Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: A Piedi Attraverso le Montagne Più Isolate – Parte 3

Pubblicato il: 11 settembre 2015

Azerbaigian mappaPrato nei pressi del villaggio di Afurca, 22 maggio 2015

Mi sveglio con la tipica sensazione di umidità che si prova dopo aver passato la notte in tenda ad alta quota. Uscendo dalla tenda vedo che in cielo non c’è nemmeno una nuvola e che l’aria tersa del mattino ha reso il paesaggio ancora più bello della sera prima. La colazione prevede tè e frutta secca, con qualche pezzo di cioccolato. I pastori sono già a lavorare e il gregge si è spostato un po’ più a valle, tuttavia un paio dei cani ronzano ancora sospettosi intorno alla nostra tenda, pronti a ringhiare ad ogni nostro movimento troppo brusco. Sento di essere riposato, le gambe non mi fanno troppo male e le spalle sembrano reggere. Quello che davvero mi preoccupa sono le scottature sulle braccia e sul viso. Il sole del giorno prima ha lasciato il segno e non posso permettermi che succeda anche oggi. Decido così di utilizzare una vecchia maglietta come cappello e me la infilo in testa a mo’ di turbante.

Vedendoci svegli i pastori vengono verso di noi, ringraziamo e poi partiamo verso il villaggio di Orduc, nostra prossima tappa che vediamo in lontananza dall’altra parte della valle. Il sentiero è a malapena visibile e segue l’elegante andamento irregolare della vallata. La primavera ha fatto fiorire la maggior parte delle piante e dei fiori e il prato è verdeggiante. Incontriamo qualche laghetto con di fianco un accampamento di pastori che sembra abbandonato, ma che di sicuro viene utilizzato durante l’estate. Uno di questi si trova vicino ad un’asta di ferro con in cima una bandiera dell’Azerbaigian. Una presenza curiosa in questo paesaggio incontaminato.

Durante il cammino Cavid mi racconta della sua esperienza da militare. In Azerbaigian infatti il servizio militare è ancora obbligatorio per tutti gli uomini tra i diciotto e i trentacinque anni. Il periodo previsto è di diciotto mesi ma se si ha una laurea almeno triennale questo periodo viene ridotto a dodici mesi. Va anche detto che molti riescono ad evitarlo falsificando la visita medica in modo da farsi dichiarare inadatti alla leva. Da quel che ho sentito dire questo espediente può avere un costo tra i quattromila e i cinquemila euro e quelli che se lo possono permettere lo fanno. Cavid invece dopo la laurea si è fatto il suo anno nell’esercito e così gli faccio qualche domanda. Mi racconta che l’addestramento è durato circa tre mesi, dopo i quali è stato mandato direttamente al fronte, ossia al confine tra l’Azerbaigian e il territorio del Nagorno-Karabakh, attualmente sotto occupazione armena. Io ero convinto che al fronte venissero mandati solo soldati di professione e non reclute con solo tre mesi di addestramento e rimango un po’ sorpreso. Cavid aggiunge che l’esercitazione con le armi vere consisteva solo nello sparare tre colpi con tre differenti armi in modo da risparmiare munizioni e risorse. Lui si trovava nel reparto di artiglieria e mi racconta che era un paio di chilometri dietro la linea del fronte. Con una voce distaccata, quasi come se stesse parlando delle esperienze di qualcun altro, mi dice che i turni di guardia sono piuttosto duri, il cibo è terribile e le regole abbastanza severe. Dal modo in cui racconta tutto questo capisco che non dev’essere stata un’esperienza piacevole, ma di sicuro ha contribuito a formare la sua persona e il suo carattere. Più volte ho ascoltato vicende sull’esercito azerbaigiano e sempre le ho trovate interessanti.

Impieghiamo poco più di due ore ad arrivare al villaggio di Orduc. Manteniamo lo stesso ritmo veloce e costante del giorno prima e il trucco della maglietta in testa salva le mie braccia e la mia faccia da una brutta insolazione. Con il suo consueto approccio spigliato Cavid vede un signore impegnato a lavorare nel suo orto e gli chiede se può ricaricare il telefono in casa sua. Naturalmente la risposta è affermativa e così abbiamo l’occasione di vedere un’altra abitazione locale. Si tratta di un edificio piuttosto grande, l’entrata è costituita da una specie di recinto di pietre che corre tutto intorno e introduce a un cortile interno, che su due lati è occupato dalla casa e sugli altri due da un grande orto. In questa sorta di anticamera ci leviamo le scarpe e poi andiamo a sinistra, dove c’è una terrazza coperta da una tettoia che dà proprio sul giardino. Sulla terrazza si trovano un lavandino, un tavolo e quella che sembra la cucina estiva della casa. Per terra sono stese ad essiccare grandi foglie di una pianta che non riconosco, più avanti ci accoglie il figlio del padrone di casa insieme a sua madre, sua moglie e a sua figlia che non avrà più di un anno di vita. La vecchia signora ci saluta con un sorriso mentre la giovane moglie ci fa a malapena un cenno. Tutta la famiglia è di statura piuttosto bassa, il colore della pelle e i tratti somatici sono tipici dell’etnia dei tati. Tutta la famiglia è vestita in modo semplice ma decoroso, sembrano contenti di avere ospiti e come ormai è d’abitudine Cavid comincia a chiacchierare con loro.

