Arias Michael

Tekkonkinkreet. Soli contro tutti

Pubblicato il: 2 luglio 2008

Tratto dal manga Black & White di Taiyo Matsumoto (pubblicato in Italia da Kappa Edizioni in tre volumi da libreria: 14 euro il costo di ognuno) è arrivato in dvd in gennaio in Italia l’atteso Tekkonkinkreet (significa “cemento armato”), dopo aver spopolato nei festival di genere (premio speciale della Giuria all’ultimo Future Film Festival). È un’opera molto particolare, che immagina scenari di desolazione alla periferia di una grande megalopoli giapponese, Treasure Town, nella quale sono protagonisti due bambini orfani abbandonati a un miserevole destino. Ma Bianco e Nero, pur nemmeno adolescenti, sono coloro che difendono la città dagli Yacuza e da un losco figuro che vuol trasformare Città Tesoro in un parco di divertimenti.

Bianco e Nero sono legati profondamente, sono la luce e il buio che si compenetrano, che si sorreggono a vicenda: sono forti di un legame fraterno che va oltre il vincolo di sangue. È un vincolo spirituale, metafisico, profondo. Sono conosciuti come i Gatti, mentre gli Yacuza sono i Topi. Nel caos, nella lotta per il predominio e la sopravvivenza in Treasure Town, c’è comunque una sorta di equilibrio, alterato dall’arrivo di Serpente, colui che vuole mutare la città, trasformarla profondamente e dominarla grazie alla forza di tre invincibili killer alieni. L’obbiettivo principale di Serpente è annientare i Gatti, in particolar modo Nero, ragazzino inquieto e violento, temuto da tutti a Treasure Town. Nella caccia a Nero, i killer alieni feriscono gravemente Bianco, il quale viene allontanato da Nero dalla polizia, nel tentativo di proteggerlo dalla terrificante minaccia. La lontananza di Bianco fa emergere in Nero il proprio lato oscuro: la sua vendetta contro gli Yacuza e contro la distratta Città Tesoro sarà terribile e senza pietà alcuna. Ma mentre il lato oscuro sembra impadronirsi per sempre della sua anima, il contatto animico-spirituale con Bianco riemerge: Bianco riporta la luce nella tenebra di Nero. La minaccia aliena è risucchiata nel suo stesso lato oscuro, sovrastato interamente dalla luce d’un giorno d’estate.

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Davvero un film emozionante, un’animazione ricca di fascino e di sensibilità, un’opera decadente, malinconica e visionaria in cui emerge chiaramente l’impronta filosofica taoista, esplicita nel voler regalare come evidenza maggiore la compenetrazione dei mondi di buio e di luce – il conflitto tra buio e luce -, già dal nome dei due bambini protagonisti. È un lungometraggio decisamente adulto, consigliato agli adolescenti e non a i bimbi, a dispetto di ciò che potrebbe lasciar supporre l’età di Bianco e Nero (10 anni il primo, circa 12 il secondo). Adulto perché violento e straziante, con picchi lirici e commoventi e con una filosofia di fondo che indulge nell’indagare nel profondo dell’antro più buio della natura umana, pur chiudendo su scenari di pura luce e acque incontaminate. L’animazione sceglie tratti molto particolari, affatto aggraziati come consuetudine manga giapponese avrebbe voluto, palesemente inquieti e sovente suggestivamente indefiniti, per evocare, probabilmente, altri da sé metamorfici. Metamorfosi che arrivano puntuali nel mondo onirico, sia in quello sognante e lucente di Bianco, in cui la vita germoglia colorata, sia nella personificazione dei mostri inconsci, in una cornice psichedelica che tende a dilatare e deformare i volti, nella quale Nero combatte con il suo dark side dal volto di Minotauro.

Quello che sorprende, in Tekkonkinkreet, è la scelta di dilatare, oltre alle visioni proposte nel sogno, la pellicola nel suo complesso, trovando una velocità di crociera assai più lenta rispetto all’animazione classica, pur trattandosi – è sempre bene tenerlo in considerazione, se si è abituati solo all’animazione natalizia occidentale – di opera giapponese. Questo forse non ha consentito a Tekkonkinkreet di essere un film appetibile per il grande schermo, per ora privilegio, a queste latitudini, solo della famiglia Miyazaki (anche Goro, con la sua opera prima, I racconti di Terramare, ha avuto la possibilità di uscire direttamente sul grande schermo) e di pochi altri autori nipponici.

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Lo Studio 4°C, noto per la realizzazione di opere come Memories di Otomo e per Animatrix (che è ispirato, in forma cartoon, alle cyber avventure di Neo-Keanu Reeves), ha affidato questo inusuale lungometraggio animato alla regia di un californiano, giapponese d’adozione, come Michael Arias, capace di catapultare lo spettatore in una dimensione straniante che ripesca le atmosfere ibride di certo cinema dei Settanta, anche grazie a un finale inquieto e visionario: un lungo delirio onirico-psichedelico ricco di inquadrature scentrate, volutamente imperfette e rapide zoomate sui personaggi. La vibrante sequenza dell’epilogo conclude, dopo un andamento narrativo totalmente pessimistico, cedendo il passo alla speranza, figlia di una liberazione che prelude a un ricongiungimento. Bianco e Nero si ritrovano, ricomponendo l’unita degli opposti complementari: lo ying e lo yang. Lì dove la luce tiene sotto controllo il buio. Curioso anche l’approccio che ha l’opera nei confronti dell’elemento trascendente e divino – in una bellissima sequenza dei primissimi minuti si vede spuntare una gigantesca costruzione d’un Ganesha meccanico, controversa divinità dalla testa d’elefante del pantheon induista. Gli stessi elefanti, riproposti visivamente più volte tra le giostre abbandonate di Treasure Town, hanno evidente valenza simbolica -, percepito come lontano dalle grigie dinamiche contingenti, o abilmente dissimulato ma sempre agognato come possibile fonte di salvezza.

Nonostante la violenza e la fotografia impietosa d’una umanità decadente e lontana da Dio, Tekkonkinkreet non è un’opera nichilista, ma è un storia che vive sul confine tra morte e resurrezione, tra buio e luce, talmente potente nel messaggio e nella forma d’animazione proposta che non potrà lasciarvi indifferenti. Per gli amanti del genere, un film imperdibile.

Federico Magi, luglio 2008.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Michael Arias. Soggetto: tratto dal manga di Taiyo Matsumoto. Sceneggiatura: Anthony Weintraub. Storyboard: Hiroaki Ando, Michael Arias, Chie Uratani. Art Director: Shinji Kimura. Character Design: Shoujirou Nishimi. Musica originale: Plaid. Produzione: Studio 4°C. Titolo originale: “Tekkonkinkreet” / “Tekon Kinkurito”. Origine: Giappone, 2006. Durata: 111 minuti.