Saramago José

Alabarde Alabarde

Pubblicato il: 10 novembre 2014

José Saramago non aveva nessuna intenzione di morire quel 18 giugno del 2010. Ce lo dimostra il fatto che, nonostante l’età e la malattia, aveva iniziato a lavorare ad un nuovo romanzo. “E’ possibile, chissà, che magari io scriva un altro libro…” annotava Saramago nell’agosto del 2009. L’idea c’era ed era lì da un po’. Gli ronzava attorno come un insetto. “Non me lo aspettavo, ma è successo, mentre ero qui, seduto, a girarci intorno o mentre lei mi girava intorno“. E quell’idea aveva a che fare con uno spunto incontrato per caso, magari in un libro di Malraux, magari altrove: una bomba inesplosa durante la Guerra civile spagnola. Un ordigno che non sarebbe mai detonato semplicemente perché, nelle fabbriche che lo producevano ed assemblavano, c’era qualcuno che provvedeva al sabotaggio. L’embrione del nuovo progetto narrativo dello scrittore portoghese è nitido e perfetto. “La difficoltà maggiore sta nel costruire una storia “umana” che funzioni” continua a postillare Saramago. Ma anche quella difficoltà sembra affrontabile per un talento del suo calibro.

La “storia umana” di cui sopra viene affidata ad Artur Paz Semedo, un uomo che lavora coscienziosamente da almeno vent’anni nel reparto fatturazione di una storica azienda di armamento leggero e munizioni. “A chi potesse interessare questo artur paz semedo non è né celibe, né sposato, né divorziato, né vedovo, è semplicemente separato dalla moglie, non perché lui lo avrebbe voluto, ma per decisione di lei che, essendo militante pacifista convinta, ha finito per non sopportare più di vedersi legata dai vincoli dell’obbligata convivenza domestica e del dovere coniugale a un fatturatore di un’azienda produttrice di armi“. Un legame strano, anzi paradossale, quello che unisce Artur e Felícia. Lui che opera con solerzia in una fabbrica che produce munizioni, sognando da tempo di potersi occupare di armi pesanti; lei che disdegna e rifugge tutto ciò che abbia a che fare con la violenza e con gli armamenti. Un contrasto che diviene la spina dorsale di quell’umanità che Saramago riteneva indispensabile e che desiderava iniettare nella sua storia.

Il progetto del romanzo mancato, però, va oltre. Il nostro Paz Semedo, infatti, rimane profondamente colpito da alcune scene del film “L’espoir” di André Malraux. Decide quindi di leggere anche l’omonimo libro e di parlarne con Felícia. I dialoghi tra i due avvengono regolarmente per telefono e sono infarciti di un sarcasmo feroce ma particolarmente divertente. A seguito di questi piccoli eventi, e quasi sfidando sua moglie, Artur decide di iniziare una piccola indagine per conoscere il passato bellico della Bellona S.A., l’azienda per cui lavora. Forse nella sua fabbrica ci sono stati, in passato, dei sabotaggi? Forse anche presso la Bellona S.A. qualcuno, durante gli anni ’30, si rifiutò di lavorare per costruire ordigni mortali?

Ed è qui che ci lascia Saramago. Il suo “Alabarde alabarde” non va oltre. Il seme è germogliato e, pur restando incompiuto, ha trovato la sua forza. Lo si capisce da questi soli tre capitoli. Qualche decina di pagine che ci consentono di immaginare cosa sarebbe stato il resto. Un romanzo che sarebbe sfociato nel dissidio morale che, molto probabilmente, Artur Paz Semedo avrebbe dovuto affrontare. Una storia che avrebbe permesso a Saramago di toccare ed affrontare argomenti universali e possenti e di farlo in quello stile inconfondibile e magico che caratterizza le sue opere migliori. Gli scritti di Fernando Gómez Aguilera e di Roberto Saviano arricchiscono l’edizione italiana e risultano essere l’omaggio ad un’opera che resterà sospesa per sempre e ad uno degli scrittori più rilevanti della Letteratura.

Edizione esaminata e brevi note

José Saramago è nato Azinhaga, in Portogallo, nel 1922. Non riuscì a completare i suoi studi tecnici e, dopo alcune occupazioni saltuarie, ha iniziato a lavorare come direttore di produzione nel campo dell’editoria. Il suo primo romanzo è “Terra del peccato” risalente al 1947. Fu avversato dal regime dittatoriale del suo Paese per questo si iscrisse al partito comunista, dal quale uscì nel 1969. Negli anni ’60 fu apprezzato per il suo lavoro di critico letterario. Negli anni ’70 pubblicò varie raccolte di poesie oltre a racconti e romanzi. Il vero, grande successo arrivò solo nel 1982 grazie a “Memoriale del convento” a cui fanno seguito, negli anni a seguire, “L’anno della morte di Ricardo Reis”, “La zattera di pietra”, “Storia dell’assedio di Lisbona”, “Il vangelo secondo Gesù Cristo”, “Cecità”, “Tutti i nomi”, “La caverna”, “L’uomo duplicato”, “Saggio sulla lucidità”, “Le intermittenze della morte”, “Le piccole memorie”, “Il viaggio dell’elefante”. Nel 1998 a Saramago venne assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Lo scrittore, poeta e critico si è spento a Tias, nelle Isole Canarie, il 18 giugno del 2010, dopo una lunga malattia. Il suo ultimo libro è “Caino”, uscito nel 2009. L’opera incompiuta, “Alabarde alabarde”, è stata pubblicata nel 2014 per volontà dei suoi eredi.

José Saramago, “Alabarde alabarde“, Feltrinelli, Milano, 2014. Traduzione di Rita Desti. Illustrazione di Günter Grass. “Un libro incompiuto, una volontà tenace” di Fernando Gómez Aguilera. “Anch’io ho conosciuto Artur Paz Semedo” di Roberto Saviano. Titolo originale: “Alabardas, alabardas, espingardas, espingardas” (2014).

Pagine Internet su José Saramago: Wikipedia / Il quaderno di Saramago (blog) /Pagina Feltrinelli / Nobelprize (bio)