Ho così modo di guardarmi intorno: la terrazza su cui ci troviamo è dipinta di un bel colore azzurro, un semplice fornello a gas su cui bolle una pentola di zuppa e con a fianco un lavabo costituisce la cucina, nel cortile i panni appesi si asciugano ondeggiando lentamente al ritmo del vento, una grande parabola satellitare là vicino rovina un po’ l’atmosfera rurale della casa e presso l’entrata vedo due Lada modello 4×4 posizionate su due rampe fatte di sassi e con il cofano alzato. Mi viene così da pensare che questa sia la casa del meccanico del paese. La giovane moglie del figlio dei padroni di casa è molto carina, ma in una delle rare volte in cui distoglie lo sguardo dai fornelli per sbirciare me e Cavid noto che ha un occhio leggermente strabico. Mi è già capitato di vedere questa caratteristica in alcuni villaggi isolati sia qui in Azerbaigian che in Tunisia e credo sia dovuta al fatto che molto spesso in questi luoghi poco abitati si verificano matrimoni tra consanguinei.

Da una della finestre intravedo pure una seconda ragazza che deve essere la figlia minore dei due anziani. Non osa venire sulla terrazza con noi e se ne sta in casa a preparare il pranzo e il tè. Tuttavia spinta dalla curiosità verso questi strani ospiti ogni tanto dà una rapida sbirciata da dietro la tenda. Il tempo passa rapidamente mentre Cavid chiacchiera con i due uomini della casa e così arriva l’ora di pranzo. Come stavo segretamente desiderando, ci viene servita la minestra che ho visto cuocere sul fornello. Si tratta di una semplice zuppa rossa con pollo e patate, simile ad altre che ho mangiato in altri villaggi dell’Azerbaigian e che come sempre è molto saporita e sostanziosa. È accompagnata da qualche verdura sott’aceto, pane, formaggio fresco e naturalmente da svariate tazze di tè. Terminato il pranzo Cavid decide che abbiamo abusato abbastanza dell’ospitalità di questa famiglia, ringraziando calorosamente ci rimettiamo le scarpe e usciamo, come al solito chiedo se posso farmi una foto con tutti loro davanti alla casa, ma vengono solo l’anziana coppia e il figlio. Le due figlie e il bebè restano in casa.

La prossima meta in programma è Afurca, un villaggio più grande degli altri e che si trova nella valle accanto. Per arrivarci dobbiamo tornare indietro di mezzo chilometro e poi inerpicarci su una ripida salita per scollinare poi nell’altra valle. Il caldo è soffocante e la zuppa si rivela più difficile da digerire di quello che credessi. Tuttavia ogni volta che mi fermo e riprendere fiato e mi guardo attorno il paesaggio mi ricarica: curiose formazioni rocciose e aree senza vegetazione creano effetti molto particolari e il piccolo corso d’acqua che scorre a fondovalle aggiunge un pizzico di colore e di vita al tutto. Il sentiero che stiamo seguendo è in verità una strada sterrata, che però credo sia percorribile solo da un’auto particolarmente robusta e in certi tratti sparisce per poi ricomparire qualche centinaio di metri più avanti.

Per terminare la salita devo attingere alla mie risorse di resistenza mentale visto che quelle fisiche penso di averle esaurite e pure Cavid comincia a dare segni di cedimento. Quando finalmente arriviamo in cima all’ultima forcella oltre la quale vediamo la nuova vallata collasso per terra e cerco di riprendere il controllo dei miei polmoni. Cavid arriva qualche minuto dopo di me, mette giù lo zaino e come se nulla fosse riparte verso un vicino colle che rappresenta il punto più alto da cui poter osservare il paesaggio intorno a noi. Purtroppo non riesco a resistere alla possibilità di vedere uno scenario simile e inoltre l’orgoglio è sempre stato un mio punto debole. Mi rimetto penosamente in piedi e lo raggiungo in cima al colle, dove arrivo praticamente camminando a quattro zampe. Ci metto cinque minuti buoni prima di riprendermi abbastanza per poter gustarmi il panorama mozzafiato.

La nuova valle è più stretta e allungata di quella che stiamo lasciando. Un fiume scorre sul fondo affiancato da una strada sterrata. Sulla destra si vede qualche abitazione mentre all’orizzonte sulla sinistra Cavid mi indica l’imponente profilo del monte Bababag. Alto circa 3600 metri, è una delle montagne sacre dell’Azerbaigian e la sua cima è raggiungibile solo da giugno ad agosto, quando le nevi si ritirano e migliaia di pellegrini si affollano per raggiungere la vetta, perché credono che questo faccia esaudire i loro desideri.

