).

Non è dato sapere né le date, i luoghi di registrazione e nemmeno i musicisti coinvolti (limiti frequenti nelle edizioni discografiche a prezzo speciale); ma i pregi non mancano: grazie a questo  CD abbiamo la dimostrazione di quanto Nina Simone abbia spaziato tra i generi.
Da un lato, con “Little Lisa Jane” e “Nina’s Blues” la compositrice e l’arrangiatrice, in un campo, quello del blues, del folk, della canzone con reminiscenze afro, che potrebbe non incontrare il favore del grande pubblico: stili che, se autentici e non diluiti con dosi massicce di pop facile facile, richiedono un ascolto tutt’altro che superficiale ed un certo impegno.
Con “I Love You Porgy”, il suo primo grande successo della fine anni ’50, qui in un arrangiamento molto più recente ed in una interpretazione molto “cameristica”, ascoltiamo un Gershwin un po’ difficile da definire al di là delle generiche e forse imprecise denominazioni di “musical” o di “opera”.
E poi le altre facce della Nina Simone musicista: da un lato la jazzista che in “Fine And Mellow” non apre bocca e muove (con abilità) soltanto le dita sul pianoforte; dall’altro la cantante pop che spazia dal classico “You Can Have Him” di Irving Berling, caratterizzato dal suo peculiare ed essenziale tocco pianistico, ai più recenti “Aint’Got No” da “Hair”, interpretato con una buona dose di aggressività, a “Here Come The Sun”, un George Harrison con tocchi easy listening, fino al discutibile “My Way” (qui sono citati solo gli autori di “Comme d’habitude”, l’originale francese), dove l’arrangiamento pare trasformare pian piano la canzone di Revaux,
Francois e Thibaut in una versione elegante del Rocky di Bill Conti.
Il tutto, criticabile o meno quanto a qualità musicale, nobilitato dal vocione poco femmineo ed inconfondibile dell’artista di colore.

E’ vero che il booklet, in inglese, che pure descrive ampiamente la vita artistica della cantante, nulla informa sui brani proposti, ma il prezzo, oltre ovviamente alla qualità dei brani, fa di “Simply Simone” un Cd degno della massima considerazione.

Edizione esaminata e brevi note

Nina Simone – “Simply Simone”
Tot: 50′ 33”
Ed. NewSound 2000 NMF 014

Recensione già pubblicata su ciao.it il 14 ottobre 2005 e qui parzialmente modificata