Torniamo giù a prendere gli zaini e cominciamo a scendere verso il fondo valle dove appunto si trova il villaggio di Afurca, ultima tappa del nostro viaggio tra i monti. Le condizioni della strada migliorano sensibilmente e la pendenza non troppo accentuata ci fa camminare più celermente. Cavid nelle ultime ore è stato più volte chiamato al telefono da persone interessate alla nuova gita che ha proposto sulla sua pagina Facebook, Camping Azerbaigian, e che vogliono prenotare i posti. Molto spesso rischia di inciampare mentre guarda il telefono però sembra contento di vedere che le sue proposte riscontrano un buon successo e un congruo numero di partecipanti. Io resto convinto che si tratti di un’idea geniale e che potrebbe benissimo creare un business di successo e sistemarsi per la vita.

Il primo villaggio che incontriamo dopo Orduc si chiama Rucuk ed è letteralmente composto da tre case. Bussiamo alla porta di una di queste, un signore si affaccia alla finestra e, come al solito, dopo un rapido scambio di battute con Cavid ci viene ad aprire la porta. La famiglia è composta dai due genitori e da due figli, un figlio che avrà vent’anni e una figlia un po’più giovane. Entrando nel salotto vediamo che devono avere appena mangiato, ci fanno accomodare e in pochi minuti arriva la solita teiera fumante. Il padre di famiglia è piuttosto magro, ma la camicia chiara e la giacca grigia che indossa, unite ai bei baffi brizzolati, gli danno un’aria di autorità e di rispetto. Il figlio è molto più alto della media locale e ci guarda con curiosità. Lo stesso vale per la figlia che però, dopo averci portato il tè, esce di casa a giocare con dei pulcini. Dopo il tè arriva pure del formaggio, con pane, cetrioli e pomodori a fette e addirittura una frittata. Io ho ancora la zuppa mangiata nel villaggio precedente che circola per lo stomaco, ma non volendo offendere i nostri ospiti mando giù tutto. Avrei pure un bel po’ di sete, sete di acqua fresca, ma mi accontento del tè caldo.

Dopo aver mangiato il padre ci porta fuori con il suo binocolo perché vuole mostrare qualcosa a Cavid in direzione del monte Babadag. Come ha già fatto in tutte le altre famiglie che ci hanno ospitato Cavid chiede informazioni sul territorio, sulle strade, sui villaggi e sul tempo atmosferico. Argomenti che sembrano molto interessanti e che mi fanno pentire di non aver studiato meglio la lingua locale.

Ripartiamo dopo la foto e i ringraziamenti di rito. Seguiamo la strada bianca fino ad Afurca, che dista quattro chilometri. Sono circa le quattro di pomeriggio e per strada incontriamo tre bambine con la divisa scolastica che tornano a casa. Afurca è effettivamente più grande di tutti i paesi visitati nei due giorni precedenti, si sviluppa tra il fondovalle e la parte destra ed è quindi in pendenza. Cavid vuole campeggiare su un praticello dove è già stato quest’inverno, ma prima vuole fare un giro sopra il paese dove si trova una piccola cascata, nei cui pressi troviamo un piccolo ristorante dove incrociamo un gruppetto di americani molto sorpresi di vederci. Il sentiero passa dietro la cascata ed è molto suggestivo.

Sia io che Cavid siamo sudati, puzzolenti e accaldati e ci basta uno sguardo per capire che abbiamo appena avuto la stessa idea. Ci spogliamo restando solo in mutande e ci buttiamo sotto la cascata, restando col fiato corto per la forza e il freddo dell’acqua che ci arriva addosso. Grazie al venticello che c’è nella gola ci asciughiamo in fretta e con una bellissima sensazione di pulito e di leggerezza torniamo al ristorante. Qui chiediamo di lasciare giù gli zaini, lasciamo le mutande ad asciugare su una recinzione e andiamo a fare un po’ di spesa per la sera. Troviamo un piccolissimo negozio di alimentari con un asino legato davanti e tre uomini che giocano a carte. Per la cena ci prendiamo delle uova da fare al burro, qualche dolcetto e un paio di meritate birre. Quando torniamo indietro le nostre mutande sono sparite dalla recinzione dove le avevamo lasciate.

Il prato che Cavid ha scelto per passare la notte è ragionevolmente in piano ed è vicino ad una pompa dell’acqua, un posto perfetto per passare la notte. Mentre montiamo la tenda arrivano quattro uomini diretti alla cascata che incuriositi si fermano a parlare con noi. Sono di Baku e sono qui per lavoro, devono fare un controllo della situazione del sistema idraulico dei villaggi della zona. Provano a dire qualche parola in inglese ma con scarsi risultati. Quando si allontanano ci prepariamo la cena. Mi sento addosso una stanchezza incredibile, Cavid invece ha ancora la forza di andare a procurare la legna per accendere un fuoco. Stappiamo le birre e, mentre le prime stelle cominciano a farsi vedere in cielo e il fuoco scoppietta allegramente, chiacchieriamo tranquilli. Due birre a testa e la stanchezza accumulata ci fanno andare a riposare abbastanza presto e il rumore della vicina pompa dell’acqua funge perfettamente da ninnananna.

Per approfondire:

https://en.wikipedia.org/wiki/Afurca

Francesco Ricapito Agosto 2015